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Mare, sole e sorprese


di Distratta
19.06.2026    |    1.363    |    3 9.3
"Il calore, la pulsazione, il getto del suo sperma che mi riempiva, ondata dopo ondata..."
Finalmente era arrivata l'estate. I weekend si trasformarono in promesse di libertà, di pelle salata e orizzonti senza fine. Abitavamo a circa cinquanta chilometri dal mare, una distanza perfetta per una fuga d’impulso. Quel sabato mattina, con il cielo terso e il sole già caldo, ci guardammo e senza bisogno di parole, decidemmo.
«Zaino?», chiese Marco, un sorriso già sulle labbra.
«Zaino», confermai.
In poco tempo, preparammo l’essenziale: costumi, asciugamani, crema solare, acqua. Niente di più. Infilai il casco, salii dietro di lui sulla nostra moto, le mie braccia che si stringevano al suo torace. Era il modo migliore per evitare il traffico estivo, per sentirci liberi, uniti dal rombo del motore e dal vento che ci sferzava.
Arrivammo nella nostra solita spiaggia, un tratto di sabbia fine non troppo affollato. Pagammo l’ombrellone e due sdraio. Sotto il sole cocente, cominciammo a spogliarci con la familiarità di chi si conosce intimamente. Marco si mise il costume da bagno. Io, invece, scelsi di indossare solo un perizoma nero, minuscolo, che lasciava scoperte le mie natiche e i fianchi. Quel giorno, decisi che il reggiseno poteva rimanere nella borsa. Il sole, il vento, la sensazione di libertà erano troppo invitanti.
Mi spalmai la crema solare con movimenti lenti, circolari, godendomi il calore della sabbia sotto i piedi nudi. Mentre massaggiavo il mio corpo, i miei occhi, protetti dagli occhiali da sole scuri, esploravano discretamente la spiaggia. Finché non li incrociai con quelli di lei.
Era la barista del chiosco lì vicino. Una ragazza sulla trentina, con capelli scuri raccolti in una coda alta, la pelle abbronzata e un sorriso pronto. Ma in quel momento non stava sorridendo. Mi fissava. Senza vergogna, senza distogliere lo sguardo. Attraverso le lenti scure, vedevo che i suoi occhi erano puntati su di me, sul mio seno scoperto, sulle mie curve esposte al sole.
Un sorriso sfiorò le mie labbra. Allora, rendendomi complice dello spettacolo, cominciai a spalmare la crema in maniera ancora più sensuale. Le mie mani massaggiarono i seni con cura, i polpastrelli che si soffermavano sui capezzoli già induriti per il vento e per lo sguardo di lei. Poi scesero lungo i fianchi, sul ventre, fino a raggiungere il culo, che sollevai leggermente per stendere meglio la crema, offrendo una vista ancora più esplicita.
Vedevo, dalla coda dell’occhio, che non si era mossa. Che continuava a guardare.
Dopo un po’, sentii il bisogno di un gelato. E anche di avvicinarmi. Mi misi la maglietta di cotone leggero, bianca. Era così sottile che, anche con quella, i miei capezzoli turgidi ne segnavano il tessuto, due punti duri e invitanti. Senza sandali, a piedi nudi sulla sabbia calda, mi diressi verso il chiosco.
Mi avvicinai al lato dove c’era lei. Appena mi vide, il suo sorriso professionale si trasformò in qualcosa di più personale, più caldo.
«Ciao», disse, la voce un po’ roca dal parlare sopra la musica del chiosco. «È la prima volta che ti vedo. Sei appena arrivata per le vacanze?»
«Sì», risposi, avvicinandomi al bancone. «Stiamo in giornata. Poi questa sera torniamo a casa.»
Lei prese la palla al balzo. I suoi occhi brillavano di una curiosità che andava oltre il semplice interesse da cliente. «Ah, ok. Quindi poi non tornerai più? Perché… ti ho vista prima. E vorrei conoscerti meglio.»
Alzai gli occhiali da sole, posandoli sui capelli. La guardai direttamente negli occhi, sfidandola, invitandola.
«Ti ho vista anch’io mentre mi stavo mettendo la crema», dissi, la voce bassa ma chiara. «E quello spettacolino l’ho fatto per te.»
Lei si irrigidì. Un rossore improvviso le salì dalle clavicole fino alle guance. Abbassò lo sguardo per un attimo, come se fosse presa da una timidezza improvvisa, inaspettata.
Io sorrisi. «Non fare la timida. Dopo non voglio che tu sia timida.»
Alzò lo sguardo. I suoi occhi erano scuri, profondi, pieni di un desiderio non più nascosto. Rise, un suono breve e nervoso. «Mi posso prendere un’oretta di pausa. Può bastare?»
«Certo», dissi, sentendo un’ondata di eccitazione riscaldarmi la pancia. «Poi vieni all’ombrellone. Ti presento Marco, mio marito.»
Ordinai due coni, pagai, e con il gelato in mano tornai da Marco. Gli sussurrai all’orecchio: «Tra poco arriva la barista. Ci assenteremo per un’oretta.»
Marco mi guardò, un lampo di comprensione e di divertimento nei suoi occhi. «Divertitevi», disse semplicemente. «Prenditi il cellulare.»
Poco dopo, la vidi uscire dal chiosco, togliersi il grembiule e correre verso di noi sulla sabbia, agile come una gazzella. Arrivò ansimante leggermente.
«Ciao», esordì, rivolta a entrambi, ma i suoi occhi erano su di me. «Io… comincio adesso la pausa.»
Io mi alzai dallo sdraio. Senza esitazione, la abbracciai. Era più bassa di me, il suo corpo era morbido e caldo sotto il vestitino estivo. «Marco, lei è la barista del chiosco», dissi, senza lasciarla. «Ci assenteremo per un’oretta. Andremo a casa sua.»
Marco annuì, «Ok. Divertitevi.»
Lei, che si chiamava Giulia, mi prese per mano. Ci incamminammo con passo svelto, lasciando la spiaggia e dirigendoci verso un complesso di villette a schiera poco distante.
«È qui vicino», disse. «Solo che… forse c’è anche il mio moroso a quest’ora. Lavora di notte, a volte dorme di giorno.»
La strinsi la mano. «Non c’è problema», dissi. «Anzi.»
La sua casa era piccola, fresca, disordinata in modo vivace. Appena varcata la soglia, l’atmosfera cambiò. La timidezza di Giulia sembrò evaporare. Con gesti decisi, mi afferrò per i fianchi e mi tolse la maglietta, poi fece scivolare il perizoma lungo le mie gambe.
Rimasi nuda di fronte a lei, nella penombra del soggiorno, con solo il rumore di un ventilatore a pale come colonna sonora.
«Sei bellissima», mormorò, le sue mani che immediatamente mi toccarono ovunque: i seni, il ventre, i fianchi. Poi la sua bocca trovò la mia, e la sua lingua esplorò la mia con una fame improvvisa.
Mi stavo eccitando rapidamente, la situazione proibita, l’immediatezza, la complicità di Marco che aspettava. Portai una mano tra le mie cosce, sentii l’umidità che già mi bagnava. Inserii due dita dentro di me, le bagnai a fondo, poi le estrassi e me le misi in bocca, leccando il mio stesso sapore, mentre la mia lingua continuava a intrecciarsi con la sua.
Lei gemette, e cominciai a spogliarla. Il suo vestitino cadde a terra. Sotto, niente reggiseno. E lì vidi i suoi gioielli: un piercing d’argento che trapassava il suo capezzolo destro, e, più in basso, un altro piccolo gioiello che luccicava sul suo clitoride coperto da un sottile triangolo di peli rasati.
Era la prima volta che vedevo un piercing sul clitoride così da vicino. La fascinazione fu immediata.
«Dio», sussurrai. Senza pensarci due volte, mi inginocchiai davanti a lei, spingendola delicatamente contro il divano. Appoggiò le mani sulle mie spalle mentre la mia bocca si avvicinava alla sua intimità.
Cominciai leccando il piercing sul clitoride, sentendo il metallo freddo contro la mia lingua, poi il caldo della sua carne viva. Era elettrizzante. Nel mentre, le mie dita trovarono l’ingresso della sua vagina, già bagnatissima, e vi scivolarono dentro, esplorando la sua calda, stretta profondità.
«Sul divano», gemette lei. «Voglio leccarti anche io.»
Ci mettemmo sul divano in un 69 spontaneo e vorace. Lei si sdraiò, io mi misi sopra di lei, la mia vulva sopra la sua faccia, la mia bocca che ritornava alla sua intimità dorata.
In quel momento di totale abbandono, sentimmo la porta del bagno aprirsi.
Lui uscì, avvolto solo in un asciugamano bianco attorno ai fianchi. Era un ragazzo giovane, mio coetaneo, con capelli bagnati e un corpo atletico. Si fermò, sorpreso, ma non scandalizzato. Ci guardò, le sue labbra si schiusero in un sorriso lento.
Io, con la testa tra le cosce di Giulia, la bocca piena del suo sapore, non ebbi esitazioni. La situazione era già al di là di ogni convenzione. La mia eccitazione era al culmine.
«Spogliati», gli ordinai, la voce roca, senza nemmeno distaccarmi completamente da Giulia. «E scopami. Mentre sono a novanta, mentre lecco la figa di tua morosa.»
Non se lo fece ripetere due volte. L’asciugamano cadde. Vidi, dal mio angolo visuale, il suo cazzo già duro, di buone dimensioni, che pulsava leggermente.
Si avvicinò dietro di me. Sentii le sue mani afferrarmi i fianchi, poi la punta del suo cazzo premere contro il mio ingresso già bagnato dalla mia stessa eccitazione e dalla saliva.
Penetrò. Senza preamboli, con un unico, profondo movimento che mi fece gemere nella carne di Giulia.
Era duro, pieno, e mi riempiva in modo perfetto. Mentre lui cominciava a muoversi dentro di me, ritmicamente, profondamente, Giulia riprese a leccarmi con rinnovato fervore, le sue dita che si unirono al cazzo del suo ragazzo nella mia vagina, allargandomi, riempendomi oltre ogni limite.
Mi sentivo la figa sempre più aperta, usata, e io mi sentivo sempre più porca, sempre più libera. L’eccitazione di Marco che aspettava, di questo incontro improvvisato, del corpo di questa donna sotto di me e di quest’uomo dentro di me, era inebriante.
Con uno sforzo, riuscii a liberare una mano. Presi il mio cellulare dalla pila di vestiti sul pavimento. Senza nemmeno guardare bene, puntai l’obiettivo verso il basso, verso il viso di Giulia e la sua vagina con il piercing luccicante di saliva e di desiderio. Scattai una foto. Poi, con un altro movimento, la inviai a Marco. Un messaggio visivo, crudo, immediato.
Poi passai il cellulare al ragazzo. «Fammi una foto da dietro», gli dissi, mentre lui continuava a scoparmi con colpi sempre più profondi. «Dove si vede il tuo cazzo che mi sta scopando.»
Lui obbedì, con una mano che continuava a tenermi il fianco, l’altra che scattò la foto. Sentii il clic del telefono.
Io, nel frattempo, tornai a dedicarmi completamente a Giulia. La tenni tutta in bocca, succhiando, leccando, bevendo i suoi umori, finché sentii il suo corpo irrigidirsi, le sue dita che mi affondavano nella carne delle cosce, e un lungo, tremante gemito uscì da lei mentre veniva, con la mia lingua ancora dentro di lei.
«Il video», gemetti io, rivolta a Giulia, mentre il suo ragazzo mi scopava con una furia crescente. «Fallo da sotto. Mentre lui mi viene dentro.»
Giulia, con gli occhi lucidi e il respiro affannoso, prese il telefono dalle mani del ragazzo. Si infilò ancora più sotto di me, puntando l’obiettivo verso l’unione tra il mio corpo e quello del suo uomo.
«Sto venendo», ringhiò il ragazzo, la voce strozzata. I suoi movimenti divennero convulsi, più veloci, più profondi.
E poi, lo sentii. Il calore, la pulsazione, il getto del suo sperma che mi riempiva, ondata dopo ondata.
«Wow», esclamò Giulia dalla sua posizione, la voce piena di stupore e di eccitazione. «Che bel video che sto facendo! Si vede lo sperma che cola dalla tua figa!»
Il ragazzo si sfilò lentamente, gemendo. Io rimasi in quella posizione, aperta, riempita, mentre Giulia, senza perdere un secondo, si avvicinò e cominciò a leccarmi. Puliva lo sperma che colava da me, leccava le labbra gonfie, il clitoride ipersensibile. La sua lingua era precisa, insistente, e in pochi istanti mi portò a un orgasmo improvviso e violento, che mi fece gridare e tremare sopra di lei.
Mi girai, esausta, elettrizzata, e la baciai profondamente, condividendo il sapore del suo uomo e il suo stesso sapore sulle nostre lingue.
Giulia, un po’ riprendendosi, mi guardò con curiosità. «Ma… cosa ce ne fai di questo video?»
Sorrisi, un sorriso stanco ma trionfante. «Lo mando a Marco. Gli faccio vedere che moglie ha. Gli faccio vedere che ho appena scopato senza di lui.»
Lei scosse la testa, incredula. «E lui… cosa dice?»
«Andiamo subito in spiaggia da lui», proposi, alzandomi dal divano con le gambe ancora tremanti. «E lo vedrai.»
Mi rimisi il perizoma bagnato e la maglietta sottile. Uscii dalla casa di Giulia con lei al mio fianco, il sole pomeridiano che ci accoglieva con tutto il suo calore.
Tornammo sulla spiaggia, i nostri passi che affondavano nella sabbia. Marco era ancora sul suo sdraio, gli occhiali da sole sul naso, apparentemente rilassato. Ma io notai subito la protuberanza sotto il suo costume da bagno. Il suo cazzo era gonfio, duro, che modellava il tessuto.
«Marco», dissi, avvicinandomi e accovacciandomi accanto a lui. «La nuova amica mi ha chiesto cosa mi dici dopo che ti mando questi video.»
Lui mi guardò. Un sorriso lento gli curvò le labbra. Mi fece cenno di avvicinarmi ancora. Mi accovacciai di fronte a lui, sulla sabbia calda.
Lui allungò una mano. Con gesto familiare, spostò il tessuto del mio perizoma da un lato. Poi infilò due dita dentro di me, dove il seme del ragazzo di Giulia era ancora caldo e fluido. Le raccolse, portandosele alla bocca. Chiuse gli occhi per un istante, assaporando. Poi le leccò con cura, pulendole.
Io mi girai verso Giulia, che osservava la scena con gli occhi sgranati. «Vedi?», dissi, con un tono di voce normale, come se stessi commentando il tempo. «Cosa fa ogni volta. Vuole assaggiare lo sperma di chi mi ha scopato.»
Poi indicai il costume di Marco. «Guarda che cazzo duro gli è venuto.»
Giulia rimase lì, esterrefatta. Il suo viso passò attraverso una serie di emozioni: incredulità, fascinazione, imbarazzo, eccitazione. Alla fine, senza trovare parole, fece un cenno di saluto traballante e si allontanò, tornando verso il chiosco, i suoi passi incerti sulla sabbia.
Io spostai il mio sdraio accanto a quello di Marco, così che le nostre spalle si toccassero. Mi distesi, sentendo il sole caldo sulla pelle, il sapore salato dell’aria e del sesso ancora sulla mia lingua.
«Grazie», sussurrai, rivolta a lui.
«Per cosa?», chiese lui, prendendo la mia mano e intrecciando le sue dita con le mie.
«Per farmi scopare con chi voglio.»
Lui si girò su un fianco per guardarmi. Il suo sorriso era tenero, complice. «Quando torneremo a casa, ti scoperò io. Vediamo come sarò dopo che avrò il tuo plug rosso dentro il mio culo per tutta la giornata.»
Le sue parole mi colsero di sorpresa. Un brivido di eccitazione mi percorse.
«Adesso hai il mio plug nel tuo culo?», chiesi, abbassando la voce.
«Certo», rispose lui, con nonchalance. «Da quando siamo partiti. Per prepararmi. Per pensare a te.»
Lo guardai, questo uomo straordinario, mio marito, il mio compagno in ogni avventura, in ogni trasgressione. La gratitudine e l’amore mi riempirono il petto, più forte di qualsiasi orgasmo.
«Ti amo», dissi, e le parole erano semplici, sincere, e racchiudevano tutto: il mare, il sole, il sesso con degli sconosciuti, il plug nel suo culo, la nostra complicità assoluta.
Lui mi baciò, un bacio salato di mare e di promesse. «Anch’io ti amo. Sempre.»
E così rimanemmo, sotto il sole che calava lentamente verso il mare, due amanti uniti da un legame più forte di qualsiasi convenzione, pronti per la prossima avventura, la prossima scoperta, il prossimo assaggio di libertà.
Insieme.
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