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Io lui e Irene - Addio Irene


di animatrav
11.09.2025    |    2.349    |    0 9.5
"Ero davvero innamorato e stavamo bene anche solo parlando, giocando a prenderci in giro, a vedere la tv, a cucinare..."
Parte 3
 
Il tradimento di Irene mi aveva devastato.
Nonostante le mille peripezie che avevo fatto per mantenere vivo quell'amore impossibile, lei non si era fatta scrupoli a lasciarmi per un militare che aveva conosciuto durante la sua esperienza universitaria.
Questo mi costrinse a gettare la spugna, rinunciando definitivamente ai progetti che avevo tenuto in serbo per noi.
 
Sebbene avessi promesso a me stesso che avrei ignorato la sua esistenza, riuscirci non fu affatto semplice. Perché se da un lato continuavo a tenere come riferimento gli anni di complicità e passione che ci avevano visti crescere insieme, dall’altro lei continuava a metterci del suo, rendendo il distacco ancora più difficile.
Sebbene fosse certa di volere un futuro con il suo nuovo ragazzo, le rare volte che ci incontravamo per definire la nostra posizione, dopo un abbraccio di troppo, la sua lingua finiva puntuale nella mia bocca. E nei brevi momenti che trascorrevamo nel parcheggio di un ospedale, in cui era ricoverato il padre, o in quello del supermercato, in cui mi chiedeva di raggiungerla perché non aveva altri momenti liberi, dopo aver telefonato e rassicurato il suo nuovo ragazzo, senza farsi scrupoli, e come se tutto le fosse dovuto, infilava le dita nella cinta dei miei pantaloni. Si dava da fare con quella mano che conosceva fin troppo bene ciò che andava a esplorare, sussurrandomi all’orecchio che la colpa del nostro distacco era stata mia, perché bla, bla, bla...
E se fino a quel momento la fiamma era stata tenuta accesa dai ricordi che riguardavano l’affinità della nostra chimica, fu proprio il suo fare eccentrico che sortì su di noi un effetto altrettanto disastroso. E io non potevo permettere che Irene continuasse a giocare con i miei sentimenti e andare alla deriva. Dovevo reinventarmi. Perché in fondo chi ci è passato sa che i cocci rotti, se anche si riuscisse a rincollarli alla perfezione, non riportebbero mai il vaso nelle condizioni di un tempo. Era esattamente quello lo stato del nostro rapporto. Tanto valeva ripartire da zero.
 
La provvidenza non si fece attendere, perché di lì a poco tornai nelle grazie di Ingrid.
Lei aveva saputo dal suo ragazzo che io e Irene ci eravamo lasciati e, poiché M non aveva omesso di raccontarle che ci stavo male, fu lei stessa a proprorgli di uscire tutti e tre insieme. “Così gli stiamo vicino”, aveva detto.
Ingrid sapeva che M era molto legato a me, e grazie a quella soluzione il suo ragazzo non si sarebbe dovuto barcamenare tra di noi due. Lui era d’ accordi: in fondo non era una cattiva idea. Dopotutto, passare quei pomeriggi insieme non significava togliere tempo a loro. E nel momento in cui avessero voluto starsene per conto proprio, avrebbero potuto parcheggiarmi sotto casa, e venirmi a riprendere alla fine dei giochi. Accadeva questo, ma di rado.
Infatti, il loro sembrava un dovere da assolvere, più che un piacere, e durava al massimo mezz’ora.
Quando mi venivano a recuperare, i vetri della macchina mostravano ancora i segni delle loro effusioni, come i volti da cui traspariva l’imbarazzo, soprattutto negli occhi di Ingrid. Lo leggevo sul suo viso, quando scendeva dall’auto per sedersi dietro, restituendomi il sedile che avevo occupato fino a poco prima con lo schienale ancora mezzo reclinato.
Dopo essermi sistemato e avere chiuso la portiera, Ingrid sdrammatizzava con battute che spazzavano via i miei pensieri che parlavano di loro in quella macchina, fino a qualche minuto prima, a fare chissà cosa.
 
Qualche giorno dopo il copione si era ripetuto, ma a differenza delle altre volte Ingrid iniziò a mandarmi SMS senza senso, dove scriveva “Ciao”, oppure “Stai zitto!”
Ridevamo, mentre M che si trovava alla guida, non comprendeva il motivo di quelle risa. Ci guardava con lo sguardo curioso e, poiché non c’era alcuna malizia in quei messaggi, glieli mostravamo, e lui rideva con noi.
Tra quegli SMS, però, me ne arrivarono alcuni, isolati: “Mi stai simpatico” o, “Anche se sei stronzo TVB”. Allora mi giravo nella sua direzione e, poiché la trovavo con lo sguardo che guardava fuori dal finestrino, capivo che dovevo tacere.
 
Risposi il giorno dopo a quei messaggi, quando sapevo che era a casa con i suoi e lui, che mi aveva appena chiesto di raggiungerlo nel suo garage, aveva altro a cui pensare. Non avrebbe sospettato niente, se lei non gliel’avesse detto.
Le inviai tre SMS consecutivi in cui le spiegavo quanto mi fossi pentito di averla lasciata, di aver perso quel treno e lei rispose all’istante. Disse che nella vita si fanno delle scelte e io avevo fatto la mia.
Quella freddezza non c’entrava niente con i messaggi del giorno prima, ma ci stava.
 
Quando raggiunsi M lo trovai voglioso da subito. Mi finsi pensierosi, recitando la parte di quello che vuole farsi pregare, anche se non vedevo l’ora di mettere le mani nello stesso posto in cui le aveva messe Ingrid; immaginarla mentre mi prendevo ciò che le apparteneva. La sognavo nel suo corpo magro, con una gonna soffice che le accarezzava le gambe e le finiva sulle caviglie, mentre goffa teneva in mano il desiderio di lui, fantasticando sul fatto che in realtà fossi io quello che lei voleva baciare.
La lingua di M nel frattempo si faceva strada nella mia bocca, ma a differenza delle altre volte mi dava fastidio; avevo nostalgia di quella piccola e delicata di Ingrid e, purtroppo, non l’avrei più riassaporata. Dovevo accontentarmi della sua, che quel giorno parve più rigida e invadente del solito.
Gli abbassai la lampo e infilai la mano negli slip. Poi controllai l’erezione e allentai i bottoni. Quando i pantaloni gli caddero sulle caviglie, presi il suo desiderio nelle mani e lo mossi con foga. Mi accovacciai, e in quel saliscendi che mi stava sporcando le mani, non pensai che a lei, al fatto che probabilmente aveva fatto con lui proprio quello che anche io stavo facendo con il suo ragazzo. Schiusi le labbra e lo accolsi come immaginavo facesse anche lei. Lo tenni dentro accarezzandolo con la lingua fino a quando sentii che M iniziava a pulsare smanioso; gli occhi ruotati all’indietro mi dicevano che era in estasi. Lo tenni ancora un istante e lo sfilai dalla bocca un attimo prima di vederlo godere. Nonostante ciò, continuai a muoverlo velocemente, pur sapendo che M avrebbe voluto che mi fossi fermato.
lo vidi ansimare, gemere, per poi soffrire e, infine, accasciarsi tra le mie braccia. Mi sentii in dovere di sorreggere il suo peso, mentre continuavo a massaggiarlo ancora, seppur sporco del liquido che fungeva da lubrificante.
 
Quello stesso pomeriggio si appartarono e nessuno mi toglie dalla testa che fu lei a volerlo. Forse per rabbia, per la voglia di riscatto, per la sofferenza che continuava a provare in silenzio e, comunque, per farmela pagare. Lui in fondo era svuotato di ogni desiderio, e io lo conoscevo troppo bene per sapere quando e se avrebbe recuperato le forze. D’altra parte sapevo bene quello che facevano, perché M mi raccontava sempre dei loro incontri, lamentandosi della goffaggine e della poca intraprendenza della sua ragazza.
 
Andammo avanti così per alcune settimane, fino al giorno in cui, durante un altro periodo di vacanza, accadde qualcosa che fece svoltare alla situazione.
M rivelò a Ingrid una mia confidenza in cui gli avevo esternato la predilezione a donne che vestivano con calze nere, gonne corte e stivali.
“Non serve che le racconti i dettagli”, dissi infastidito.
Ingrid aveva sdrammatizzato, sostenendo che in fondo non c’era niente di male nel farli partecipi di un mio punto di vista. E di lì a poco, il discorso si eclissò.
 
Il pomeriggio seguente, mentre io e M aspettavamo Ingrid sotto casa sua, lo vidi sgranare gli occhi.
Voltatomi, vidi Ingrid arrivare. Rimasi senza fiato nel vederla vestita esattamente come la descrizione che lui le aveva fatto. E mentre io feci finta di niente, scendendo dall’auto e ribaltando il sedile per farla salire nel suo posto, sentii lui dirle a bassa voce: “Come ti sei conciata?”
“Non rompere”, si limitò lei a rispondere.
Cercai di ignorare quella situazione che creava imbarazzo a ciascuno di noi, ma poco dopo la situazione si rasserenò; perché Ingrid aveva il potere di far tornare la calma in ogni occasione. Anche in quel caso ci intrattenne con il suo show fatto di discorsi e battute improvvisate, mentre da dietro abbracciava il suo ragazzo, a cui era tornato il sorriso e guidava fiero.
Non potei che ripensare a Irene. Anche lei lo aveva abbracciato in quel modo, ma a differenza di Ingrid, ogni volta che M scendeva dall’auto, apriva le gambe e mi chiedeva di rovistarle tra le cosce.
 
Quando per ora di cena accompagnammo Ingrid a casa, non appena lei scese dall’auto M mi accarezzò la gamba. Sapevo quali fossero le sue intenzioni; dopotutto l’indomani sarei ripartito e prima di un mese non ci sarebbe stata un’altra occasione.
Anche se ero troppo preso da altri pensieri, lo lasciai fare.
“Facciamo in tempo?” domandò.
Mi limitai a dare una scrollata di spalle. Lui interpretò quel mio gesto come un assenso e girò bruscamente in una stradina secondaria. Mentre mi trovavo con la testa tra le sue gambe, non potei smettere di pensare a ciò che era successo quel pomeriggio, alle gambe di Ingrid fasciate di nero, alla forma dello stivale che seguiva le linee della sua gamba.
Quando finimmo lo aiutai a ripulirsi. Lui mi diede un bacio avido e pieno di passione. Poi, ci avviammo verso casa.
 
Dopo aver cenato mi arrivò un SMS di Ingrid: “A che ora parti domani? Riesco a salutarti?”
Sapevo che M sarebbe stato al lavoro, e l’idea che lei volesse incontrarmi a sua insaputa mi fece venire in mente mille pensieri.
Non tardai a risponderle: “Alle 9”.
Ci demmo appuntamento alle 8, in un posto in cui eravamo soliti andare quando stavamo ancora insieme: era un luogo paesaggistico, a pochi passi da casa sua, ma non aveva nulla a che fare con i luoghi in cui vanno le coppiette per appartarsi.
 
Il mattino seguente, appoggiato alla mia auto, respiravo a pieni polmoni l’aria frizzante dell’autunno che si mescolava alle belle sensazioni che stavo provando. L’attesa sembrava interminabile, ma alla fine Ingrid arrivò. Indossava un paio di jeans e un maglione a collo alto. Nonostante fingesse indifferenza, la sua espressione lasciava trasparire emozioni meste.
 
Ci scambiammo i consueti baci sulle guance, poi ci sedemmo in auto. In quell’ora Ingrid non risparmiò di fare riferimento ai tre SMS consecutivi che le avevo mandato in risposta ai suoi. Mi disse in modo chiaro che ero stato uno stronzo a lasciarla per telefono. E in modo altrettanto schietto specificò che la sua storia con M era stata un ripiego, che da cornuti si erano consolati a vicenda e, infine, erano stati costretti a trovarsi. Che era stata sua l’idea di uscire tutti e tre insieme perché, in un certo senso, era quello che desiderava.
Quella sorta di confessione, fatta da una persona fredda e scostante come Ingrid, mi intenerì.
Poi mi concesse il saluto che mi aveva promesso: un abbraccio interminabile in cui rimanemmo incollati, finché non giunse l’ora di partire. In quella stretta ci fu uno scambio di emozioni silenziose che nessun bacio sarebbe stato in grado di esprimere.
Quando arrivò il momento di salutarci, mi sembrò di scorgere nei suoi occhi un po’ di tristezza. Se ne accorse e si ricompose, facendo una di quelle battute che ti lasciano lì, immobile, a pensare: “Che donna!”
Partii con il cuore che mi palpitava, messaggiando con lei per 4 ore di fila, con il telefono in una mano e il volante nell’altra.
Quel viaggio, a differenza delle altre volte, mi parve brevissimo.
 
Con il passare dei giorni i messaggi si intensificarono. Mi meravigliai di come Ingrid, l’attuale ragazza del mio amico, non si facesse scrupoli a lasciarsi andare a confidenze in cui mi apriva cuore.
A differenza di Irene, però, ci tenne a lasciarlo prima di rivedermi, perché altrimenti, disse, non mi avrebbe mai incontrato. Lo lasciò il giorno prima del mio arrivo. La conseguenza fu che dovetti trascorrere tutta la sera al telefono con M, che mi chiedeva il perché di quell’allontanamento immotivato. Era una domanda a cui non avrei saputo rispondere. Gli risposi che quanto prima lo avrei raggiunto, ma mentivo.
Irene mi aveva chiesto di non dirgli che sarei tornato quel giorno, in caso contrario avrei dovuto passare tutto il tempo con lui a consolarlo, e noi non avremmo potuto vederci.
Dovevo inventarmi qualcosa.
 
La mia fortuna fu che l’appartamento dei miei nonni era libero. Per non creare sospetti e incappare in un incontro indesiderato, arrivai il mattino presto, ancor prima che il sole sorgesse.
Con Ingrid ci incontrammo in quella casa tre ore più tardi quando, prima di raggiungermi, con una scusa chiamò M, per sincerarsi che non fosse nei paraggi.
Al contrario di Irene, che era solita venire da me senza niente sotto, lei era rimasta vestita tutta il tempo. Non mi aveva concesso di toccarla, neanche attraverso i vestiti. Potevo solo baciarla. Rimanemmo sdraiati su quel letto per otto ore di fila, dove sembravamo dei contorsionisti, facendo capriole e numeri da circo in cui lei, sotto di me e viceversa, rimaneva comunque composta e vestita, , dove avevo il desiderio alle stelle, i confini ben segnati, e una miriade di regole da seguire.
Ci eravamo rimessi insieme, ma lei non era Irene, e la sua intimità, questa volta, me la sarei dovuta sudare.
 
Con il pensiero di Ingrid che mi apparteneva e M ignaro di quanto stesse accadendo, imparai ad apprezzare i baci di M; il suo desiderio di me che anche dopo tutti quegli anni non si era placato. Gli avevo portato via una ragazza, ora gli avevo preso anche l’altra. E il desiderio incredibile che mi provocava questa cosa, mi faceva perdere il controllo.
 
Dopo alcuni mesi con Ingrid ufficializzammo il nostro essere tornati insieme e, proprio per questo motivo, ci fu il distacco inevitabile e definitivo con M: la persona con cui ero cresciuto, colui che aveva aperto le porte alla mia bisessualità, vivendo al mio fianco, nonostante le esperienze scomode che, con il passare del tempo, compresi quanto fossero uniche e incomparabili.
 
Vuoi o non vuoi anche Irene venne a sapere della mia scelta di essere tornato con Ingrid. Il suo ego le diceva che lo avevo fatto per ripicca, perché avevo sofferto troppo il suo distacco. Dopotutto avevo lasciato Ingrid per Irene, che senso aveva tornarci? Mi stavo accontentando.
Quando si sbagliava! Perché al contrario delle sue deduzioni, dopo il ricongiungimento Ingrid non sentii più il desiderio, tantomeno la mancanza di Irene. Con Ingrid ero la persona più felice al mondo, anche senza fare nulla. Ero davvero innamorato e stavamo bene anche solo parlando, giocando a prenderci in giro, a vedere la tv, a cucinare.
Il sesso era altro. C’era, anche se eravamo solo agli inizi, e non era al centro di tutto.
 
Naturalmente, poco alla volta, anche quello diventò importante. Lo ricordo come uno dei momenti più intensi in cui, anche a distanza, ci mostravamo desiderio reciproco. Lo facevamo in modo naturale, con timidi e imbarazzanti SMS con cui ci svelavamo pensieri che non ci saremmo mai detti al telefono. Pensieri che ti vergognavi di dire e lei, pudica, era imbarazzata a rivelarmi.
Poi un giorno fu proprio lei a iniziare. Mi mando messaggi talmente spinti che quasi facevo fatica credere che si trattasse di lei.
La chiamai per assicurarmi che qualcuno non si fosse impossessato del suo telefono: “Mi hai scritto tu il messaggio...?”
“Sì”, rispose, imbarazzata.
Chiusi la conversazione e continuammo a scriverci. Con il passare dei giorni non facevamo altro, e fu in quel modo che conobbi quel nuovo aspetto di lei. Nei suoi messaggi c’erano scene e situazioni che andavano ben oltre l’immaginabile; frasi sporche di una volgarità inaudita che faticavo a credere fosse frutto dei suoi pensieri. Andava oltre ogni limite e me ne parlava solo per messaggio. In mia presenza o al telefono era castissima, ma per messaggio era la regina del sesso e non aveva censure. Con quel sistema facemmo esperienze indicibili, soddisfacendo ogni tipo di fantasia. Facevamo l’amore di giorno e di notte, perché con gli SMS non c’era limite alla riservatezza.
Un giorno mi disse che la nonna era ospite a casa sua e dormiva in camera con lei. Pensai che con lei affianco si sarebbe contenuta, ma mi sbagliavo. Più la situazione non lo permetteva, tanto più i suoi messaggi diventavano spinti, sporchi e irripetibili. Me ne accorgevo dai termini che usava, dalla eccessiva volgarità con cui alzava sempre di più l’asticella.
Chattavamo di continuo, forse troppo, portando via tempo al vero sesso. Forse è proprio per la troppa routine, in cui arrivammo perfino a fare l’amore con il telefono in mano, che andò a trovarsi il suo nuovo compagno. E lì rimasi completamente solo.
 
Trascorsero anni, finché trovai la donna che era più vicina al mio equilibrio, e la sposai.
Ero appena uscito da una storia in cui avevo trovato colei che amerò per tutta la vita, ma era il momento a essere sbagliato. È un capitolo a sé di cui parlerò in un’altra storia che chiamerò “Irene alla riscossa”.
 
Perché tutto sommato pensavo di stare bene ed essermi liberato dai fantasmi del passato, ma Irene, anch’essa sposata con l’uomo con cui mi aveva cornificato, tornò a farsi viva, proprio su una piattaforma social: “Ciao, ti ricordi di me?”
 
E lì è successo l’impossibile.
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