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Gay & Bisex

Il ritorno dall'orgia


di Distratta
05.06.2026    |    1.053    |    2 9.3
"Ha cominciato a infilarmi tre, quattro dita… finché non è entrata tutta la mano..."
Il messaggio arrivò un venerdì pomeriggio, mentre ero ancora in ufficio a sbrigare le ultime incombenze della settimana.
Il telefono vibrò sul tavolo. Lo schermo si illuminò con il nome di Marco.
«Tesoro, questa sera tornerò a casa tardi perché ho organizzato un'orgia gay. Ci saranno 10 uomini e io in mezzo.»
Un brivido mi percorse la schiena, misto a curiosità, eccitazione e una punta di gelosia. Quel venerdì, fino a quel momento piuttosto piatto, prese immediatamente una piega frizzante. Chiusi gli occhi per un attimo, immaginando Marco al centro di quel vortice di corpi maschili, circondato da cazzi, desideri, trasgressioni. Un po' lo invidiavo, sì. Ma era ciò che gli avevo permesso di fare. Era il suo spazio, la sua esplorazione. E io volevo sapere tutto.
Arrivai a casa dopo la giornata di lavoro, stanca fisicamente ma elettrizzata dentro. Mi feci una doccia veloce, l'acqua calda che cercava di lavare via la stanchezza ma non l'anticipazione. Cenai in fretta, senza appetito, il pensiero fisso su quello che stava vivendo Marco in quel momento.
Mi misi sul divano del salotto, completamente nuda. La pelle ancora umida per la doccia rifletteva la luce soffusa delle lampade. Con una mano tenevo il cellulare, in attesa di notizie. Con l'altra, accarezzavo lentamente la mia vagina, le dita che esploravano la mia umidità crescente. Immaginavo Marco, legato, usato, riempito. Il pensiero mi eccitava più di quanto volessi ammettere.
Le 22.30. Sentii il rumore della chiave nella serratura. La porta si aprì.
Marco entrò. Mi vide distesa sul divano, nuda, in attesa. Non riuscì a sorridere. Il suo viso era segnato da una stanchezza profonda, quasi fisica. Aveva gli occhi cerchiati, i lineamenti rilassati da uno sforzo prolungato. Ma c'era qualcosa di più: un'espressione di estremo abbandono, di sfinimento misto a una soddisfazione profonda.
Mi alzai e andai a baciarlo. Lui si lasciò baciare, ma non c'era il solito trasporto, la solita energia. Era passivo, quasi svuotato. Eppure, nel bacio, sentii distintamente il gusto. Un gusto salato, metallico, inconfondibile. Sperma. Il suo sapore era nella sua bocca, sulla sua lingua.
«Allora?», chiesi, rompendo il bacio, le mani che gli accarezzavano il viso. «Com'è andata?»
Lui sospirò, un sospiro che sembrava venire dalle profondità della sua stanchezza. Si lasciò cadere su una sedia vicina. «Sono stanco», disse, la voce rauca. «Ho il culo in fiamme. E, soprattutto… solo uno mi è venuto in bocca. Tutti gli altri… mi sono venuti in culo. E poi me l'hanno tappato con un plug. Così avrei portato a casa il loro seme.»
Le sue parole mi fecero accapponare la pelle. L'eccitazione che avevo provato fino a quel momento si trasformò in una curiosità bruciante, vorace.
Cominciai con una serie di domande a raffica. «Dove? Come? Erano gentili? Ti hanno fatto male? E il plug? Com'è?»
Marco mi guardò, e per la prima volta quella sera, un barlume di luce tornò nei suoi occhi. Vedeva il mio interesse genuino, la mia sete di dettagli.
«Adesso», dissi io, la voce bassa ma carica di autorità, «mi racconti tutto. Nel minimo dettaglio.»
Prima di parlare, Marco si alzò dalla sedia. Con movimenti lenti, dolorosi, cominciò a spogliarsi. La camicia, i pantaloni, le scarpe. Quando fu completamente nudo, vidi che il suo cazzo era ancora in erezione. Un'erezione tenace, quasi dolorosa, che contrastava con l'espressione di sfinimento sul suo volto.
Prima di sedersi di nuovo, si girò. Mi diede la schiena.
E lì vidi.
Sporgente dal suo ano, c'era la base di un plug. Non un plug qualsiasi. Era enorme. Di un nero lucido, la base a forma di T per evitare che venisse risucchiato all'interno. La dimensione era impressionante. Doveva essere largo almeno 15 centimetri. Pensai, con un misto di orrore e fascinazione, a quanto lo avessero scopato per riuscire a metterglielo dentro.
Marco si sedette con cautela, gemendo leggermente. Il plug doveva premere contro le sue viscere in modo costante.
Mentre cominciò a raccontare, notai che il suo cazzo rimaneva in costante erezione. Il racconto stesso, il rivivere l'esperienza, lo eccitava ancora.
«Ho selezionato dieci uomini», cominciò, la voce più ferma ora. «Tutti anziani. Sessanta, settant'anni. Conosciuti in una chat gay. Il luogo era la casa di uno di loro.»
Chiuse gli occhi, come per visualizzare meglio la scena.
«Sono arrivato. Mi hanno fatto entrare. Il proprietario, un uomo sulla settantina ma ancora in forma, mi ha fatto spogliare subito. Completamente. Poi mi ha bendato.»
Fece una pausa, deglutendo. «Mi ha accompagnato in una stanza. Mi ha fatto sedere su una sedia. Di legno, con braccioli. Mi ha legato mani e gambe con delle corde di velluto. Poi… poi è cominciato.»
Aprì gli occhi, fissandomi. «Uno alla volta, hanno cominciato a mettermi il cazzo in bocca. Come una fase di riscaldamento, mi ha detto il proprietario. Sentivo le loro mani sulla mia testa, che mi guidavano. Sentivo i loro cazzi diversi. Alcuni più sottili, altri più grossi. Alcuni già bagnati, altri asciutti. Li succhiavo tutti. Uno dopo l'altro.»
«Quando tutti avevano finito il giro», continuò, «mi hanno tolto la benda dagli occhi.»
La sua voce tremò leggermente. «E ho visto. Tutti in cerchio attorno a me. Dieci uomini, tutti nudi. Dieci cazzi, tutti eretti, tutti rivolti verso di me. E ho capito che avrei dovuto soddisfarli tutti, prima di poter tornare a casa. Questo particolare… mi creava un'eccitazione incredibile. Perché sapevo che non potevo tirarmi indietro. Non c'erano scelte.»
Fece un respiro profondo. «All'unanimità, hanno deciso. Sarebbero venuti tutti dentro il culo. Tutti.»
Guardai la sua erezione pulsare mentre parlava. Era chiaro che il ricordo lo eccitava ancora profondamente.
«Guardando la sala», continuò Marco, «ho notato un angolo. C'erano… decine di dildi. Di tutte le dimensioni. Alcuni più piccoli del mio pugno. Altri grandi come un braccio. Il proprietario ha detto che i partecipanti potevano usarli a loro piacimento. Per… prepararmi.»
«Il primo si è avvicinato. Aveva un barattolo di vaselina. Ne ha presa una manciata e ha iniziato a lubrificare il mio culo. Due dita dentro e fuori, finché non sono stato abbastanza aperto. Poi… poi ha messo il suo cazzo dentro. L'ho sentito tutto. Fino in fondo.»
Marco chiuse di nuovo gli occhi, come per rivivere la sensazione.
«E quello era solo il primo», sussurrò. «Vedevo tutti gli altri attorno a me, che si segavano. Tutti uomini attempati. Cazzi di forme e dimensioni diverse. Peli grigi, pance morbide. Ma tutti eccitati. Tutti per me.»
«Il primo uomo, sempre con il suo cazzo dentro di me… ha preso un dildo. Non enorme, ma… significativo. L'ha aggiunto. Per dilatare il culo, ha detto. Il dolore… era veramente elevato. Nonostante il culo sia elastico, quell'uomo non ha avuto alcuna pietà. Mi ha aperto a suo piacimento.»
Marco si passò una mano sul viso, come per cancellare un sudore immaginario.
«Poi ha sfilato il dildo… ed è venuto dentro. Sentivo il suo sperma caldo che mi riempiva.»
«Un altro uomo si è avvicinato. Ha cominciato a infilarmi tre, quattro dita… finché non è entrata tutta la mano.»
Io trattenni il respiro. Una mano intera.
«Nel mentre», continuò Marco, la voce sempre più roca, «me lo metteva in bocca. E io non potevo fare altro che succhiarglielo. Succhiare mentre mi apriva con la mano… era… indescrivibile.»
«Poi mi hanno messo a novanta gradi. Su tutte e quattro. E quell'uomo ha cominciato a scoparmi il culo. Con la mano ancora dentro.»
Fece una pausa, il respiro affannoso.
«È stato un susseguirsi. Cazzi, dildi, dita… il mio culo veniva divaricato, usato, riempito. Alla fine… era tremendamente aperto. Tanto che si vedevano le viscere, mi hanno detto. E lo sperma colava. Continuava a colare.»
«Il proprietario ha portato una scodella. L'ha messa sotto di me. Perché, ha detto, nessuna goccia di sperma doveva andare persa.»
Marco scosse la testa, come se non riuscisse ancora a crederci.
«Il mio culo mi faceva male. Sentivo che non riuscivo più a chiudere lo sfintere. Era… aperto. Eppure… stavo godendo. A sentire che c'erano tutti quei cazzi solo per me. Che tutti quei uomini mi desideravano, mi usavano.»
«Si alternavano. Tutti sono venuti dentro. Tutti tranne uno. Quello con il cazzo piccolo. Lui… mi è venuto in bocca. E io l'ho ingoiato. Prontamente.»
La fierezza nella sua voce era palpabile.
«Quando ho soddisfatto tutti… dalla posizione a novanta, mi sono messo in ginocchio. E ho sentito… tutto lo sperma che usciva. Senza resistenza. Dalle mie viscere. E colava nella ciotola. Un fiume. Bianco, caldo.»
Aprì gli occhi, mi fissò. «Non ci credevo. Di essere riuscito a godere per così tanto tempo. E soprattutto… a farmi scopare il culo da tutti quegli uomini.»
«Prima che tutti se ne andassero… si sono fatti fare un pompino di pulizia. Da me. Per ripulire tutti i cazzi dai residui di sperma.»
«Quando tutti se ne sono andati… è rimasto solo il proprietario. Lui… ha messo tutta la mano nel mio culo.»
Marco fece una pausa drammatica.
«E successivamente… ci ha versato dentro tutto lo sperma della ciotola. Con un mestolo. Tutto. Dentro di me.»
«Quando tutto lo sperma era dentro… ha preso il plug più grande che aveva. Questo.»
Indicò con la testa il plug che ancora sporgeva dal suo culo.
«E me l'ha spinto dentro. Dicendo: "Questo te lo regalo io. Torna a casa così. Ti conviene, sennò ti sporcheresti tutto da quanto sperma hai nel culo."»
«Salito in macchina… facevo fatica a sedermi. Dal male al culo. E dal dolore che mi provocava la punta del plug all'intestino. Ma non potevo fare altrimenti.»
Finì di raccontare. La stanza era immersa nel silenzio. Solo il nostro respiro, affannoso.
Lo guardai. L'uomo che amavo, nudo, sfinito, ancora eccitato, con un enorme plug nero che gli tappava un culo riempito dello sperma di dieci sconosciuti.
Mi venne spontaneo dirgli, la voce piena di ammirazione e di desiderio: «Sei stato bravissimo. Sono orgogliosa di te. Mi eccita sapere che sei pieno di sperma.»
Mi alzai. «Voglio vedere quando ti togli il plug. Dai, andiamo in bagno.»
Lui si alzò, con uno sforzo evidente. Mi seguì in bagno, i passi lenti, dolorosi.
Nel bagno, la luce era più forte. Gli ordinai di chinarsi, di appoggiare le mani al lavandino.
Si chinò, offrendomi la vista del suo culo devastato. Il plug nero sporgeva come un tappo mostruoso. Presi la base a T tra le dita. Era freddo, liscio.
«Pronto?», chiesi.
Lui annuì, gli occhi chiusi, i pugni serrati sul bordo del lavandino.
Tirai. Lentamente all'inizio, poi con decisione.
Con uno schiocco umido, viscido, il plug uscì.
E lasciò lo sfintere divaricato.
Era così divaricato che, guardando dentro quel buco aperto, potevo vedere il bianco dello sperma che riempiva il suo retto. Una pozza di bianco che luccicava alla luce del bagno.
In quella posizione, con il culo così aperto, così vulnerabile, così riempito, non resistetti.
Gli misi una mano dentro.
La mia mano scivolò dentro con una facilità inquietante, senza attrito, grazie al lubrificante e allo sperma che riempiva ogni spazio.
«Metti più dita», gemette Marco, la voce soffocata dal piacere e dal dolore. «Di più.»
Sapevo qual era il suo vero obiettivo. Sapevo cosa voleva.
Così feci. Senza andare per il sottile, estrassi la mano, poi unii le mie due mani, intrecciando le dita. Formai un pugno doppio, enorme.
«Marco», sussurrai.
Lui annuì, freneticamente.
In un colpo solo, spinsi entrambe le mie mani dentro il suo culo aperto.
Lui gridò. Un grido che era puro dolore, misto a un'estasi folle.
Feci qualche movimento, lento, profondo. Sentivo le mie mani scivolare nel caldo, nel morbido, nello sperma che riempiva tutto.
Il suo grido si trasformò in un gemito. Poi in un lamento di piacere puro.
Il ritmo divenne più deciso. Lui, senza nemmeno toccarsi, venne. Un getto potente di sperma che schizzò contro il mobile del lavandino, mentre le mie mani erano ancora dentro di lui, muovendosi nella cavità che aveva ospitato dieci uomini.
Piano, lentamente, sfilai prima una mano, poi l'altra. Estrassi le mie braccia, le mani gocciolanti di sperma e di lubrificante.
«Tesoro», dissi, guardando il suo culo che rimaneva apertissimo, lo sfintere che non riusciva più a contrarsi completamente. «Il tuo culo ormai rimane aperto. Non servirà più la vaselina quando andrai a farti scopare.»
Lui si girò, lentamente. Il suo viso era solcato dalle lacrime, ma i suoi occhi brillavano di una gioia profonda, di una liberazione totale. Mi guardò, e disse, con una voce che era una promessa, una profezia:
«Tutti gli uomini che passeranno per casa… dovranno passare per il mio culo.»
Sorrise, un sorriso stanco, ma infinitamente soddisfatto.
E io capii che la sua esplorazione non era finita.
Era solo cominciata.
E che il nostro amore, la nostra complicità, avrebbe incluso anche questo.
Un culo permanentemente aperto.
Un marito sempre pronto.
E una moglie sempre curiosa.
Pronta ad ascoltare.
Pronta a partecipare.
Pronta ad amare ogni parte di lui.
Anche quella più aperta.
Anche quella più riempita.
Anche quella più libertina.
Perché era lui.
E perché ero io.
E insieme, non c'erano limiti.
Solo desiderio.
Solo amore.
Solo apertura.
In tutti i sensi.
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