tradimenti
L'ultimo giorno al campeggio
15.05.2026 |
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"Si mise a leccare la mia figa con una dedizione totale, cercando ogni piccola goccia dello sperma dell'uomo dal cazzo gigante..."
Quel giorno decidemmo di non fare i biricchini. Di assaporare un altro ritmo, un altro stile di vita possibile nel campeggio: la tranquillità pura, la beatitudine di una coppia che non cerca nulla oltre alla propria pace, che non insegue situazioni piccanti ma si lascia cullare dalla dolce monotonia della vacanza.La routine era semplice, quasi meditativa. Mattina: risveglio lento, caffè in silenzio osservando il mare dalla piazzola. Poi un po' di spiaggia, distesi al sole senza parlare, solo le nostre mani che ogni tanto si cercavano. Pranzo in piazzola, preparato insieme con calma. Un riposino ristoratore all'ombra della tenda, i nostri corpi nudi che si sfioravano nel sonno. Pomeriggio di nuovo in spiaggia, un tuffo, poi la lettura. Infine, doccia e la sera dedicata a qualche partita a carte con noi stessi, una sfida silenziosa tra sorrisi complici.
Le ore passavano liete e serene, come acqua calma. Eravamo un'isola di pace in mezzo al brulicare libero del campeggio. Fino a quando non suonò la sveglia del cellulare che ci ricordava gentilmente che era ora di salire dalla spiaggia, di prepararci per la routine serale.
Con molta lentezza, quasi con rammarico, raccogliemmo le nostre cose dallo sdraio. L'asciugamano ancora caldo di sole, il libro, gli occhiali. Ci incamminammo lungo il sentiero ciottoli che portava alle piazzole, il nostro corpo nudo che si muoveva senza fretta nella luce dorata del tardo pomeriggio.
Incontrammo persone. Chi faceva jogging, il sudore che lucidava i muscoli in movimento. Chi passeggiava lentamente, mano nella mano. Chi era intento con il cellulare, isolato in un mondo virtuale.
Poi, in una piazzola abbastanza vicina alla nostra, li vedemmo. Una coppia, forse sulla quarantina. Lui stava sistemando qualcosa sul camper, piegato in avanti. E il suo membro, rilassato ma comunque impressionante, pendeva tra le sue cosce.
Era impossibile non notarlo. Impossibile non fermare lo sguardo per un secondo di troppo. Non era solo lungo; era grosso, di una circonferenza importante anche a riposo, con un'ombra di venature già visibili sotto la pelle abbronzata.
Feci qualche pensierino. Veloci, involontari. Immagini di quel cazzo in contesti diversi, in azione.
Lui si accorse del mio sguardo. Non si coprì, non si girò. Anzi, si raddrizzò lentamente, quasi mettendosi in posa, permettendomi di vederlo meglio, da un'altra angolazione. Un sorriso appena accennato gli sfiorò le labbra.
Io e Marco girammo l'angolo, dirigendoci verso la nostra piazzola. Il silenzio tra noi non era imbarazzato, ma carico di un'elettricità riconosciuta.
«Decido io», dissi, rompendo il silenzio. «Vado prima io a fare la doccia. Mi serve più tempo.»
Marco annuì, un'espressione indecifrabile negli occhi. «Come vuoi.»
Presi l'asciugamano pulito, il beauty con i miei prodotti, il cellulare, il pareo leggero. Mi incamminai da sola lungo il vialetto di ciottoli che portava alle docce comuni.
Per arrivarci, dovevo passare di nuovo davanti alla piazzola dell'uomo dal cazzo gigante.
Lo vidi. Era seduto su una sedia pieghevole, sua moglie gli parlava. Mi riconobbe. I nostri occhi si incontrarono. Gli feci un timido sorriso, un sorriso da "scusa se prima ho guardato", e accelerai leggermente il passo.
Arrivata alle docce, c'era un po' di coda. Tre persone davanti a me. Mi misi in fila, appoggiata al muro caldo, e tirai fuori il cellulare per distrarmi.
Fu allora che mi scivolò il beauty. Cadde con un tonfo sordo sul pavimento di cemento.
Con un sospiro, mi chinai per raccoglierlo. E mentre ero piegata, sentii una pelle umana, calda e asciutta, sfiorare il mio sedere nudo.
Mi raddrizzai di scatto, girandomi.
Era lui. L'uomo della piazzola. Mi sorrise, un sorriso più deciso di prima. «Scusa», disse, la voce più profonda di quanto mi aspettassi. «Non volevo… è stretto qui.»
Aveva un asciugamano bianco piegato sul braccio. Lo teneva in modo da coprire parzialmente il suo inguine, ma non nascondeva la protuberanza evidente sotto il tessuto.
Il cuore mi batteva forte nel petto. L'aria nella stanza delle docce era umida, calda, carica dell'odore di sapone e di pelle bagnata.
D'istinto, come guidata da una forza esterna alla mia volontà, feci ciò che feci. Senza rompere il contatto visivo, allungai la mano. Non verso di lui, ma verso l'asciugamano sul suo braccio. Infilai la mia mano sotto il tessuto morbido, cercando.
E lo trovai.
La mia mano si chiuse attorno al suo membro. Era già semi-eretto, ma la consistenza era quella di qualcosa di potente, di denso. La mia mano non riusciva a chiuderne completamente la circonferenza. Era caldo, la pelle vellutata che pulsava lievemente sotto le mie dita.
L'eccitazione sua fu immediata e visibile. Il suo respiro si fece più pesante. Sotto la mia mano, lo sentii crescere, indurirsi, trasformarsi da promessa a minaccia concreta e magnifica.
E io… io cominciai a sentire la mia vagina pulsare. Un calore umido che si spandeva tra le mie cosce, un desiderio così improvviso e brutale da farmi quasi girare la testa.
«È il tuo turno», disse una voce dietro di me. La donna che era in fila mi indicava una cabina doccia libera.
La realtà mi tornò addosso per un secondo. Poi, guardando l'uomo davanti a me, gli dissi qualcosa che non avevo pianificato, che uscì dalla mia bocca come se fosse la cosa più naturale del mondo.
«Puoi venire a fare la doccia con me.»
Non ci fu una risposta verbale. Solo un lieve aumento della pressione della sua mano che ora copriva la mia sotto l'asciugamano. Un cenno del capo.
Entrammo nella cabina. Era stretta, per una persona. Per due era un'intimità forzata, immediata. Chiusi la porta dietro di noi e feci scattare il lucchetto con un click che sembrò irreversibile.
Appoggiammo le nostre cose sullo stretto scaffale: i due asciugamani, il mio beauty, il cellulare.
Prima di fare qualsiasi altra cosa, presi il telefono. Lui non fece nulla per nascondersi. Anzi, si spostò sotto la luce grigia della lampadina a risparmio energetico, lasciando che il mio sguardo e quello della fotocamera si posassero sul suo cazzo ora completamente eretto.
Era uno spettacolo. Lungo, sì, ma era la grossezza a togliere il fiato. Il glande era circonciso, ampio e a forma di fungo, di un rosa più chiaro rispetto al resto del membro abbronzato. Le vene solcavano la lunghezza come corde sotto la pelle tesa.
Scattai una foto. Chiara, dettagliata, senza pudore. La inviai a Marco.
Vedevo che era online. Le doppie spunte di lettura apparvero immediatamente.
Prima che potesse rispondere, scrissi: "Tesoro, sono in doccia insieme a lui. Me lo scopo sia davanti che dietro. Tanto a te piace vedere che mi scopano. Tranquillo che ti farò pulire la mia figa piena di lui. A dopo!"
La risposta di Marco arrivò pochi secondi dopo. Non una parola. Una foto. Una foto del suo cazzo in erezione, nella nostra tenda. Era la sua approvazione silenziosa, la sua eccitazione condivisa.
Misi giù il telefono e mi rivolsi all'uomo. Il suo nome non lo sapevo, non mi importava.
«Allora», dissi, la voce un po' roca.
Cominciai con una sega. Afferrai il suo membro con entrambe le mani, una sopra l'altra, e cominciai a strofinare su e giù. La mia presa era insufficiente; sentivo la carne scivolare tra le mie dita, potente e viva. Usai il pollice per massaggiare la punta, sentendo la piccola fessura umida della sua uretra.
Poi mi inginocchiai sul pavimento umido della doccia. Avere quel cazzo davanti ai miei occhi, a pochi centimetri dal mio viso, mi fece sentire una scarica elettrica lungo la schiena, un brivido che mi fece rabbrividire nonostante il caldo.
Chiusi gli occhi per un secondo, assaporando l'attimo. Poi li aprii e mi portai avanti.
La prima sensazione fu di calore e di pelle liscia sulla mia lingua. Lo leccai prima, dalla base alla punta, assaporando il sapore pulito della sua pelle. Poi aprii la bocca e lo accolsi.
Non potevo prenderlo tutto, non subito. Ma ci provai. Lo succhiai con avidità, lasciando che la mia saliva lubrificasse ogni centimetro che riuscivo a contenere. Una mano continuava a massaggiare la parte che non entrava, le palle pesanti e strette nel loro sacco.
Presi di nuovo il cellulare. Con una mano che reggeva il telefono e l'altra che continuava a lavorare sulla sua base, scattai un'altra foto: un primo piano della mia bocca che si stringeva attorno al suo glande, i miei occhi socchiusi che guardavano l'obiettivo.
La mandai a Marco con un messaggio: "Vedi cosa sto facendo? Lo sto facendo per te!"
Lo succhiai così a lungo che mi cominciò a fare male la mandibola, un dolore sordo e piacevole che era parte del piacere. Sentivo i suoi gemiti soffocati, le sue mani che si posavano sulla mia testa non per spingere, ma per accarezzare i miei capelli.
Poi decisi che era ora. Mi alzai, le ginocchia che scricchiolavano leggermente. Mi girai, dandogli le spalle, e mi piegai in avanti, appoggiando le mani al muro freddo delle piastrelle.
Gli offrii i miei due buchi.
Lui capì. Sentii le sue mani posarsi sui miei fianchi, le sue dita che esploravano prima l'ingresso della mia vagina, già inzuppata e pronta.
Entrò adagio. Solo la punta del suo glande enorme. Aspettò, respirando profondamente, permettendo alla mia figa di abituarsi, di rilassarsi attorno all'invasore.
Poi spinse. Lento ma costante. Sentii ogni centimetro del suo cazzo scivolare dentro di me, allargandomi in un modo che non credevo possibile. Era una sensazione di riempimento totale, quasi dolorosa nella sua intensità, ma sublimemente piacevole. Sentivo letteralmente la mia figa aprirsi e accogliere quel cazzo, come se fosse fatto apposta per lui.
Lui prese il mio cellulare dalla mia mano rilassata. Senza smettere di muoversi dentro di me con movimenti lenti e profondi, cominciò a scattare foto. Sentii il clic della fotocamera.
Clic. Una foto dove la punta del suo cazzo era appoggiata contro l'entrata della mia vagina, lucida dei miei umori.
Clic. Una foto dove era dentro per metà, la distensione delle mie labbra attorno a lui chiaramente visibile.
Clic. Una foto dove era tutto dentro, il suo pube che premeva contro il mio sedere.
Cominciò a scoparmi con una forza crescente. L'acqua della doccia era stata aperta da uno di noi, non ricordo chi, e ora scorreva calda sulla nostra schiena, attutendo il rumore umido e ritmico dei suoi colpi di bacino contro il mio. Il vapore riempiva la cabina, annebbiando le pareti.
Girai la testa verso di lui sopra la spalla. I nostri sguardi si incontrarono nel riflesso appannato dello specchio.
«Sarà l'unica volta che scoperemo», ansimai, la voce rotta dalle sue spinte. «Quindi voglio provare tutto. Voglio provare il tuo cazzo nel culo. Fai piano… ma lo voglio tutto dentro.»
Lui emise un suono gutturale di approvazione. Si ritirò dalla mia figa con un movimento lento.
Quando lo tolse, sentii una sensazione stranissima: la mia figa si sentiva aperta, vuota in modo innaturale. Misi due dita dentro per sentire. I miei muscoli interni erano rilassati, distesi, e faticavano a ritornare alla normalità.
«Foto», chiesi, senza voltarmi. «Fammi una foto.»
Lui obbedì. Si spostò dietro di me e scattò. Poi mi fece vedere lo schermo.
L'immagine era esplicita e surreale. La mia vagina era visibilmente divaricata, le labbra gonfie e arrossate, e l'interno – un rosa più acceso – era visibile, come un piccolo fiore straordinariamente aperto. Il buco sembrava spalancato.
Prima di procedere, mi voltai completamente. «Un altro pompino», dissi. «Di ricordo.»
Mi inginocchiai di nuovo e presi in bocca il suo cazzo, che era ancora durissimo e lucido dei miei fluidi. Lo succhiai con una sorta di nostalgia anticipata, memorizzando la sensazione, il sapore, la forma contro la mia lingua.
Poi mi rimisi in posizione, a quattro zampe sul pavimento bagnato.
«Piano», sussurrai.
Sentii la punta del suo glande, ancora umida della mia saliva e dei miei umori, premere contro l'ingresso stretto del mio ano.
La fitta iniziale fu acuta, un lampo di dolore puro che mi fece trattenere il respiro. Lui si fermò.
«Continua», gemetti.
E lui continuò. Piano, lentissimo, inesorabile. Sentii la "lama", come l'avevo pensata prima, entrare come fosse burro caldo – ma un burro che opponeva resistenza, che bruciava. Era una sensazione di strappo controllato, di apertura forzata.
Non fece foto questa volta. Attivò la videocamera del mio telefono.
«Sto filmando tutto», mormorò, la voce piena di eccitazione. «Per tuo marito.»
Quelle parole mi spinsero oltre il dolore. L'idea che Marco avrebbe visto questo, che avrebbe visto e sentito ogni mio gemito di sofferenza e piacere misti, ogni centimetro di quel cazzo mostruoso scomparire dentro di me… mi eccitò fino a farmi girare la testa.
Il dolore era quasi insopportabile. Un dolore profondo, viscerale. Stavo per dirgli di fermarsi, per desistere. Ma poi pensai a Marco. Pensai al suo sguardo mentre avrebbe guardato il video. Pensai alla mia promessa di fargli leccare tutto dopo.
Strinsi i denti. Afferrai le piastrelle del muro fino a farmi male alle nocche. E aspettai.
E lui arrivò alla fine. Sentii il suo pube premere contro le mie natiche. Ero piena in un modo che non avevo mai sperimentato. Piena ovunque.
Aspettò un attimo infinito, permettendo al mio sfintere di abituarsi alla presenza intrusiva. Poi cominciò a muoversi.
Un dentro e fuori lento, misurato. E ogni volta che si ritirava completamente e poi rientrava, sentivo un suono umido e schioccante – proprio come lo stappo di una bottiglia di vino pregiato. Ero in estasi totale. Il dolore si trasformava in un piacere bruciante, intenso, quasi mistico. Le mie ginocchia tremavano, cedevano sotto di me, ma volevo continuare. Avrei continuato all'infinito.
Dopo quello che mi parve un'eternità, lui si ritirò per l'ultima volta.
«Tienile aperte», ordinò con voce roca.
Obbedii, separando le natiche con le mani.
Sentii il clic della fotocamera. Poi mi mostrò lo schermo.
Il mio ano era rosso acceso, infiammato dall'uso intenso. Era vergognosamente aperto, un cerchio scuro e rilassato che sembrava restare in quella posizione anche dopo la partenza dell'ospite.
Mi girai verso di lui. Il suo cazzo era ancora eretto, ma pulsava in modo diverso, più frenetico. Era prossimo alla venuta.
Gli feci un pompino veloce, deciso. Non volevo ingoiare. Anche se una parte di me – una parte profonda e oscura – desiderava sentire quel cazzo pulsare nella mia gola e rilasciare carichi di sperma caldo, avevo un piano diverso.
«Voglio che mi vieni dentro», dissi, staccandomi da lui con uno schiocco finale delle labbra. «Nella figa.»
Mi misi di nuovo a novanta gradi, offrendogli la mia vagina da dietro.
Questa volta l'uomo non chiese permesso. Con il cellulare ancora in mano, probabilmente ancora filmando, si avvicinò. E con un unico, potente colpo di bacino, mi penetrò completamente.
Un gemito mi sfuggì, un suono di pura sottomissione al piacere.
Mentre scopava con forza rinnovata, lui parlò rivolgendosi al telefono, alla figura invisibile di Marco dall'altra parte dello schermo.
«Vedi? Vedi come sto scopando tua moglie?» La sua voce era bassa, trionfante, porca. «Adesso le vengo dentro. E tu pulirai tutto. Tu non sai chi sono… ma io so chi sei te. E so che tua moglie…» spinse più forte, facendomi gridare, «…vuole ancora il mio cazzo.»
Quelle parole – quel "so chi sei te", quella consapevolezza che lui sapeva di Marco, del nostro gioco – furono la goccia che fece traboccare il vaso.
Raggiunsi un orgasmo incredibile, mai provato prima. Non fu un'onda, fu un'esplosione nucleare che partì dal mio utero e si diffuse in ogni cellula del mio corpo. Urlai, un urlo soffocato dal rumore dell'acqua ma comunque liberatorio, mentre mi contraevo violentemente attorno al suo cazzo.
Lui continuò a scoparmi più forte, più veloce, spinto dalle mie contrazioni e dalle sue parole. Poi lo sentii irrigidirsi, un ultimo colpo profondo, e un getto caldissimo di sperma che mi riempì, ondata dopo ondata.
Rimase dentro di me ben oltre la fine della sua venuta, come se volesse sigillare il suo possesso temporaneo. Io rimasi immobile, piegata a novanta, diventata nient'altro che un’alcova umida e accogliente per il suo cazzo superbo.
Alla fine lo sfilò con un suono umido. Io rimasi nella stessa posizione, sentendo il suo sperma iniziare a colarmi lentamente lungo le mie cosce interne.
Lui aprì la porta della doccia. La luce più forte dello spogliatoio entrò nella cabina vaporosa. Senza una parola, senza nemmeno guardarmi indietro, uscì e scomparve.
La porta rimase aperta.
Non mi mossi immediatamente. Respiravo a fatica, il mio corpo era un'unica massa sensibile e soddisfatta.
Poi sentii dei passi. Una figura entrò nella cabina credendola libera.
«Oh! Scusa!» esclamò una voce maschile giovane.
Mi girai lentamente, ancora a quattro zampe. Era un ragazzo, forse venticinquenne, con un corpo atletico e asciutto. I suoi occhi andarono dal mio viso al mio sedere ancora esposto, alla pozza di fluidi misti sul pavimento della doccia, al mio sguardo sfacciatamente diretto.
Vide tutto. Vide la mia figa visibilmente usata, vide il mio ano ancora aperto e arrossato. Vide lo sperma che cominciava a colare da me.
Invece di andarsene inorridito, chiuse lentamente la porta dietro di sé. Il lucchetto non era più chiuso.
Non disse una parola. I suoi occhi erano scuri di desiderio immediato. Si sfilò il suo asciugamano e io vidi il suo cazzo: di dimensioni normali, pulito, eretto per quello che stava vedendo.
Si avvicinò e senza cerimonie mi penetrò nella vagina ancora piena dello sperma dell'uomo precedente.
La sensazione era diversa. Dopo la monumentale apertura di prima, il suo membro normale quasi si perdeva dentro di me. Ma non importava. Volevo rimanere lì, in quello stato di abbandono totale. Volevo che anche lui usasse il mio corpo e venisse dentro di me.
Scopò per pochi minuti, con una fretta giovanile. Poi si ritirò e sentii la punta del suo cazzo cercare l'ingresso del mio ano, ancora lubrificato e rilassato dall'uso precedente.
Entrò senza difficoltà. Dopo cinque minuti di movimenti rapidi e poco profondi, gemette e svuotò il suo sperma caldo nel mio retto.
Poi si ritirò, si pulì frettolosamente con il suo asciugamano e uscì dalla cabina senza aver mai pronunciato una sola parola.
Rimasi sola. Mi alzai lentamente, le gambe che tremavano. Guardai il mio riflesso nello specchio appannato: una donna con i capelli zuppi e arruffati, il corpo segnato da mani diverse, gli occhi brillanti di una soddisfazione animale.
Non mi pulii. Non volli togliere nemmeno una goccia di quello che era successo. Presi il mio asciugamano e mi asciugai sommariamente solo l'acqua della doccia. Poi mi avvolsi nel pareo leggero, sentendo lo sperma dei due uomini mischiarsi tra le mie cosce e colare lentamente.
Uscii dalle docce e mi diressi verso la nostra piazzola con una lentezza da sonnambula.
La tenda era aperta. Marco non c'era.
Aspettai dieci minuti seduta sul lettino pieghevole fuori dalla tenda, sentendo le mie secrezioni raffreddarsi sulla pelle.
Poi lo vidi arrivare dal vialetto principale. Aveva un'espressione strana, intensa.
Non gli chiesi dove fosse stato. Invece, quando fu abbastanza vicino, gli dissi con voce calma ma ferma: «Mettiti disteso a letto. A pancia in su.»
Lui mi guardò per un secondo, poi obbedì in silenzio. Entrò nella tenda e si distese sul nostro materassino gonfiabile.
Io lo seguii. Mi sedetti sopra di lui a cavalcioni. Il mio pareo era macchiato di umidità nella zona centrale.
Marco guardò le mie cosce nude che spuntavano dal pareo. Vide le tracce bianche e lucide che vi si erano depositate durante il tragitto.
E senza che glielo chiedessi, cominciò a leccare.
Partì dalle mie cosce, raccogliendo con la lingua ogni goccia di sperma che era colata lì dal mio interno. La sua lingua era piatta, avida, meticolosa.
Poi si avvicinò alla fonte. Si mise a leccare la mia figa con una dedizione totale, cercando ogni piccola goccia dello sperma dell'uomo dal cazzo gigante. Sentivo la sua lingua scivolare tra le mie labbra gonfie, penetrare dentro di me per raccogliere ciò che era rimasto nel canale vaginale. Deglutiva senza esitazione.
Quando sembrò aver finito, rallentò i suoi movimenti di leccata soddisfatta.
Fu allora che parlai.
«Mi sono fatta scopare il culo anche da un ragazzo», dissi con voce neutra mentre accarezzavo i suoi capelli. «Subito dopo il signore.»
Vidi i suoi occhi illuminarsi di un’eccitazione ancora più profonda, più oscura. Senza bisogno di altre istruzioni, si spostò più in basso.
Con le mani mi aprì le natiche. Con delicatezza infinita ma determinazione assoluta, la sua lingua trovò l'ingresso del mio ano ancora rilassato e umido del secondo sperma.
E cominciò a leccare anche lì. A raccogliere ogni residuo del giovane sconosciuto che mi aveva usata dopo l'altro.
Finito il suo "compito", si staccò da me. Il suo viso era bagnato dei fluidi di tre persone diverse: i miei e quelli degli altri due uomini.
Mi distesi accanto a lui sul materassino e lo baciai profondamente. Il suo sapore era complesso, salato, muschiato – il sapore della nostra trasgressione condivisa. Nel mentre gli tenevo il cazzo in mano; lo sentivo bagnato della sua stessa saliva mista a tutto il resto, duro come l'acciaio e pulsante.
«Dove eri», gli chiesi infine rompendo il bacio e guardandolo negli occhi scuri di desiderio, «quando sono tornata in tenda?»
Marco fece un respiro profondo. «Ho visto quando hai fissato quel signore», disse con voce bassa e roca. «E quando mi hai mandato la foto… ho capito subito che era lui.»
Fece una pausa, i suoi occhi persi per un attimo nel ricordo.
«Ho aspettato che tornasse alla sua piazzola», continuò. «Fortuna ha voluto che sua moglie fosse andata a chiedere delle informazioni alla reception.»
Un'altra pausa più lunga.
«Lui mi ha fatto entrare nel suo camper», disse Marco, e vidi un fremito attraversarlo mentre lo diceva. «Mi ha detto che ti aveva scopato e riempita.»
«E tu?» sussurrai.
«Io gli ho risposto che lo sapevo già», disse Marco fissandomi intensamente. «E che ero lì da lui per assicurarmi che non si fosse persa nessuna goccia del suo sperma.»
Il mio cuore sembrò fermarsi per un battito.
«Allora mi sono chinato», concluse Marco con un filo di voce, «e gli ho fatto un pompino finché non è venuto. È stata una venuta breve… poco sperma… ma ho voluto provare a sentire quello che hai provato tu.»
Quando Marco finì di dirmi questa cosa – questa confessione incredibile – lo baciai con una passione bruciante, una passione fatta di gratitudine, di complicità assoluta, di desiderio rinato dieci volte più forte.
«Sei diventato», gli sussurrai tra un bacio e l'altro, le labbra ancora contro le sue, «a tutti gli effetti… un bisex… e cornuto.»
Marco non resistette più. Con un gemito profondo che sembrò venire dalle viscere della terra stessa, venne mentre gli stavo ancora facendo la sega con la mano bagnata della sua saliva e dei fluidi altrui.
Il suo sperma schizzò caldo sul suo addome e sul mio polso.
Con la mano sporca del suo stesso seme gliela spalmai sul culo nudo e teso. Poi guardandolo negli occhi senza mai distogliere lo sguardo infilai due dita dentro al suo ano con decisione ma senza brutalità.
Marco chiuse gli occhi per un secondo sopportando la sensazione nuova e intensa, poi li riaprì fissandomi con uno sguardo di totale resa.
Lo baciai ancora una volta infinitamente dolce.
«Non vedevo l'ora», gli sussurrai contro le labbra mentre le mie dita rimanevano dentro di lui a muoversi lentamente in quel caldo interno ora mio, «che arrivasse questo momento.»
Fuori dalla tenda il campeggio viveva la sua serata normale: risate lontane, odore di barbecue, musica sommessa da qualche parte.
Dentro la nostra tenda avevamo appena varcato insieme una soglia da cui non c'era ritorno.
E non volevamo tornare indietro.
Mai più
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