tradimenti
Marina trova lavoro
21.08.2025 |
1.758 |
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"“Oh mio Dio, sei una troia incredibile, ” grugnì lui, dando un ritmo forsennato con il sudore che gli colava sulla fronte..."
Marina aveva trovato il lavoro estivo per caso, rispondendo a un annuncio su un gruppo locale online. Il signor Martini, era un professore universitario di letteratura che cercava una babysitter per i suoi due figli piccoli durante l’estate.
Vedovo da tre anni, a 52 anni era un uomo maturo ma in forma, con capelli brizzolati che cadevano in ciocche ribelli sulla fronte, spalle larghe scolpite da anni di palestra, e occhi grigi che sembravano leggere ogni suo pensiero.
Le sue mani forti tradivano una vita di esperienze, e il suo portamento elegante, da intellettuale, era spezzato da un sorriso caldo che la faceva fremere.
Marina, aveva appena compiuto 18 anni e stava cercando un lavoro estivo per l’estate.
Sapeva l’effetto che il suo fascino aveva sugli uomini e, soprattutto, l’effetto che certi uomini avevano su di lei.
Il signor Martini era uno di quelli: austero, quasi severo, quando le aveva stretto la mano al colloquio, un fremito caldo le era salito da dentro, accendendo possibilità proibite.
Attratta da uomini molto più grandi, Marina non era nuova ai giochi trasgressivi orchestrati con Michele, che si eccitava nel vederla desiderata da altri.
Da allora, il loro rapporto era diventato un gioco pericoloso.
I caffè in cucina, le battute a volte ambigue del professore, il modo in cui la sua mano sfiorava “per caso” la sua mentre passavano una tazza, accendevano in lei un desiderio irrefrenabile.
Una settimana prima, mentre sistemava i piatti, lui le aveva detto con un sorriso caldo: “Marina, è bello averti qui.
I ragazzi sono contenti e hai portato una ventata di freschezza.”
Lei aveva inclinato la testa, un lampo di malizia negli occhi.
“E lei, prof, è contento?” aveva chiesto, con voce morbida ma provocatoria.
Il signor Martini aveva esitato, il suo sorriso che si incrinava appena.
“Diciamo che mi fai sentire giovane,” aveva risposto, ma il sorriso malizioso di Marina, appena intravisto, gli accese un fremito che lo fece sentire vivo, risvegliando un calore nei pantaloni che non provava da anni.
Marina aveva riso, arrossendo, ma quella notte aveva fantasticato di essere presa sul tavolo, il corpo maturo del professore che la possedeva.
Due sere prima, mentre erano sdraiati a letto, Michele aveva ripreso il gioco, gli occhi accesi di desiderio.
“Domani vai dal professore?,” aveva detto, accarezzandole la coscia.
“Oh, Miky, quell’uomo mi fa perdere la testa,” aveva risposto Marina, la voce carica di desiderio, un sorriso provocatorio sulle labbra.
Michele, al solo pensiero di loro due, aveva il fiato corto. “Immagina, amore, tu e lui,” ribatté, la voce roca. “Immagina lui che ti scopa come se fossi sua. Dopotutto per lui sei come una moglie: ti occupi dei figli, tieni in ordine la casa, ed è giusto che ti prenda cura anche del suo cazzo, quel cazzo duro che non scopa da anni, con le palle piene di sborra, pronta a riversarsi dentro la tua fighetta, pensa amore la tua fighetta piena della sua sborra calda.”
Marina ebbe un mancamento, il respiro spezzato, il corpo percorso da un fremito.
“Miky, lui mi tenta, tu mi tenti,” sussurrò, gli occhi lucidi di eccitazione. “Vuoi che mi faccia scopare, e lo farò, per te che lo desiideri, per lui che poverino è tanto solo, e per me.”
Michele gemette, stringendola forte, il desiderio che li consumava entrambi.
Quel giorno, sapendo che i figli del professore erano in gita con la parrocchia, Marina decise di spingere il gioco al limite.
Davanti allo specchio, il cuore le martellava. “Sono pazza,” mormorò, ridendo, mentre sceglieva una minigonna di jeans così corta da coprirle a malapena l’inguine, una camicetta bianca da segretaria, sbottonata quel tanto da rivelare i capezzoli turgidi sotto il tessuto sottile, e tacchi a stiletto che slanciavano le sue gambe.
Prima di uscire, si sfilò le mutandine, lasciandole cadere sul pavimento. “Tanto non servono,, cosi si evita il fastidio di torgliermele” pensò, immaginando il cazzo del professore, grosso e pulsante, che la scopava senza ritegno.
Arrivata a casa del professore, lui la accolse sulla porta, e i suoi occhi grigi si illuminarono di una luce nuova, un misto di sorpresa e desiderio trattenuto.
“Marina...., il tuo… stile è davvero notevole,” disse, la voce bassa ma controllata, da uomo abituato a pesare le parole.
“Quando hai finito le tue cose, raggiungimi nella libreria, ho bisogno di aiuto per trovare un libro, sai quattro occhi sono meglio di due”
Lei annuì, sul viso le apparve un’espressione di felicità, come se a una bimba le fosse stato promesso un gelato, sperando che il libro fosse solo una scusa e che il professore, dietro quel suo sguardo austero, volesse reclamare ben altro da lei, ma probabilmente stava a lei indurlo in tentazioni per far cadere quel sottile muro che c'era tra loro.
L’odore di carta vecchia della libreria si mescolava al calore umido dell’aria estiva, il pavimento che cigolava sotto i suoi tacchi creando un’atmosfera densa di promessa.
“Forse è laggiù,” mormorò il signor Martini, indicando un angolo buio.
Marina si avvicinò agli scatoloni, piegandosi lentamente.
La minigonna si sollevò, rivelando la sua figa nuda, le natiche sode esposte senza vergogna.
Le autoreggenti velate incorniciavano le sue cosce, e la camicetta, già sbottonata, scivolò, lasciando intravedere un capezzolo turgido.
Il professore, sentì il sangue pulsargli nelle tempie.
“Oh Marina…” bisbigliò con voce quasi sussurrata, sentiva che il suo autocontrollo iniziava a incrinarsi davanti a quella ragazzina che poteva essere una sua nipotina.
Lei si voltò, fingendo innocenza, ma il suo sorriso era fuoco liquido. “Sì, professore?”
Nel girarsi, il suo seno sfiorò il braccio di lui, una scintilla che accese un incendio.
Le parole di Michele le echeggiavano nella mente: “Immagina lui che ti scopa come se fossi sua…”
Con un gesto sfrontato, Marina tirò la gonna ancora più su, scoprendo le cosce. I tacchi la resero instabile, e quando barcollò, si aggrappò al professore, con la sua mano che casualmente andò sul rigonfiamento duro dei suoi pantaloni di lino.
Marina sentì il suo cazzo pulsare, grosso e possente proprio come l’aveva immaginato tante volte negli ultimi giorni, e un sorriso malizioso le increspò le labbra. “Oh, professore…” sussurrò, stringendo con decisione.
“Non puoi provocarmi così,” ringhiò lui, slacciandosi la cintura, il tono da intellettuale era ormai svanito lasciando il posto all'uomo, un uomo che non toccava una donna da quando era rimasto vedovo, ma adesso tutte le sue certezze stavano per crollare davanti a quella ragazzina che si offriva a lui.
Il suo membro era eretto, imponente e venoso, con la cappella lucida, si erigeva davanti a lei.
Marina lo fissò, il cuore che martellava, il pensiero di Michele e del cazzo del professore che la spingeva oltre.
Si chinò, afferrandogli i fianchi, e lo accolse nella sua bocca con avidità.
La sua lingua scivolava lungo la sua lunghezza, assaporando il gusto salmastro, la gola che si stringeva attorno a lui.
Il professore gemette, le mani strinsero i capelli di lei raccogliendoli in una coda e ne dettava il ritmo.
“Mio Dio, che succhiacazzi che sei, mi fai impazzire,” grugnì, la voce roca, carica di desiderio.
Marina alternava movimenti lenti, lasciando che il suo cazzo le riempisse la bocca, a momenti rapidi, la lingua sulla cappella sensibile.
I gemiti di lui si mescolavano al respiro spezzato e al profumo muschiato del suo sudore.
Ma Marina voleva di più, dopo tutte le fantasie e le voglie dei giorni scorsi non si sarebbe accontentata solo di un pompino, quindi si staccò, le labbra erano lucide e con il sapore in bocca del cazzo del signor Martini, indicò un vecchio scaffale.
“Forse è lì,” disse, piegandosi di nuovo, il suo corpo disegnava un angolo retto perfetto, con la minigonna che scopriva la sua figa bagnata, mentre le gambe erano leggermente divaricate, solo un ottuso o a chi non poacevano le donne non avrebbero capito, e sicuramente il professore non era ne l'uno ne l'altro.
Il signor Martini si avvicinò, le sue mani che afferrarono i suoi fianchi, e le dita affondarono nella carne quasi come se non volesse che andasse da nessuna parte.
“Oh sì, finalmente,” disse, il suo cazzo che premeva contro di lei, la punta della cappella scivolava lentamente tra le sue labbra gonfie. “Marina, sei una troietta lo sai vero? e adesso ti chiavo come Dio comanda” aggiunse, il linguaggio forbito era ormai abbandonato, e la sua voce era carica di desiderio animalesco.
Con una spinta decisa, la penetrò, riempiendola fino in fondo.
Marina gemette, il suo corpo si inarcava andando incontro al cazzo del professore, le sembrava grosso e affamato, e che la scopava come aveva sognato.
“Mio Dio, Marina, sei molto meglio di quello che pensavo,” ansimò, con spinte sempre più profonde, con il ritmo che accelerava. “Prendilo tutto, puttanella,” disse con tono animalesco, le parole provocanti di lui la colpivano come schiaffi, accendendo in lei un misto di vergogna e piacere facendola bagnare come non mia e soprattutto favorendo la penetrazione di quel cazzo tanto desiderato.
Michele mi vorrebbe così, pensò, mentre il piacere la travolgeva.
“Scopami, prof…” ansimò Marina, stringendo lo scaffale.
“Oh sì, troietta, ti piace, vero?” sibilò lui, ogni parola un colpo che la faceva fremere. “Succhiacazzi, sei fatta per questo cazzo.”
Marina annuì, la voce rotta: “Più forte… fottimi tutta…” lo incitò, il pensiero andò al suo fidanzato che l'aveva spinto a fare quello mentre il cazzo del professore la riempiva, ad ogni affondo corrispondeva un’esplosione di piacere.
“Oh mio Dio, sei una troia incredibile,” grugnì lui, dando un ritmo forsennato con il sudore che gli colava sulla fronte. Quando l’orgasmo li travolse, il signor Martini si lasciò andare con un gemito rauco. “Siii, ti SBORRO dentroooo!”, il suo sperma caldo che la inondava.
Marina, scossa da spasmi, gridò: “SI PROFESSORE SBORRAMI DENTRO METTIMI INCINTAAA SONO TUAA!”
Lui, perso nel piacere, concluse: “Siii, sei miaaa, ti metto INCINTAA!”
Quelle parole crude sigillarono quella unione, un’esplosione di desiderio che li lasciò tremanti.
Marina si voltò, un sorriso sfrontato. “Fallo, prof… fammi tua,” sussurrò, mentre il suo corpo vibrava sotto i colpi di lui.
Quando si separarono, i loro corpi erano madidi di sudore, come se quel sudore li avesse uniti ancora di più, Marina si sistemò la gonna, con la sborra che le colava lungo le cosce.
“Beh, professore,” disse con un tono malizioso, “allora io vado, ci vediamo domani, credo che abbiamo ancora tanto da fare prima che tornino i bambini, che ne pensa?”
Lanciandogli un ultimo sguardo, carico di promesse.
“Secondo me sì, eccome se abbiamo da fare,” rispose lui, la voce bassa e carica di desiderio.
Marina sorrise, allontanandosi, il pensiero di Michele che la aspettava che le accendeva un nuovo fuoco.
Quella sera, nella loro auto parcheggiata in un angolo isolato, Marina si sedette sul sedile posteriore, con le gambe divaricate, Michele era davanti a lei che la guardava con occhi famelici, il corpo che tremava di eccitazione, come drogato dal desiderio.
"Amore mio, com’è stato con il professore, era come nelle nostre fantasie?” disse, la voce roca.
Marina sorrise, alzandosi la gonna per mostrare la sua fighetta rossa e gonfia, ancora bagnata della sborra calda di Martini.
“Mi ha scopata come un animale, Miky,” iniziò, la voce carica di provocazione.
Michele, era come se fosse drogato dall’eccitazione, la incalzava: “Dimmi di più, amore, com’era il suo cazzo? Quanto era grosso? Come ti ha scopata?”
Marina sorrise, sapendo di averlo in pugno. “Era enorme, Miky, lungo e spesso, con le vene che pulsavano, mi riempiva tutta. Mi ha sbattuta così forte contro lo scaffale che le sue palle sbattevano contro il mio culetto, un rumore secco, tac tac tac, a ogni spinta. Mi chiamava troietta, puttanella, e io godevo come una pazza.”
Michele, con gli occhi fuori dalle orbite, sembrava morire di piacere, il respiro spezzato. “Cazzo, amore, dimmi di più, ti prego non lesinare i particolari” sussurrò, le mani che tremavano mentre si avvicinava. “Ti ha fatto godere come una porca?”
Marina rise, sporgendosi verso di lui. “Oh, sì, mi ha fatta venire così forte che tremavo,” disse con gli occhi che brillavano. “E tu, cornuto, lo volevi, vero? La tua fidanzatina presa da un altro.” Michele annuì, la voce spezzata: “Ti amo da morire, Marina. Voglio sapere ogni dettaglio.”
Lei lo provocò ancora: “Scommetto che ti sei toccato pensando a lui che mi scopava, vero?” Michele arrossì, annuendo. “oh sì non immagini quanto, ti amo da morire,” ripeté, con il desiderio che lo consumava.
Marina afferrò la sua testa, spingendola con forza contro di sé. “Lecca, cornuto,” ordinò, la voce tagliente. “Leccami tutta, senti come mi ha riempito quel porco.”
Michele obbedì, la sua lingua che scivolava su di lei, assaporando il sapore del professore, mentre mormorava: “Mio Dio, quanto ti amo,” disse sborrando anche l’anima.
Marina gemette, il piacere che si mescolava al potere che sentiva su di lui, mentre il loro gioco che si alimentava di ogni nuovo dettaglio.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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