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trans

L'incontro in brasserie


di Distratta
22.05.2026    |    2.391    |    7 9.9
"Un getto caldo del suo sperma – il seme di una trans – si riversò dentro la vagina di Sonia..."
Nei giorni successivi a Parigi, io e Sonia avevamo trasformato la nostra vacanza in un gioco provocante, una caccia continua. Ogni luogo pubblico diventava un teatro per la nostra audacia. Nel Louvre, mentre fingevamo di osservare la Gioconda, ci sculacciammo l'una con l'altra sotto gli occhi di un gruppo di turisti giapponesi che arrossirono e si dispersero rapidamente. Sul Pont Neuf, baciandoci con languore mentre un fotografo di strada cercava di immortalare la scena. In un mercato delle pulci, ci toccammo i seni a vicenda sotto i vestiti, fingendo di valutare un vecchio specchio mentre il venditore, un anziano con occhi di falco, osservava con un sorriso sapiente.
L'obiettivo era semplice: stuzzicare, provocare, lasciare un segno di desiderio nelle persone che ci capitavano a tiro.
Un mattino, dopo una notte di riposo relativo (riempita di sogni lascivi e di memorie corporee), decidemmo di fare una pausa in una carinissima brasserie in un quartiere non troppo affollato, vicino al Canal Saint-Martin. Non avevamo velleità particolari. Solo bisogno di caffè forte e di una brioche croccante.
La brasserie era piccola, con tavolini di marmo, pareti rivestite di legno scuro e un bancone dove scintillavano bottiglie di liquori. Ci accolse una cameriera che ci fece perdere il filo del pensiero per un secondo.
Era bionda, capelli dorati raccolti in una treccia casuale. Non troppo alta, magra ma con curve ben definite: un seno prosperoso che contrastava con la sua figura slanciata, labbra carnose e rosse senza bisogno di rossetto. Portava un semplice vestito nero da lavoro, ma il modo in cui si muoveva – con una grazia naturale e un'energia sottile – era magnetico.
Ci accomodò a un tavolino proprio fronte bancone, così che ogni suo movimento dietro il banco era visibile. Ordinammo due caffè e due pain au chocolat. Mentre aspettavamo, cominciammo a consultare Google Maps sul telefono, pianificando le prossime tappe.
Senza pensarci, come sempre, eravamo sedute con le gambe divaricate. Le nostre gonnelline corte – oggi Sonia aveva una rosa, io una blu – non offrivano alcuna protezione. Non avendo intimo, ogni movimento, ogni spostamento, lasciava visibili le nostre parti più private.
La cameriera passava spesso vicino al nostro tavolo per portare ordini o pulire. Ogni volta, i suoi occhi – di un azzurro chiaro e intenso – scendevano rapidamente verso le nostre gambe aperte, poi si riallineavano con un'espressione neutra, ma non prima che noi catturassimo una minuscola dilatazione delle pupille, un lampo di interesse.
Alla terza occhiata reciproca, collegammo il fatto: lei vedeva. Vedeva tutto. E non era disgustata o imbarazzata. Era interessata.
Quando la vedemmo avvicinarsi nuovamente, con un vassoio di bicchieri, ci demmo un bacio in bocca. Non un bacio breve, ma uno profondo, teatrale, con le mie mani che si aggrappavano ai capelli di Sonia e le sue che mi afferravano i fianchi.
La cameriera cambiò immediatamente traiettoria. Lasciò il vassoio sul bancone e venne verso noi, con un panno per pulire il tavolo già in mano.
«Tutto bene?» chiese, la voce più bassa e calda di quanto ci aspettassimo.
«Perfetto», risposi io, sorridendo.
Mentre "puliva" il tavolo – un'azione più simbolica che necessaria – fece cadere deliberatamente un cucchiaino dalla sua tasca. Si inginocchiò per raccoglierlo.
Io e Sonia, con uno sguardo d'intesa simultanea, allargammo ancora più le gambe.
La sua faccia era ora a pochi centimetri dalle nostre cosce nude. Potemmo vedere il suo profilo mentre raccoglieva il cucchiaino: gli occhi fissi, prima sulla mia vulva glabra e umida, poi su quella di Sonia. Il suo respiro si fece più pesante per un secondo.
Si rialzò lentamente. Invece di parlare, prese carta e penna dal taschino del vestito. Scrisse rapidamente un numero di telefono sul retro di una ricevuta e lo posò sul tavolo tra noi, coperto dal panno.
«Se volete… conoscermi meglio», disse, poi si voltò e tornò al bancone senza aggiungere altro.
Scrivemmo subito. Un semplice messaggio: "Siamo interessate. Molto."
La risposta arrivò in meno di un minuto: "Finisco il turno alle 11.30. Possiamo uscire tutte e tre."
Pagammo, lasciando una mancia generosa. Al momento di uscire, facemmo un occhiolino alla cameriera mentre serviva un altro cliente. Lei rispose con un sorriso piccolo ma promettente.
Aspettammo poco distante dalla brasserie, sotto un portico. Alle 11.30 precise, la vedemmo uscire. Aveva cambiato vestito: ora una semplice maglietta bianca che evidenziava il suo seno prosperoso, capelli dorati sciolti che le cadevano sulle spalle, e pantaloni larghi di cotone beige.
Ci avvicinammo. «Ciao», disse lei, con un'aria più rilassata. «Mi chiamo Léa.»
Salutammo, presentandoci con i nostri nomi. Notai subito qualcosa che non mi tornava. Non nel suo atteggiamento – era femminile, grazioso – ma nella sua struttura. I pantaloni larghi nascondavano qualcosa, una certa solidità nel bacino che non era tipica di una donna così magra.
«Volete venire a casa mia?» propose Léa. «È vicino.»
Accettammo senza esitazione. Ci accompagnò attraverso un paio di stradine fino a un edificio residenziale modesto. All'interno, l'appartamento era spartano ma pulito.
«Abitando a Parigi con gli affitti folli», spiegò mentre ci faceva accomodare nella cucina piccola, «condivido la casa con due ragazzi. Sono simpatici, tranquilli.»
Andò nella sua camera a cambiarsi. Io e Sonia rimanemmo in cucina, l'elettricità tra noi palpabile.
Quando Léa tornò, il mondo che pensavamo di conoscere si capovolse.
Era senza maglietta. Il suo seno era fermo, bellissimo, due perle con capezzoli rosa perfetti. Ma sotto… portava solo un paio di pantaloncini corti sportivi, e in essi si vedeva una protuberanza inequivocabile. Non una piega, non un rigonfiamento ambiguo. Una vera e propria massa, definita, che si muoveva a destra e sinistra con i suoi movimenti.
Rimanemmo sbalordite. Sonia si irrigidì sulla sedia. Io fissai quel bacino, incapace di processare ciò che vedevo.
Léa era una trans. Una donna transgender, bellissima, con un corpo femminile curato… e un pene.
«Ultima cosa che pensavamo», mormorò Sonia, più a sé stessa che a me.
Léa osservò il nostro shock con un sorriso comprensivo ma anche un po' provocante. «In casa fa caldo», disse semplicemente. «Io sono abituata a girare nuda.»
E poi, con una naturalezza disarmante, si calò i pantaloncini. Li fece scivolare lungo le sue gambe snelle fino a toccare terra.
Rimase completamente nuda davanti a noi.
Il suo corpo era una contraddizione sublime. Curve femminili: fianchi arrotondati, seno perfetto, pelle liscia e senza peli. E poi… il suo cazzo.
Non era enorme, ma era impressionante. Depilato completamente, così che la pelle era uniforme e liscia. Era lungo, un po' più della media, e aveva una circonferenza notevole. Il glande era circonciso, ampio, di un rosa più chiaro rispetto al resto del membro. Pendeva tra le sue cosce in uno stato di semi-erezione, già reattivo alla situazione.
La mia vagina, alla vista di quel cazzo così perfetto su un corpo così femminile, cominciò a pulsare violentemente. Un calore umido si spense tra le mie cosce.
Non ci fu bisogno di parole. Mi alzai dalla sedia e cominciò a spogliarmi senza alcuna vergogna, senza alcuna esitazione. Il mio vestito blu scivolò a terra. Sonia, dopo un secondo di incertezza che fu rapidamente sopraffatto dalla curiosità e dal desiderio, fece lo stesso.
Come attratte da un magnete, ci avviciniamo a Léa.
Sonia si inginocchiò prima, rimanendo a pochi centimetri dal glande di Léa. La sua faccia era a livello del suo pene. Gli occhi di Sonia erano fissi su quella carne, una miscela di fascino e desiderio puro.
Io mi posizionò dietro Sonia. Presi il cazzo di Léa con una mano – era caldo, la pelle incredibilmente morbida – e con l'altra mano posata sulla nuca di Sonia, la spinsi delicatamente verso l'asta.
Sonia non resistette. Apri la bocca e cominciò a succhiare. Lentamente prima, poi con crescente avidità. La sua lingua scivolava lungo la lunghezza, le sue labbra si stringevano attorno al glande.
Léa, mentre riceveva il pompino, con una mano libera cominciò a masturbarsi. Le sue dita si muovevano rapidamente sul suo clitoride – perché aveva anche quello, una piccola protuberanza sensibile sopra la base del suo pene – e i suoi gemiti erano femminili, melodiosi, incredibilmente sexy.
Io ero un lago sotto. Sentivo la mia figa diventare una pozza di desiderio. Scesi anche io, inginocchiandomi accanto a Sonia.
Cominciammo a fare un pompino a due bocche. Sonia si concentrava sulla punta, succhiando e leccando il glande. Io lavorava sulla base e sulle palle – che erano piccole, femminili, ma presenti – massaggiando con la lingua e le mani.
Léa era in estasi. I suoi gemiti diventarono più alti, più urgenti. «Dio… voi due… siete incredibili…»
Non vedevo l'ora che me lo mettesse dentro. Mi staccai dal pompino collettivo, mi girai e mi appoggiai al tavolo della cucina. Mi misi a novanta gradi, divaricando le gambe al massimo.
«Fammelo sentire dentro», implorai, guardando Léa sopra la spalla.
Léa si avvicinò. Con una mano guidò il suo cazzo – ora completamente eretto e magnifico – verso l'entrata della mia vagina. La punta premuto contro le mie labbra gonfie e bagnate.
Sonia si mise sotto di me, sul pavimento. Mentre Léa cominciava a penetrarmi, Sonia leccava l'asta del suo cazzo ogni volta che entrava e usciva da me, e leccava anche i miei umori che sgorgavano copiosi.
La penetrazione di Léa era diversa da qualsiasi altro uomo. Era deliberata, sensuale, quasi metodica. Sentivo ogni centimetro del suo pene scivolare dentro di me, una sensazione di riempimento strana e meravigliosa perché proveniente da un corpo che era simultaneamente maschile e femminile.
Mentre mi scopava con un ritmo crescente, la porta principale dell'appartamento si aprì.
Due ragazzi entrarono. Uno alto e atletico con capelli scuri, l'altro più mingherlino ma con un viso aperto e sorridente. Avevano evidentemente sentito i gemiti.
Appena ci videro – Léa che scopava me sul tavolo della cucina, Sonia che leccava sotto – i loro occhi si spalancarono. Non ci fu imbarazzo, né esitazione.
In due secondi, si spogliarono. I loro vestiti furono gettati a terra. Erano già eccitati; i loro cazzi erano duri e pronti.
Arrivarono verso noi con una determinazione che era quasi comica nella sua immediatezza.
Léa si ritirò da me per un momento, permettendo al primo ragazzo – quello alto – di prendere il suo posto. Léa si spostò lateralmente e cominciò a masturbarsi mentre osservava.
Il ragazzo alto mi penetrò senza cerimonie. Era diverso da Léa: più brutale, più diretto. Mentre lui mi scopava la vagina, il secondo ragazzo – quello mingherlino – si posizionò dietro me. Aveva il suo cazzo in mano e lo puntò contro il mio ano.
«Aspetta…», gemetti, ma lui non aspettò.
Un colpo secco, deciso. La punta del suo cazzo più piccolo ma insistente aprì il mio sfintere già rilassato dall'eccitazione. Sentii il dolore acuto misto al godimento immediato della doppia penetrazione.
Sonia, vedendo la scena, non voleva essere lasciata fuori. Si mise a novanta gradi sul tavolo accanto a me, offrendosi completamente.
Léa, con un sorriso malizioso, guidò il ragazzo alto verso Sonia dopo che lui si era ritirato da me. Cominciò a scoparla con la stessa energia che aveva usato su me.
Questa volta volevo che fosse Sonia la "regina" della situazione. Mentre lei veniva scopata dal ragazzo alto e io veniva presa da due uomini contemporaneamente (uno nella figa, uno nel culo), mi concentrai su Léa.
Mi spostai verso lei. La afferrai per il suo cazzo magnifico e cominciò a masturbarla con vigore, alternando seghe veloci a baci profondi sul suo glande. Le sue mani mi afferrarono i seni, le sue dita mi pizzicarono i capezzoli.
«Voglio che tu la scopi», dissi a Léa mentre il ragazzo mingherlino veniva dentro il mio culo con un grido rauco. «Voglio che tu vieni dentro Sonia.»
Léa capì immediatamente. Quando il ragazzo alto si ritirò da Sonia – esausto ma soddisfatto – Léa lo sostituì.
Si posizionò dietro Sonia. Con una mano guidò il suo bel cazzo dentro la vagina di Sonia, già bagnata e aperta dall'uso precedente.
Léa scopò Sonia con una passione che era quasi romantica nella sua intensità. I suoi movimenti erano fluidi, profondi. Sonia gemeva sotto lei, il suo corpo che si arrendeva completamente alla sensazione nuova e potente di essere penetrata da una donna con un pene.
«Sto per venire…», ansimò Léa dopo alcuni minuti.
Io spostai il ragazzo mingherlino che era ancora semi-attaccato a me e mi posizionò vicino al punto di incontro tra Léa e Sonia.
«Vieni dentro lei», ordinai a Léa. «Riempi la sua regina.»
Léa spinse più forte, più profondamente. Poi un grido melodioso uscì dalla sua bocca e sentii il suo corpo irrigidirsi contro quello di Sonia.
Un getto caldo del suo sperma – il seme di una trans – si riversò dentro la vagina di Sonia.
Il secondo ragazzo, quello mingherlino, non voleva essere lasciato fuori. Si avvicinò a Sonia mentre Léa si ritirava ancora tremante.
«Anche io… dentro lei», disse semplicemente, e senza permesso si infilò nella vagina già occupata dal sperma di Léa.
Scopò Sonia per pochi minuti frenetici, poi venne dentro lei, unendo il suo sperma maschile a quello già presente di Léa.
Sonia era stravolta. Il suo corpo era scosso da orgasmi continui, ricevuti e dati. Era diventata una coppa d'argento riempita da due fonti diverse.
Quando il secondo ragazzo si ritirò dalle sue viscere bagnate e miste, Léa fece qualcosa che mi lasciò senza parole.
Si avvicinò a Sonia distesa e esausta sul tavolo. La girò delicatamente, mettendola a pancia in su.
Poi Léa si chinò tra le sue cosce. E cominciò a leccare.
Leccò con voracità incredibile. La sua lingua lunga e agile esplorava la vagina di Sonia, raccogliendo il sperma misto che vi era dentro. Non lo sputava; lo deglutiva, assaporando la miscela dei suoi fluidi con quelli dell'altro ragazzo.
Vidi Sonia che riprendeva vigore sotto quella stimolazione incredibile. Il suo corpo iniziò a tremare nuovamente, e raggiunse un altro orgasmo potente sotto la lingua esperta e insaziabile di Léa.
Alla fine, quando tutti erano esausti – i due ragazzi si erano già vestiti frettolosamente e erano usciti con un saluto casuale – io mi avvicinai a Sonia ancora distesa sul tavolo della cucina, il corpo macchiato di sperma e sudore.
La baciai sulle labbra che sapevano di sesso misto.
«Spuntiamo anche la casellina», dissi con un sorriso stanco ma soddisfatto, «di aver scopato con una trans.»
Sonia mi guardò, gli occhi ancora vitrei dal piacere estremo. «È stato… bellissimo», mormorò. «Mi piacerebbe rifarlo.»
Ci rivestimmo senza preoccuparci troppo di essere pulite. I nostri vestiti erano macchiati di umidità e di ricordi corporei. Léa si vestì anche lei, ora solo con i pantaloncini e la maglietta, e ci salutò con un bacio su ogni guancia.
«Se tornate a Parigi», disse con voce calda, «sapete dove trovarmi.»
Scendemmo per le scale e tornammo nel sole parigino. La città ci accolse come sempre, indifferentemente alle nostre fighe ancora umide e ai nostri cuori ancora accelerati dalle scopate della mattina.
Eravamo turiste con un segreto nuovo nel nostro bagaglio di esperienze.
Parigi aveva offerto un altro dono inaspettato.
E noi lo avevamo accettato con tutta la voracità che possedevamo.
Il giorno continuava.
E le possibilità erano infinite.
Il nostro gioco provocante nella città non aveva ancora finito.
E ogni passo lungo le stradine del Marais ora portava il ricordo del cazzo morbido e perfetto di Léa.
E del potere trasformativo di un incontro che aveva sfidato ogni nostra definizione di desiderio.
Sonia mi prese la mano mentre camminavamo.
«Dove andiamo ora?» chiese.
«Dove ci porta il desiderio», risposi.
E il desiderio, quel giorno a Parigi, sembrava avere infinite strade da offrire.
E infinite forme da scoprire.
E noi eravamo pronte a scoprire tutte.
Una dopo l'altra.
Senza esitazione.
Senza rimorso.
Solo con la voracità che ora definiva ogni nostro respiro.
E ogni nostro passo nella città della luce.
E della trasgressione infinita.
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