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Il quinto giorno in campeggio


di Distratta
14.05.2026    |    1.885    |    6 9.9
"Lo vidi dalla coda dell’occhio, in piedi vicino al divano, il suo cazzo duro in una mano, mentre con l’altra teneva il cellulare alto, fotografando, filmando quello che stavo combinando..."
In vacanza gli orari si dilatano, si fanno elastici, perdono la rigidità della vita ordinaria. La mattina seguente ce la prendemmo tutta per noi, un rituale di risveglio lento e sensuale. Calma assoluta. Il sole filtrava attraverso il tessuto della tenda, disegnando pattern dorati sul nostro corpo ancora intrecciato dal sonno.
Preparai il caffè sul fornello a gas, il profumo amaro e intenso che si mescolava all’odore della salsedine. Marco uscì e tornò con delle brioches ancora calde dal market del campeggio, Mangiammo lentamente, distesi sui sacchi a pelo spalancati fuori dalla tenda, nudi sotto il primo sole tiepido.
«Oggi sistemiamo la tenda», disse Marco, leccandosi le dita unte di burro. «E poi?»
«Poi non facciamo niente», risposi, allungando una gamba per sfiorargli il fianco con un piede. «Il beato ‘non far niente’ è il vero lusso.»
Decidemmo di andare in spiaggia solo nel primo pomeriggio, dopo aver aggiustato una tenda che non aveva davvero bisogno di riparazioni, ma che era un pretesto per stare insieme, per toccarsi mentre si passavano corde e picchetti, per ridere quando lui mi bloccò contro il palo centrale per rubarmi un bacio che si trasformò in qualcosa di più, fino a farmi gemere con la bocca contro la sua spalla mentre mi sollevava da terra.
Dopo pranzo, una passeggiata per il campeggio. Era l’ora della siesta, e molte piazzole erano silenziose, ma altre brulicavano di vita. Coppie, famiglie, gruppi di amici. E tutti nudi, o quasi.

Camminavamo mano nella mano, ma i nostri occhi non erano sulle strade sterrate o sulle piante di pino. Erano sui corpi. Iniziammo come per gioco, un sussurro all’orecchio.

«Hai visto quello? Com’è fatto», mormorai, indicando con un cenno del mento un uomo sulla cinquantina che si stava stendendo la crema. Era ben dotato, lungamente, con una circoncisione netta che lasciava il glande scoperto anche a riposo.

«Guarda quella», bisbigliò Marco in risposta, la sua mano che strinse la mia. «Che belle labbra sporgenti. Sono carnose, come piccoli cuscini.»

Era una donna forse sulla cinquantina distesa a pancia in su, le gambe leggermente aperte. Le sue labbra erano prominenti, di un rosa scuro, e rilassate dal sole lasciavano intravedere un accenno di rosa più chiaro all’interno.

Il gioco si fece più audace. «Guarda quella, ha il tatuaggio che le arriva all’inizio della vagina», osservai, indicando una signora dai capelli color del fuoco. Un intricato disegno di fiori scendeva dal suo fianco, attraversava il pube glabro e si fermava proprio sulla linea superiore della sua vulva, come una freccia che indicava la via.

«Che bello che è quel cazzo», commentò Marco, la voce un po’ più roca. Indicava un giovane che giocava a ping-pong. Era eretto, forse per l’attività fisica o forse per altro, e oscillava con i suoi movimenti, lungo, spesso, con un’impressionante rete venosa che pulsava sotto la pelle abbronzata.
Ma non ci limitammo ai commenti estetici. La fantasia prese il sopravvento, alimentata dalla nudità onnipresente e dalla libertà dell’ambiente.
«Quello là», sussurrai a Marco mentre passavamo vicino a un uomo che leggeva un libro, il suo membro morbido ma promettente appoggiato sulla coscia, «lo vorrei in bocca mentre tu mi guardi. Lo vorrei sentire diventare duro sulla mia lingua.»
«Quella con le labbra carnose», rispose lui, il respiro che si fece più pesante, «la vorrei vedere inginocchiata davanti a te mentre tu le separi quelle labbra con le dita e le lecchi finché non trema.»
Capitava spesso, a dir la verità, che oltre all’apprezzamento estetico, ci scambiassimo descrizioni esplicite di cosa avremmo voluto fare con quei corpi che ci passavano accanto. Ogni commento era una scintilla che cadeva sulla polvere secca della mia eccitazione. Sentivo il mio desiderio crescere, un calore umido e insistente che si accumulava tra le mie cosce. La mia andatura cambiò, diventando più oscillante, più consapevole del mio stesso corpo nudo e dei suoi effetti.
Marco, stranamente, sembrava rimanere più tranquillo. Il suo pene era a riposo, anche se i suoi occhi bruciavano di un fuoco contenuto. Ma mentre la mia eccitazione diventava visibile – il mio clitoride che si gonfiava leggermente, le mie labbra che diventavano più piene e scure – la sua calma era solo apparente. Era una caldaia a pressione, lo sentivo.
Tornati alla tenda, la tensione era palpabile. Prendemmo la crema solare, le poche cose necessarie e gli asciugamani. Andare in spiaggia non era più solo una questione di prendere il sole. Era una missione.
Durante la passeggiata, avevamo notato un lembo di spiaggia più raccolto, lontano dalle zone più affollate, con una fila di ombrelloni e sdraio di paglia. Ci dirigemmo lì.
Quando arrivammo, l’ombrellone all’estremità, quello più appartato vicino a una duna, era l’unico libero. Accanto, sotto un grande ombrellone blu, c’era un gruppo di tre coppie. Ridevano, parlavano animatamente, si passavano una bottiglia di vino. Erano tutti sulla cinquantina, ben tenuti, con corpi abbronzati e rilassati dalla vacanza.
Chiesi cortesemente se l’ombrellone accanto era libero. Una donna con lunghi capelli biondi e un sorriso aperto mi guardò, i suoi occhi che scivolarono su di me con una curiosità non nascosta. «Ma certo, liberissimo!» disse con un accento del nord Italia.
Diedi le spalle al gruppo e mi piegai per stendere l’asciugamano sulla sdraio. Il movimento fece sì che il mio sedere si offrisse completamente alla vista di chiunque fosse dietro di me.
I commenti arrivarono immediatamente, a bassa voce ma non abbastanza da non essere uditi.
«Che posteriore, santo cielo», disse una voce maschile, bassa e ammirata.
«È perfetto», aggiunse una voce femminile, più giovane. «Sembra di marmo liscio.»
Marco, che si stava distendendo sulla sdraio accanto, mi guardò con un’espressione sorniona. Si avvicinò, fingendo di sistemare l’asciugamano, e mi sussurrò all’orecchio: «Missà che oggi ne succederanno delle belle! Sei eccitata? Io lo sono!»
Gli lanciai un’occhiata di traverso e poi abbassai lo sguardo verso il suo inguine. Il suo cazzo era già bello duro, un’erezione impressionante che svettava verso l’ombelico, la pelle tirata e lucida al sole.
«Sì», sussurrai in risposta, la voce carica di promessa. «Sono molto eccitata… Voglio fare di tutto.»
Poco dopo, uno degli uomini del gruppo si avvicinò con una scusa. Era alto, capelli sale e pepe, con un fisico da nuotatore ancora in forma.
«Scusateci se abbiamo fatto un po’ di baccano», disse, con un sorriso cordiale. «Ci troviamo da tanti anni qui, tutti nello stesso periodo. Veniamo da tutta Italia.»
«Ma si figuri», risposi, alzandomi e offrendogli un sorriso che sapevo essere più che amichevole. «È bello vedere quando le persone si divertono.»
Nel mentre che gli sorridevo, i miei occhi fecero una discesa rapida e deliberata verso il suo inguine. Era semi-eretto, un’ombra promettente sotto il pube abbronzato. Poi risalii ai suoi occhi, e gli lanciai un sorrisino che non lasciava spazio a interpretazioni.
Lui prese la palla al balzo. «Perché non vi unite a noi? Siamo in sei, ma c’è sempre spazio per altre due persone interessanti.»
Marco si alzò dalla sdraio senza esitazione. La sua erezione era ora completamente visibile, non tentò nemmeno di coprirla. Era un’affermazione silenziosa, un’introduzione più potente di qualsiasi parola.
«Volentieri», disse Marco, la voce calma.
Ci presentammo. Ero io, Marco, e loro: Luca e Silvia (i biondi, lui con il fisico da nuotatore), Matteo e Elena (lei con le labbra carnose che avevamo ammirato), e Paolo e Giulia (lei con il tatuaggio a forma di fiori).
Feci un giro di abbracci calorosi con tutti. Con le donne, l’abbraccio era pieno, seno contro seno. Sentii i loro capezzoli, duri o morbidi, contro i miei. Con gli uomini, non mi limitai a stringere la mano. Li abbracciai, premendo il mio addome nudo contro i loro inguini. Sentii le erezioni nascoste, le promesse sotto la pelle.
Anche Marco fece il “giro di tavolo”, abbracciando le donne con una franchezza che non lasciava dubbi, il suo pene eretto che sfiorava le loro cosce, le loro pance.
Il pomeriggio passò veloce, ma non per noia. Passò veloce perché eravamo immersi in un flusso di conversazioni, risate, e aneddoti sempre più piccanti. Raccontammo di noi, di come avevamo scoperto il nudismo, di alcune “avventure” in campeggio (moderate, per non spaventarli).
Trovammo terreno fertile. Erano tutti interessati, le domande si facevano più personali, i sorrisi più complici. Gli sguardi duravano più a lungo, le mani “casualmente” si toccavano.
Verso il tardo pomeriggio, quando il sole cominciava a tingersi d’oro, fu Luca a fare la proposta. «Ragazzi, perché non venite a cena da noi? Abbiamo un camper spazioso. Ordiniamo delle pizze per tutti. L’unica regola…» fece una pausa drammatica, il suo sguardo che scivolò su di me e poi su Marco, «…è che non si può indossare niente. Niente vestiti, niente costumi. Nuda proprietà.»
Lo sguardo che scambiai con Marco parlò da solo. Accettammo senza esitazione.
Dopo una doccia veloce – separata, ma con la promessa implicita di non essere separati per molto – ci trovammo tutti nella piazzola del loro camper. Era grande, moderno, con un ampio spazio esterno con tavolo e sedie.
Gli uomini partirono a prendere le pizze, lasciandoci sole, noi quattro donne, a preparare la tavola.
L’aria era elettrica. Eravamo tutte nude, il sole calante che dipingeva le nostre curve di luce ambra. Silvia, la bionda, non riusciva a staccare gli occhi da me, o meglio, da dove ero diretta.
«Non riesco a smettere di guardare il cazzo di Marco», mi confessò, mentre piegava i tovaglioli. «È… perfetto. Ben fatto, sai? Non troppo, non troppo poco.»
Sorrisi. «Beh, quando tornano… se vuoi…» feci una pausa, lasciando che le parole galleggiassero nell’aria calda. «Però sai, quello che farai con Marco, io lo farò con tuo marito.»
Vidi il suo respiro fermarsi per un secondo. Poi un sorriso lento, complicato, le illuminò il viso.
Fu in quel momento che mi venne l’illuminazione. Un’idea così perfetta, così maliziosa, che mi uscì dalla bocca prima ancora di averla completamente formata nella mente.
«Che ne dite», dissi, la voce bassa ma carica di eccitazione, «se ci facessimo trovare tutte e quattro dentro il camper, nude, inginocchiate e… bendate?»
Silvia, Elena e Giulia mi guardarono, gli occhi che si spalancavano.
«Poi», continuai, «a turno, i mariti ci mettono il cazzo in bocca. E noi dobbiamo indovinare di chi è. Chi li indovina tutti… come premio, la sera stessa se li scopa tutti. Fino alla fine.»
Ci fu un silenzio carico. Poi un’esplosione di risate, di eccitazione, di approvazione.
«È geniale!» esclamò Elena, la donna dalle labbra carnose, toccandosi istintivamente il seno.
«Io ci sto!» disse Giulia, quella con il tatuaggio, gli occhi che già brillavano di anticipazione.
«Non vedo l’ora che tornino», concluse Silvia, mordendosi il labbro inferiore.
Lasciammo un biglietto sul tavolo esterno, scritto con un rossetto di Silvia: «Lasciate le pizze sul tavolo e venite dentro.»
Poi, dentro il camper, ci preparammo. Il salotto era spazioso. Ci inginocchiammo su dei cuscini morbidi, una affianco l’altra, formando una linea. Usammo dei foulard di seta colorata per bendare gli occhi di ognuna. Il mondo scomparve, lasciando solo il buio, i suoni del nostro respiro accelerato, e l’odore della pelle, del profumo, dell’anticipazione.
Sentimmo la porta del camper aprirsi. Passi pesanti. Il rumore di scatole di pizza posate sul tavolo esterno. Poi silenzio.
Sapevamo che erano entrati. Sentivamo la loro presenza, il calore dei loro corpi, l’odore del loro sudore mista alla fragranza del sapone della doccia.
Nessuno parlò. Un altro biglietto, posato sul divano di fronte a noi, recitava: «Chi di noi quattro indovina di chi sono i cazzi, come premio avrà la scopata assicurata con tutti.»
Ero bendata. Il buio era totale. Ma gli altri sensi si acuivano fino a diventare dolorosamente vividi.
Sentii l’odore di uno che si avvicinava. Un profumo di sapone di cedro e di pelle calda. Sentii il calore del suo corpo davanti al mio viso. Sentii il suo respiro, un po’ affannoso.
Poi sentii la punta morbida e calda di un pene sfiorare le mie labbra.
Aprii la bocca.
Lui me lo ficcò dentro, non con violenza, ma con decisione. Non era enorme, ma era spesso, con un glande a fungo che riempì immediatamente la mia bocca.
Cominciai un pompino fatto con lussuria e avidità. Avevo voglia di cazzo, di sentirlo tutto dentro, di sentire la pelle liscia scivolare sulla mia lingua, di sentire le vene pulsare contro il palato. L’unico modo per vincere il premio – quella scopata con tutti – era riconoscerli.
Concentrai ogni fibra del mio essere sulla sensazione. Ruotai la lingua sul glande, cercando dettagli distintivi. Un piccolo neo? Una cicatrice? La forma particolare del frenulo? Stimolai il frenulo con la punta della lingua, sentendo il suo corpo tremare in risposta.
Due minuti. Un timer mentale che scandiva il tempo. Poi si ritrasse, lasciandomi la bocca piena di saliva e del suo sapore – pulito, leggermente salato.
Sentii un movimento, un cambio di posizione. Poi un altro cazzo si presentò alle mie labbra. Questo era diverso. Più grosso, significativamente. La circonferenza era maggiore, e era già bagnato – non della mia saliva, ma di quella di un’altra donna. Elena? Giulia? Sentii il sapore diverso, una miscela di profumo e di un altro corpo femminile.

Lo volli tenere tutto in gola. Spinsi la testa in avanti, sentendo la punta premere contro la parte posteriore della mia gola. Vennero i conati, riflessi inarrestabili, ma li controllai, respirando attraverso il naso. Succhiai, ingoiai, lasciai che la mia bocca diventasse una cavità umida e calda solo per lui. Lo baciai, le labbra che si stringevano intorno alla base, poi risalivo, succhiando con forza.
Altri due minuti. Un altro cambio.
Il terzo cazzo era esile, normale nelle dimensioni, ma con una caratteristica distintiva: una leggera curvatura verso l’alto. E la pelle era incredibilmente liscia, quasi setosa. Paolo. Era di Paolo, il marito di Giulia col tatuaggio. Lo capii subito. Succhiai comunque, con dedizione, immaginandomi sua moglie che in quel momento stava probabilmente facendo lo stesso con Marco. L’idea che mio marito si stesse facendo succhiare il cazzo da altre donne mentre io facevo lo stesso, mi eccitava fino al punto di far pulsare la mia umidità lungo le cosce.
Due minuti passarono. L’ultimo.
Questo lo indovinai al primo contatto. Era Marco. Lo riconobbi dalla forma del glande, sempre scoperto, dalla consistenza della pelle che conoscevo meglio della mia, dall’odore – quel misto unico di sudore, sapone e Marco. Era bagnato, non solo di saliva, ma sentii l’umidità anche sulle sue palle – qualcuna lo aveva leccato lì.
Gli feci un pompino a regola d’arte. Non di avidità questa volta, ma di amore. Di condivisione per quello che stavamo vivendo insieme, per questa follia che univa il nostro desiderio a quello di sconosciuti. La mia lingua danzò su di lui, conosceva ogni millimetro, ogni punto sensibile.
Finito il giro, ci fu una pausa. Sentii i bisbigli degli uomini, le risatine delle donne. Poi, senza bisogno di parole, ricominciammo. Un altro giro. Ci avevamo preso gusto. La paura di sbagliare era svanita, sostituita dal puro piacere della fellatio anonima, del buio che intensificava ogni sensazione.
Alla fine, furono le mani degli uomini a toglierci le bende. La luce del camper mi abbagliò per un secondo. Poi vidi le altre tre donne inginocchiate accanto a me, con le facce bagnate di saliva, di liquido pre-eiaculatorio, con le labbra gonfie e rosse. Erano splendide, trasfigurate dal piacere e dalla trasgressione.
«Allora?» chiese Luca, il primo uomo, il suo pene ancora semi-eretto. «Indovinato?»
Feci un respiro profondo. «Il primo era tuo, Luca. Il secondo Matteo. Il terzo Paolo. Il quarto Marco.»
Un silenzio. Poi un coro di risate e applausi. Avevo indovinato tutti.
Ma guardai negli occhi di Silvia, di Elena, di Giulia. Vidi in loro non delusione, ma un’eccitazione condivisa. Non era una competizione, era un gioco.
«Io», dissi, la voce ferma nonostante l’eccitazione che mi faceva tremare le gambe, «me li voglio scopare tutti. Anche se non li avessi indovinati.»
Le donne scoppiarono a ridere, un suono libero e carnale. «Se è questo che vuoi, va bene!» disse Elena, asciugandosi il mento con il dorso della mano. «Noi è da tanti anni che ogni sera qui finiamo con un’orgia. Una più non fa differenza.»
Cercai gli occhi di Marco. Avevo bisogno del suo permesso, del suo assenso per questo passo finale. Lui si avvicinò, i suoi occhi erano scuri di desiderio, la sua erezione era ancora imponente.
Mi mise una mano tra le cosce, le dita che scivolarono senza esitazione dentro la mia umidità. Ero bagnata fin sulle cosce, un lago caldo di anticipazione.
Mi baciò, profondamente, la sua lingua che esplorava la mia bocca, assaggiando i sapori degli altri uomini che erano stati lì. Poi si staccò, le labbra ancora umide, e mi sussurrò all’orecchio, la voce roca e piena di promesse: «Sai di cazzo… Scopateli tutti e tre. E poi ti scoperò io dopo che sono venuti loro.» Una pausa, carica di significato. «Sappi che voglio assaggiare.»
Non disse altro. Non c’era bisogno. La sua ultima frase accese la mia immaginazione in modi che non credevo possibili.
Cominciai con Paolo, quello esile e normale. Era già pronto, eretto, la punta lucida. Mi misi a quattro zampe sul pavimento del camper, le gambe aperte. Lui si posizionò tra di esse, e senza preamboli, mi penetrò.
L’entrata fu senza dolore, solo un senso di riempimento piacevole. Aveva un ritmo incessante, martellante, che mi spingeva contro il pavimento. Guardai sua moglie Giulia, distesa accanto a me, che si masturbava guardandomi, i suoi occhi fissi sul punto dove suo marito si univa a me. Una delle altre donne – Elena – si avvicinò e cominciò a toccarmi i seni, a pizzicarmi i capezzoli. Silvia si posizionò tra le mie gambe e cominciò a stimolare il mio clitoride con le dita, sincronizzandosi con le spinte di Paolo.
Era una sensazione multipla, travolgente. Il cazzo di Paolo dentro di me, le mani delle donne su di me, gli sguardi degli altri uomini che guardavano.
Paolo non durò molto. Con un gemito soffocato, si ritrasse e il suo sperma caldo schizzò sulle mie natiche, sulla parte bassa della mia schiena. Una sensazione di possesso temporaneo, di marchio.
Prima che potessi muovermi, sentii Matteo, il secondo uomo, avvicinarsi. Con una furia che non mi aspettavo, mi afferrò per le anche. Mi aprì la figa con le dita, poi la penetrò in un solo, potente movimento.
Non pensai al fatto che le finestre e la porta del camper fossero aperte. Non pensai ai vicini che potevano sentire. Cominciai ad ansimare, poi a urlare, abbandonandomi al piacere brutale delle sue spinte.
«Voglio un altro cazzo!» gridai, la voce rotta dal piacere. «In bocca! Adesso!»
Fu Luca, il terzo, a obbedire. Si posizionò davanti al mio viso. Lo presi in bocca senza esitazione, sentendo il suo sapore misto al mio, al sapore di Paolo, al sapore di Matteo.
Ero a quattro zampe, un cazzo in bocca, uno in figa. E Marco guardava. Lo vidi dalla coda dell’occhio, in piedi vicino al divano, il suo cazzo duro in una mano, mentre con l’altra teneva il cellulare alto, fotografando, filmando quello che stavo combinando.
La doppia penetrazione – una nella mia vagina, l’altra nella mia bocca – mi portò al limite della sopportazione sensoriale. Era troppo, era tutto, era ovunque.
Matteo e Luca venirono insieme. Sentii le pulsazioni del cazzo di Matteo dentro di me, il getto caldo che mi riempiva. Contemporaneamente, Luca gemette e il suo sperma riempì la mia bocca, caldo e denso. Deglutii, afferrandolo con la bocca, succhiando fino all’ultima goccia mentre lui si ritirava tremante.
Matteo, svuotato, si ritirò da me. Vidi sua moglie Elena avvicinarsi, inginocchiarsi tra le mie gambe ancora aperte, e con la bocca raccogliere il suo sperma che colava da me, leccandolo via con devozione.
Mi distesi a pancia in su, esausta, coperta di sudore e di fluidi. Il mio corpo era un campo di battaglia del piacere. Guardai Marco.
«Vieni», dissi, la voce un filo di suono. «Vieni subito qua a scoparmi.»
Lui non si fece pregare. Si mise sopra di me, il suo cazzo che scivolò dentro di me, nel caldo miscuglio di sperma e dei miei umori. Mi baciò, profondamente, avidamente, la sua lingua che cercava nella mia bocca ogni traccia dello sperma di Luca, che io gli passai volentieri.
Poi scese. Si mise tra le mie gambe, e cominciò a leccare. Leccò la mia figa, piena dello sperma di Matteo, mescolato ai miei umori. La sua lingua era precisa, vorace. Non stava pulendo. Stava assaggiando. Stava celebrando.
E mentre lui era lì, piegato, concentrato su di me, vidi Paolo avvicinarsi alle sue spalle. Paolo, il cui sperma era già stato leccato via da sua moglie, era di nuovo eretto.
Vidi Paolo posizionarsi dietro Marco. Vidi la sua mano che guidava il suo pene verso l’ano di mio marito. Marco non fece nessuna piega. Non si irrigidì, non si ritrasse. Anzi, vidi il suo corpo rilassarsi, accogliere. E quando Paolo penetrò, lentamente, Marco emise un gemito profondo, non di dolore, ma di piacere assoluto.
Marco continuava a leccarmi la figa sporca, mentre veniva scopato nell’ano da un altro uomo. La vista era surreale, paradisiaca nella sua trasgressione totale. Il mio orgasmo arrivò come un’onda di fuoco, violento, incontrollabile. Gridai, un urlo che strappai dal profondo del mio essere, così forte che sono certa fu sentito in tutto il campeggio.
Nel mentre, Paolo venne dentro Marco, lasciandolo con l’ano aperto e visibilmente sporco di sperma. Marco si distese accanto a me, sul tappeto, il respiro affannoso, il suo cazzo ancora duro nonostante l’intensità di tutto.
Fu allora che Giulia, la donna col tatuaggio, si avvicinò. Guardò Marco disteso, guardò il suo cazzo ancora eretto, e senza una parola, gli si sedette sopra, inguainandolo dentro di sé con un movimento fluido. Cominciò a muoversi, su e giù, con un ritmo che era allo stesso tempo disperato e controllato.
Marco la guardò, i suoi occhi che incontravano i miei sopra di lei. Vederlo, mio marito, essere usato così, dopo quello che avevamo appena fatto, mi fece fremere di nuovo.
Giulia venne con un grido soffocato, il suo corpo che si contraeva sopra quello di Marco. Poi, appena finita, scivolò da lui e si sedette sul suo viso, aprendo le sue gambe sopra la sua bocca.
Marco non esitò. La sua lingua si protese, raccogliendo il suo stesso sperma che era uscito da Giulia, mescolato ai suoi fluidi. Deglutì, poi continuò a leccare, a pulire, a servire.
Rimanemmo lì, sul pavimento del camper, sporchi, unti di sudore, di sperma, di piacere condiviso. Quando finalmente uscimmo, il fresco della sera ci avvolse. Le pizze sul tavolo esterno si erano freddate, dimenticate.
Incrociammo gli occhi dei vicini di piazzola, che sedevano fuori con le loro luci solari. Alcuni sorrisero, complici. Altri distolsero lo sguardo, imbarazzati. A noi non importava.
Camminammo verso la nostra tenda, nudi, sporchi, tenendoci per mano. Le pizze si erano freddate, ma noi avevamo scoperto un ingrediente segreto che avrebbe condito tutte le nostre future scorribande sessuali: la totale, assoluta, liberatoria complicità nel desiderio, condivisa non solo tra di noi, ma offerta e ricevuta in un cerchio più ampio di corpi e anime affini.
E quella notte, nella tenda, con il rumore del mare come colonna sonora, Marco mi tenne stretta e mi sussurrò: «La prossima volta, bendiamoci tutti.»
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