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trio

L'appuntamento speciale


di Distratta
18.05.2026    |    1.751    |    8 9.9
"Mi ci tuffai con la lingua, leccandola con avidità, succhiando il suo clitoride tra le labbra..."
Ormai con Sonia, l’estetista, si era creato un rapporto che andava ben oltre il professionale. Non ci vedevamo più solo per la classica ceretta mensile. A volte un caffè, altre volte un aperitivo, durante i quali i discorsi scivolavano sempre più spesso verso territori piccanti, con un’intesa crescente.
Un pomeriggio, mentre mi stava sistemando le sopracciglia, le feci la domanda. «Sonia, dimmi una cosa… fai la ceretta anche agli uomini?»
Lei fece una pausa, il bastoncino di legno sospeso a mezz’aria. Un sorriso lento e complicato le disegnò le labbra. «Di solito no. Ma…» fece una pausa teatrale, «se l’uomo in questione fosse tuo marito Marco, potrei fare uno strappo alla regola. Anzi, potrei fare più di uno strappo.»
Il mio cuore accelerò. «Ho un piano», sussurrai, avvicinandomi. Glielo spiegai nei dettagli più succulenti, mentre le sue pupille si dilatavano.
«Accetto», disse lei senza un attimo di esitazione, la voce già un po’ più roca. «Quando?»
Il giorno designato arrivò. «Tesoro, mi accompagni da Sonia per la ceretta? Fuori è un forno», dissi a Marco con tono innocente. «Dentro lei ha l’aria condizionata, puoi aspettare lì, piuttosto che morire in macchina.»
Marco, ignaro del vero piano, annuì distrattamente. «Certo, va bene.»
Arrivammo all’appartamento di Sonia in un palazzo del centro. Lei aprì la porta, vestita con un semplice abito di lino color avorio, corto, che le mostrava le gambe lunghe e toniche. I capelli castani erano raccolti in una coda di cavallo alta.
«Ciao tesoro!» esclamò, abbracciandomi con calore, le sue mani che mi strinsero i fianchi in modo un po’ troppo intimo. Poi si rivolse a Marco. «Ciao Marco, che piacere! Entrate, entrate, qui dentro si sta da dio.»
L’aria era fresca, profumata di vaniglia e pulito. Ci fece salire in quello che era il suo studio, una stanza ampia, luminosa, dominata dal lettino professionale ricoperto di carta sterile, con attorno trolley pieni di prodotti, lampade e strumenti.
«Allora, cominciamo?» disse Sonia con voce professionale, ma i suoi occhi lampeggiarono verso di me.
Iniziai a spogliarmi senza cerimonie. Il vestito estivo scivolò a terra. Il reggiseno, la culotte. Rimasi completamente nuda sotto lo sguardo di entrambi. Salii sul lettino, distendendomi sulla carta che scricchiolava.
Marco si sedette sulla sedia ai piedi del lettino, un po’ impacciato ma visibilmente interessato dalla situazione.
Sonia indossò un paio di guanti di lattice e iniziò a lavorare con precisione chirurgica sulla mia zona bikini. Parlavamo del più e del meno: il tempo, la città, i ristoranti.
Poi, come da copione, il discorso deviò. «Ma voi quest’estate siete andati in quel campeggio nudista di nuovo, vero?» chiese Sonia, la testa china tra le mie cosce, le sue dita esperte che stendevano la cera calda.
«Sì, in Croazia», risposi io, un gemito trattenuto sfuggendomi mentre strappava una striscia di cera con gesto deciso.
«Deve essere una sensazione incredibile», mormorò lei, gettando la striscia appiccicosa nel cestino. «Così liberi. Io non ho mai osato, ma ne sono sempre stata affascinata.»
«È un’altra vita», intervenne Marco, la sua voce un po’ tesa. «Liberatoria.»
«Avete delle foto?» chiese Sonia all’improvviso, alzando lo sguardo su di me. «Dico, foto del posto, dell’atmosfera. Perché su internet si trova solo roba falsa o fuorviante, sai?»
Incrociai lo sguardo di Marco. Lui arrossì leggermente. Sul suo telefono erano archiviate non solo le foto del paesaggio, ma il diario fotografico completo delle nostre trasgressioni estive.
«Dai Marco», dissi io, con voce melliflua, mentre Sonia finiva l’ultima striscia su di me, lasciandomi liscia e levigata come la seta. «Visto che Sonia è disponibile e ha tempo, perché non approfitti e ti fai fare la ceretta anche tu? Lei farà un lavoro mille volte meglio del mio con le strisce depilatorie.»
Marco rimase un attimo interdetto. Poi i suoi occhi andarono da me, nuda e aperta sul lettino, a Sonia, che lo guardava con un sorriso ambiguo mentre si toglieva i guanti sporchi di cera.
«Beh… se non è un disturbo…», borbottò.
«Nessun disturbo», tagliò corto Sonia, la voce diventata più scura, più invitante. «Anzi. È un piacere.»
Marco esitò solo un secondo. Poi, con movimenti lenti ma decisi, cominciò a spogliarsi. La maglietta, i pantaloncini. Le mutande. Quando le abbassò, il suo pene era già semi-eretto, una promessa carnosa che pendeva tra le sue cosce.
Sonia non batté ciglio. «Sali pure», disse, indicando il lettino con un cenno del mento. «A pancia in su.»
Marco salì, distendendosi sulla carta nuova che Sonia aveva velocemente steso. Il suo corpo era abbronzato, atletico. Il suo cazzo, ora completamente eretto per l’eccitazione e l’imbarazzo, puntava verso il soffitto, imponente.
Sonia infilò un nuovo paio di guanti. Prese il barattolo della cera, la scaldò, e con gesti sicuri cominciò a stenderla sul pube di Marco, attorno alla base del suo membro.
Fu in quel momento che presi il cellulare di Marco dallo zaino. «Tanto aspettiamo», dissi con nonchalance. «Ti faccio vedere un po’ di foto del campeggio, Sonia.»
Aprii la galleria. Le prime erano innocue: l’ingresso del campeggio, la nostra tenda, panorami del mare.
Poi, come un fiume in piena, arrivarono le altre.
Scorrendo, mi avvicinai a Sonia mentre lei lavorava, il volto a pochi centimetri dal pube di Marco. Le mostrai lo schermo.
La prima foto esplicita: io, in ginocchio la bocca spalancata attorno al cazzo di un uomo biondo e muscoloso. La luce del tramonto illuminava la scena in modo quasi sacrale.
Sonia si bloccò. La striscia di cera che stava per strappare rimase sospesa. I suoi occhi si spalancarono, fissando l’immagine. Poi alzarono lo sguardo su Marco.
Io, con una naturalezza da attrice consumata, girai il telefono verso Marco. «Ti ricordi, tesoro? Questa è quando stavo facendo quel pompino a Karl, il tedesco! Quello con gli occhi azzurri.»
Marco arrossì fino alla radice dei capelli, ma un tremore percorse il suo corpo e il suo cazzo pulsò visibilmente, un filo di liquido pre-eiaculatorio che brillò sulla punta.
Sonia, lentamente, allungò una mano. Non per strappare la cera. Afferrò il cazzo di Marco, la sua mano inguantata di lattice che si chiuse attorno all’asta. Cominciò a masturbarlo con movimenti lenti, mentre fissava i suoi occhi.
«Dimmi, Marco», sussurrò, la voce un filo roca, ipnotica. «Questa porca di tua moglie… ha fatto altro, oltre a un pompino? E mentre lo faceva… ti eccitava?»
Marco gemette, la testa che si abbandonava all’indietro. «Guarda… guarda oltre», ansimò. «Siamo solo agli inizi… Eh sì… è stato… molto eccitante vederla all’opera.»
Sonia continuò a masturbarlo, il guanto di lattice che scivolava su e giù con un suono umido. Nel frattempo, io mi ero avvicinata al lettino. Mi sedetti sul bordo, a gambe aperte. La mia vagina, già umida dall’eccitazione, era a pochi centimetri dalla mano di Marco.
Lui, senza bisogno di essere invitato, allungò la mano. Le sue dita mi trovarono, scivolarono tra le mie labbra gonfie, penetrandomi con due dita in un movimento familiare e bramoso.
«Dio…», mormorò Sonia, che non smetteva di scorrere le foto sul telefono che ora tenevo io. Una dopo l’altra. Io che venivo presa da dietro da un uomo più anziano in un boschetto. Io e Marco che leccavamo lo sperma di uno sconosciuto dal mio corpo. Immagini di orgie nel camper, corpi intrecciati, buchi aperti e riempiti.
Sonia, nella sua beata (e finta) ingenuità, non riusciva a nascondere la sua eccitazione. Il suo respiro si era fatto affannoso. Un rossore le salì dal collo al viso. La sua mano su Marco accelerava il ritmo.
D’istinto, presi la sua testa tra le mie mani. La girai verso di me. La baciai.
Fu un bacio profondo, vorace, senza preamboli. La mia lingua forzò le sue labbra, incontrando la sua. Sentii il suo sapore. Mentre la baciavo, la mia mano sinistra scivolò dietro di lei, sul suo sederino stretto nell’abito di lino. Trovai l’orlo della sua minuscola tanga, la spostai da parte. E infilai due dita dentro il suo ano, stretto e caldo.
Sonia gemette nel bacio, il suo corpo che si inarcava verso di me.
Marco era spettatore e partecipe. Guardava noi due baciarci, mentre le dita di Sonia lo masturbavano e le mie dita lo penetravano. Il suo cazzo era una colonna di marmo pulsante, la pelle tesa e lucida.
Sonia si staccò dal bacio, ansimante. I suoi occhi erano vitrei di desiderio. Riprese il telefono, scorse. Si fermò su una foto in particolare.
Nella foto, io ero distesa su un asciugamano, le gambe spalancate. La mia vagina era visibile, gonfia, arrossata, e da essa colava una quantità copiosa di sperma bianco e denso.
«Ma… ma io questa vagina la conosco!» esclamò Sonia, fingendo stupore. «È la tua, vero? Ti sei fatta venire dentro? Ma è… è lo sperma di Marco?»
Cominciò a farmi una raffica di domande, la voce acuta per l’eccitazione. «Chi era? Come è successo? Ti è piaciuto? L’hai sentito tutto dentro?»
«Tutto quello sperma che vedi», risposi io con voce calma e provocante, mentre accarezzavo i capelli di Marco, «era di un “amico” che avevamo conosciuto in uno dei nostri incontri. Un uomo con un cazzo… monumentale. Mi è venuto dentro, sì. E poi Marco…» feci una pausa drammatica, «ha dovuto leccare e ripulire tutto. Fino all’ultima goccia.»
Sonia emise un suono strozzato. La sua mano su Marco era diventata una vera e propria sega, veloce, determinata. Il cazzo di Marco era bagnato fradicio del suo stesso liquido pre-eiaculatorio che sgorgava copioso, lubrificando la presa del guanto di lattice.
Vedevo che Marco non resisteva più. I suoi muscoli erano tesi, le palle contratte. Stava per esplodere.
Ma il gioco era appena iniziato.
«Basta così, Sonia», dissi con tono autoritario. «Devi finire il tuo lavoro. Marco, girati. Deve fare la ceretta anche dietro.»
Marco, con uno sforzo visibile, si girò a pancia sotto. Il suo sedere era alto, le natiche toniche. Sonia, con gli occhi che sembravano avere il fuoco dentro, riprese il barattolo della cera.
Con gesti meticolosi, cominciò a depilargli le natiche, il solco tra di esse, il perineo. Ogni strappo di cera era accompagnato da un sussulto di Marco, ma anche da un gemito di piacere. La vicinanza, l’intimità dell’atto, era incredibilmente eccitante per tutti.
«Ora mettiti a quattro zampe», ordinò Sonia, la voce roca e piena di autorità. «Devo metterti l’olio e massaggiarti.»
Marco obbedì. Si mise a novanta gradi sul lettino, il suo sedere esposto, il suo cazzo duro che pendeva tra le gambe, il suo ano, ora perfettamente liscio e pulito, in bella vista.
Io scesi dal lettino. Andai alla sedia dove avevo lasciato la mia borsa. Avevo preparato tutto. Ne estrassi un oggetto: un dildo di silicone nero, realistico, lungo almeno venticinque centimetri e di una circonferenza impressionante.
Tornai al lettino. Senza proferire parola, ne spalmati la punta con l’olio per massaggi che era sul trolley di Sonia. Poi lo puntai contro l’ano di Marco.
Non so se se l’aspettasse. Forse sì. Forse l’aveva intuito. Ma non si mosse. Rimase immobile, a novanta gradi, offrendosi.
Sonia, con un ghigno di pura lussuria, mi tolse il dildo di mano. «Lascia fare a me», sussurrò.
Prese il dildo, lo unse ulteriormente con l’olio, facendolo scintillare. Poi, stando in piedi dietro a Marco, lo posizionò.

E lo spinse.

Entrò lentamente, ma inesorabilmente. Marco emise un gemito soffocato, un suono di dolore e piacere estremo. Sonia spingeva, con le due mani, finché l’intera lunghezza del dildo nero non scomparve dentro di lui, fino all’elsa.
«Cazzo…», gemette Marco, la fronte premuta contro il lettino.
Io mi inginocchiai davanti a Sonia. Aveva l’abito sollevato, il suo tanga nero spostato di lato. La sua vagina era gonfia, bagnatissima. Mi ci tuffai con la lingua, leccandola con avidità, succhiando il suo clitoride tra le labbra.
Sonia, nel frattempo, muoveva il dildo dentro Marco. Avanti e indietro, con forza crescente. «Tieni aperte le natiche, Marco!» ordinò.
Marco, senza obiettare, allargò le natiche con le sue stesse mani, esponendo ancor di più l’orifizio dilatato che accoglieva il silicone nero.
«Tesoro», mi chiamò Sonia, la voce tremante per il piacere che le stavo procurando. «Tesoro, guarda… guarda cosa sto facendo…»
Alzai lo sguardo dalla sua figa bagnata.
«Ho messo… la mano dentro», sussurrò lei, estatica. «Dentro il culo di Marco.»
I miei occhi si spalancarono. «Cosa? Fammi vedere!»
Mi alzai. La scena era surreale, paradisiaca nella sua depravazione. Sonia aveva estratto il dildo. Al suo posto, ora, aveva infilato tutta la mano dentro l’ano di Marco, fino al polso. Il guanto di lattice nero era scomparso dentro di lui. Lo muoveva, lo apriva, lo esplorava.
Marco gemeva in modo continuo, un suono animale. Spingeva il suo sedere all’indietro, incontro alla sua mano, come a chiederne ancora di più. Il suo cazzo era durissimo, una fontana di liquido pre-eiaculatorio che gocciolava sul lettino.
«Puoi scegliere, Marco», dissi, avvicinandomi al suo orecchio. «O vieni dentro di me, e poi lecchi tutto come un bravo cagnolino… Oppure vieni sulla mano di Sonia, e lei te lo versa tutto dentro il culo. Cosa preferisci?»
Marco non rispose. Era perso in un oceano di sensazioni. Gemette in modo incoerente.
«Decido io», dissi. «Marco, mettiti a pancia in su.»
Con fatica, estrasse il sedere dalla morsa della mano di Sonia e si girò. Il suo ano era visibilmente aperto, rilassato, umido di olio.
Io mi misi sopra di lui, inguainando il suo cazzo dentro la mia vagina in un solo, fluido movimento. Era bollente, pulsante. Sonia, nel frattempo, si era rimessa in posizione. Con delicatezza ma determinazione, reinserì la sua mano tutta dentro il culo di Marco, fino al polso.
Era una sensazione pazzesca. Io cavalcavo Marco, sentendo il suo cazzo scorrere dentro di me. E sotto di me, vedevo il movimento della mano di Sonia che gli esplorava le viscere.
Marco durò pochi secondi. Con un urlo strozzato, il suo corpo si irrigidì. Sentii le pulsazioni potenti del suo cazzo dentro di me e il getto caldo del suo sperma che mi riempiva.
«Sì… sì… vieni, vieni tutto dentro la tua porca moglie…», lo incitai, continuando a muovermi su di lui per spremere fino all’ultima goccia.
Quando finì, mi alzai. La mia vagina colava del suo seme misto ai miei umori. Mi sedetti direttamente sul suo viso, premendo la mia figa bagnata e sporca contro la sua bocca.
«Lecca», ordinai.
Lui non ebbe bisogno di altro. La sua lingua uscì, lunga, avida. Cominciò a leccare il suo stesso sperma mischiato a me. Lo faceva con una devozione totale, animale.
Quando sentii che aveva raccolto tutto in bocca, mi alzai. «Ora, passa tutto alla mano di Sonia.»
Sonia estrasse lentamente la sua mano dal culo di Marco. Era lucida, bagnata. Marco, obbediente, sputò tutto il contenuto della sua bocca nella mano aperta di Sonia. Una pozza bianca e viscosa.
Sonia, con un sorriso di strega soddisfatta, riportò quella mano al culo di Marco. E versò. Versò tutto il seme dentro di lui, nel buco aperto e accogliente, massaggiandolo perché scendesse in profondità.
Marco gemeva, il corpo scosso da brividi di piacere dopo-coitale e di nuova, perversa eccitazione.
A quel punto, Marco era fuori uso, stordito dalla doppia sottomissione.
Mi rivolsi a Sonia. I suoi occhi erano due braci. Presi il dildo nero, ancora unto. «Ora tocca a te», dissi.
La feci piegare in avanti, appoggiare le mani al muro. Le tolsi l’abito. Le spostai il tanga. E punta il dildo al suo ano.
«Piano…», gemette lei, quando la punta iniziò a premere.
«Lo so», sussurrai. E spinsi.
Entrò con difficoltà, ma poi cedette. La feci entrare tutto, fino in fondo. Lei urlò, un urlo di dolore trasformato in piacere. Io, dietro di lei, con una mano la masturbavo velocemente, sfregando il suo clitoride gonfio, mentre con l’altra muovevo il dildo dentro il suo culo con forza crescente.
«Sto per venire… sto per venire…», ansimava lei. «Sto… STO SQUIRTANDO!»
In quel momento, non un semplice gocciolio. Un getto vero e proprio, trasparente e abbondante, schizzò dal suo corpo, finendo a terra con un suono di pioggia. Era uno squirt potente, incontrollato.
Mi inginocchiai immediatamente. Misi la mia faccia sotto il suo flusso, la bocca aperta. Bevi. Succhiai. Leccai il pavimento. Era salato, dolciastro, il sapore del suo piacere estremo.
Poi, esausta ma ancora bramosa, mi buttai sul lettino, le gambe spalancate. «Sonia!» gridai. «Fammi venire! Adesso!»
Lei si catapultò tra le mie cosce. La sua lingua era una frusta di fuoco. Mi leccò, mi succhiò, mi penetrò con due, poi tre dita, a un ritmo forsennato. Venni in meno di un secondo, un orgasmo violento che mi fece contorcere e urlare come un’animale, le dita che le si aggrappavano ai capelli per non volare via.
Alla fine, eravamo tutti e tre un groviglio sudato e soddisfatto di corpi. La carta sterile era strappata, macchiata di cera, olio, sperma, fluidi vaginali.
Ci eravamo spogliati non solo dei vestiti, ma di ogni maschera, di ogni vergogna. Avevamo mostrato l’anima più nascosta, oscura e meravigliosamente porca.
Dopo un lungo silenzio, rotto solo dal nostro respiro affannoso che tornava alla normalità, parlai.
«Sonia… il mese prossimo Marco ha una trasferta di lavoro di quattro giorni. Avevamo prenotato una vacanzina a Parigi, per fare… un po’ di scorribande. Lui non può più venire.»
Feci una pausa, guardandola. Lei mi fissava, gli occhi ancora velati di piacere.
«Tu», dissi, «puoi venire?»
Un sorriso lento, malizioso, carnale, le si dipinse sul volto. «Non vedo l’ora», sussurrò. «Proprio l’altro giorno stavo cercando su internet… ho trovato un locale a Parigi. Molto particolare. C’è una stanza… con dei buchi sul muro. Lo chiamano “gloryhole”. Dovrebbe essere… interessante.»
Il suo sorriso si fece ancora più largo, più osceno.
«Immagino», concluse, «che tu sappia già come si usa.»
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