tradimenti
La vacanza a Jesolo
27.05.2026 |
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"Senza un briciolo di rimorso, con le dita ancora tremanti per l’orgasmo, scrissi a Marco:
«Mentre tu lavoravi, amore mio, mi sono fatta scopare il culo da un signore sulla sessantina molto..."
Il sole batteva forte sulla spiaggia di sabbia fine, e l’odore di sale e di crema solare si mescolava nell’aria calda. Io, sposata da cinque anni con Marco, mi ero lasciata alle spalle la città e i suoi obblighi, per una settimana di mare in un hotel a due passi dall’acqua. Marco, ingegnere, era bloccato in Germania per una commessa urgente. “Divertiti, amore,” mi aveva detto al telefono, con quella voce calda che mi faceva sempre sciogliere. “Goditi il sole.”E io avevo deciso di godermelo davvero. Quel giorno, sulla spiaggia ancora semi-deserta del mattino, avevo scelto con cura il mio arsenale di seduzione: niente reggiseno sotto il pareo, solo un perizoma di stoffa nera, minuscolo, che lasciava scoperte le curve dei miei fianchi e scompariva tra le natiche. Un atto di sfida, verso me stessa, verso l’assenza di Marco, verso l’orizzonte libero.
Mi stesi sul telo azzurro, a pancia in giù, slacciai il pareo e lo feci scivolare fino alla vita. Il sole baciava la mia schiena nuda, le spalle, il collo. Sentivo gli sguardi, pochi ma intensi, come punture di spillo sulla pelle. E poi, quello più persistente. L’ombrellone accanto, a due metri di distanza. Una coppia sulla sessantina, lui atletico e ancora attraente, capelli brizzolati e sguardo diretto; lei, elegante, con un cappello di paglia e un sorriso enigmatico.
Dopo una mezz’ora, sentii l’ombra di lui sopra di me. “Scusi, signora,” disse una voce profonda, educata ma carica di una sicurezza che mi fece accelerare il battito. “Vedo che potrebbe avere bisogno di aiuto per la schiena. Con il permesso di suo marito, ovviamente.”
Alzai la testa, strizzando gli occhi contro il sole. “Mio marito è lontano,” dissi, e la mia voce suonò stranamente roca. “E sì, la schiena è un problema.”
“Posso?” chiese lui, accucciandosi già, senza aspettare una risposta vera.
Annuii, posando di nuovo la guancia sul telo. Sentii il tappo della crema aprirsi, e poi le sue mani, grandi e calde, posarsi sulla mia scapola. Un brivido mi percorse tutta la spina dorsale. Iniziò a spalmare con movimenti circolari, lenti, precisi. La crema era fresca, ma il calore delle sue dita la scioglieva, la rendeva un lubrificante liquido sulla mia pelle. Scendeva lungo la colonna vertebrale, premendo con una forza sapiente che faceva gemere i miei muscoli di piacere.
Poi, quelle dita varcarono il confine. Scivolarono, con una naturalezza scandalosa, sotto l’elastico del mio perizoma, affondando nella curva dei miei glutei. Non fu un gesto accidentale. Fu lento, deliberato, un’esplorazione completa di ogni centimetro. Un dito si insinuò perfino nel solco, sfiorando l’ingresso stretto e già umido per altri motivi. Trattenni il respiro, le unghie affondate nella sabbia. Dalla coda dell’occhio vidi sua moglie. Non stava guardando altrove. Guardava noi, e quel sorriso sulle labbra si era fatto più ampio, complice, divertito.
Fu quello il detonatore. Un’audacia che chiedeva una risposta alla stessa altezza.
Con uno scatto fluido, mi alzai in piedi. Il pareo mi cadde completamente, e rimasi nuda dalla vita in su, di fronte a lui, che si era rialzato guardandomi con occhi pieni di desiderio sfacciato. Mi voltai verso la donna, la moglie, e le rivolsi un sorriso radioso.
“Signora,” dissi, con una voce che non tremava affatto, “vado in hotel a scopare con suo marito. Non so per quanto, ma prometto che lo riporto un po’ stanco.”
Lei scoppiò a ridere, una risata libera e genuina. “Buon divertimento, cara!”
Non aspettai altro. Presi il braccio dell’uomo – Claudio, seppi dopo – e lo strinsi a me. Sentii la sua erezione dura contro il mio fianco attraverso il costume da bagno. Camminammo sulla sabbia bollente, verso il vialetto, senza una parola. L’eccitazione mi pulsava nelle vene, calda e prepotente come il sole.
Appena varcata la porta al primo piano, fresco e immerso nella penombra, la maschera civile cadde. Mi spinsi contro di lui, le mie labbra si attaccarono alle sue in un bacio feroce, pieno di lingua e di morsi. Lui mi sollevò con facilità, le sue mani affondarono nei miei glutei nudi mentre io gli avvinghiavo le gambe intorno alla vita.
“Dove?” ringhiò contro la mia bocca.
“Dappertutto,” ansimai. “Ma prima… il culo. Adesso. Senza giri di parole.”
Mi depose sul divano bianco, mi girò brutalmente a pancia in giù. Sentii il suono della cerniera dei suoi pantaloncini, il fruscio della stoffa che cadeva a terra. Non c’erano preamboli, né carezze. Solo il suono umido del suo cazzo già durissimo che si bagnava contro la mia fessura, già straripante, per poi posizionarsi alla mia porta posteriore. Spinse, con una determinazione che mi fece gridare nel cuscino. Un dolore acuto, subito trasformato in un piacere cavernoso, profondo, che mi riempiva in modo osceno. Iniziò a scoparmi con colpi lunghi e potenti, afferrandomi i fianchi con tanta forza che avrei avuto i lividi il giorno dopo. Ogni spinta mi spingeva in avanti sul divano, ogni ritirata era un vuoto da colmare. I gemiti che uscivano dalla mia gola erano animali, primitivi.
“La finestra,” gemetti ad un tratto. “Il balcone.”
Lui capì al volo. Mi trascinò con sé, il suo cazzo ancora piantato nel mio culo, in una danza goffa ed eccitante fino alla porta-finestra che dava sul piccolo balcone con vista sulla spiaggia. La aprì. La luce accecante e il calore irruppero nella stanza, insieme al rumore delle onde. Mi piegò sopra la ringhiera di ferro battuto, il mio petto nudo schiacciato contro il metallo rovente, il mio culo offerto al suo impeto e, ora, alla vista di chiunque volesse guardare.
“Guarda!” urlò Claudio verso la spiaggia, senza nemmeno cercare di abbassare la voce. “Guarda Anna! Guarda come scopo questa troia di mare!”
Scrutai tra le palpebre socchiuse. Sulla spiaggia sotto l'hotel, sotto l’ombrellone azzurro, la sagoma di Anna si era alzata in piedi. Teneva una mano a visiera, guardando dritto verso di noi. Non poteva vedere i dettagli, ma la scena era chiara: io, piegata e nuda, lui dietro di me che mi possedeva con violenza.
“Viene… vuole venire anche lei,” ansimò Claudio, affondando le dita nei miei capelli.
“No,” sibilai io, con una forza che non sapevo di avere. “Il tuo cazzo è mio. Solo mio. Adesso. Vienimi dentro. Ma non lì.”
Con un ultimo, poderoso colpo, si ritirò dal mio ano stretto e dolorante, e in un attimo riposizionò la punta bagnata e infuocata all’ingresso della mia vagina, già spasimante. Un’unica spinta profonda, e io esplosi. Il mio orgasmo fu un uragano silenzioso, che mi fece contorcere e stringere intorno a lui come una morsa. Lui, stimolato dalle mie contrazioni, ruggì e svuotò tutto il suo carico caldo e abbondante nelle mie profondità. Sentii lo sperma zampillare, riempirmi, traboccare.
Rimanemmo così per un minuto, appoggiati alla ringhiera, ansimanti, coperti di sudore e di sale. Poi, lentamente, si ritirò. Sentii il suo seme iniziare a colarmi lungo le cosce.
“Non muoverti,” sussurrai. Mi abbassai, raccolsi da terra il mio perizoma nero, ormai inzuppato di sudore e di desiderio. Con gesti lenti e deliberati, me lo infilai, sentendo il tessuto umido e appiccicoso sigillare la sua offerta dentro di me. Una sensazione sporca, possessiva, delirante.
Ci rivestimmo in fretta. Senza lavarci. L’odore del sesso ci avvolgeva come un secondo profumo. Tornammo in spiaggia, tenendoci per mano. Anna ci guardava avvicinarsi, il suo sorriso era ancora lì, ma negli occhi c’era ora una curiosità diversa, più intensa.
Mi diressi dritto verso la cabina di legno accanto al loro ombrellone. “Devo cambiarmi,” dissi, con voce neutra. Dentro lo spazio buio e caldo, mi tolsi il costume bagnato e infilai un bikini rosso fuoco. Poi, presi tra le dita il perizoma nero, pesante del seme di suo marito. Uscii.
Mi avvicinai ad Anna, che era seduta sulla sdraio. Le tesi il tessuto nero, ripiegato in modo innocente.
“Tieni,” dissi, con un dolce sorriso da vicina di ombrellone. “Apri.”
Lei mi guardò, per un attimo incerta. Poi, la curiosità e forse un desiderio più oscuro ebbero il sopravvento. Prese il perizoma, e con le dita sottili lo aprì. La macchia bianca e lucida dello sperma, abbondante e fresca, era inconfondibile, impressa nel tessuto scuro. Un brivido le percorse la schiena.
“L’ha voluto tutto dentro di me,” sussurrai, piegandomi verso il suo orecchio. “Ora tu devi leccarlo. Pulirlo. Assaggiare cosa tuo marito ha dato a una troia qualunque in vacanza.”
I suoi occhi si spalancarono. Poi, lentamente, come in trance, portò il tessuto alla bocca. La sua lingua, rosa e timida, sbucò e sfiorò la macchia bianca. Un sussulto. Poi, con una determinazione improvvisa, la lingua si fece più larga, più decisa. Iniziò a leccare, a pulire, a raccogliere ogni traccia di quel seme, con un’intensità che tradiva un’eccitazione folle. Io la guardai, trionfante, il mio potere sessuale ormai esteso su entrambi.
Presi il telefono dal mio sacchetto. Senza un briciolo di rimorso, con le dita ancora tremanti per l’orgasmo, scrissi a Marco:
«Mentre tu lavoravi, amore mio, mi sono fatta scopare il culo da un signore sulla sessantina molto aitante sul balcone. Mi è venuto dentro fino all’orlo. E adesso sua moglie sta leccando il mio perizoma sporco del suo seme. È stato glorioso.»
Il puntino di risposta apparve quasi subito. Lessi il suo messaggio, e un sorriso ancora più ampio e libero mi fiorì sulle labbra.
Marco: «Mia adorata troietta. Sei perfetta. Hai fatto benissimo. Il tuo piacere è tutto ciò che conta. Scopa con chi vuoi, dove vuoi. Ti amo da morire, puttanella mia.»
Rimisi il telefono via. Il sole era alto nel cielo, il mare brillava. Anna aveva finito di leccare, e ora teneva il perizoma stretto in mano, con uno sguardo perso e soddisfatto. Claudio mi guardava con un desiderio rinnovato. E io, Elisa, moglie fedele e troia sfrenata, mi stesi al sole, sentendo ancora il ricordo del suo cazzo dentro di me e l’amore di mio marito a cullarmi il cuore. La vacanza era appena iniziata.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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