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La mia fidanzatina svezzata dagli altri cap 3


di MikyeMarina
05.10.2024    |    4.341    |    16 9.9
"La mia manina non riusciva a stringerlo, dovevo usarle tutte e due per fare su e giù, su e giù..."
CAPITOLO 3 – L’INIZIO DEI GIOCHI

La mia mente era un caos, un vortice di immagini oscene che non mi lasciavano respirare.
Il racconto di Gianni mi aveva scavato dentro, lasciando un tarlo che rosicchiava ogni pensiero razionale.

Ero ancora perso in quel turbine quando lui, con quel ghigno arrogante che ormai odiavo e desideravo allo stesso tempo, lasciò cadere un’altra bomba: “Comunque, la tua concittadina ha proprio un culetto stretto stretto…”

“Co.., come?” balbettai, con gli occhi spalancati, il cuore che mi martellava nel petto come un tamburo.
Le mani mi sudavano, e un flash mi attraversò la mente: Marina in spiaggia, con quel costumino giallo che le aderiva come una seconda pelle, il culetto tondo che ondeggiava sotto gli occhi di tutti.
“Hai provato a… sverginarla lì dietro?”

“See, magari!” rise Gianni, scuotendo la testa. “Le ho solo infilato un dito dentro. Era strettissimo, sembrava volesse inghiottirlo, quel dito.
Sai una volta in pineta le ho alzato il costumino, e quando l’ho toccata lì dietro, ha fatto un gemito che… cazzo, sembrava implorarmi di continuare.
Secondo me, se trova uno che ci sa fare, quella darà grandi soddisfazioni. Peccato che io non abbia tutto questo tempo da dedicarle.”

Peccato, pensai, con un misto di sarcasmo e rabbia che mi bruciava dentro.
Peccato per te, certo, non per me o per la mia povera Marina. Ma quelle parole mi si piantarono in testa come chiodi. Immaginavo quel grosso dito di Gianni che violava quel pertugio, il suo cazzo enorme in gola a Marina, i suoi gemiti soffocati. Il pensiero mi faceva ribollire il sangue, un misto di gelosia e un’eccitazione che mi disgustava.
Chiuso in bagno, mi segai di nuovo, la mente piena di lei, inginocchiata nella pineta, la cappella di lui che le deformava la bocca, il dito che la torturava.
Venni con un’intensità che mi fece tremare le gambe, e quel godere mi colpì come un pugno.

La giornata passò lenta, pesante, con l’odore di disinfettante dell’ospedale che mi impregnava i polmoni e il ronzio dei monitor che mi perforava le orecchie. Gianni non aggiunse altre confessioni, ma il suo sorriso compiaciuto mi perseguitava.
All’ora di pranzo, fu dimesso. “Ci rivediamo.” disse, con una strizzata d’occhio. “Magari passo a trovare la piccola succhiacazzi.” La sua risata mi fece digrignare i denti, ma non riuscii a rispondere.

Proprio in quel momento, alla porta della stanza si affacciò una visione che mi fece quasi dimenticare tutto: Marina.
Era venuta a trovarmi, accompagnata dai suoi genitori.
Bella da togliere il fiato, con un vestitino leggero che le scivolava sui fianchi, i capelli raccolti in una coda che ondeggiava a ogni passo, e quel profumo di fiori che mi faceva girare la testa. Ogni uomo nella stanza – medici, infermieri, persino un paziente anziano – sembrava incapace di toglierle gli occhi di dosso. Un infermiere si fermò a fissarla, e io sentii una stretta allo stomaco: gelosia, sì, ma anche un orgoglio perverso, come se fossi fiero di avere una ragazza che tutti desideravano.

Chissà se si erano incrociati con Gianni nei corridoi. Non importava. L’importante era che lei fosse lì, davanti a me. Dopo i convenevoli con i suoi genitori, riuscimmo a ritagliarci un po’ di tempo da soli. Seduta sul bordo del mio letto, giocherellava con una ciocca di capelli, ma il suo sorriso era teso. Le dissi, con un tono che volevo sembrare casuale: “Sai, in stanza con me c’era un ragazzo che ha avuto un incidente in moto. Se fossi arrivata cinque minuti prima, te lo avrei presentato.”

La vidi cambiare colore, le guance improvvisamente rosse, gli occhi che si abbassavano per un istante. Si morse il labbro, un gesto che non le avevo mai visto fare. “Stai bene?” chiesi, fingendo preoccupazione, ma con il cuore che batteva all’impazzata. “È tutto ok?”

“Sì, sì,” rispose, con un sorriso tirato, la voce un po’ troppo alta. “Sarà l’aria dell’ospedale, mi dà fastidio.” Ma il suo imbarazzo era palpabile, un silenzio che diceva più delle parole. La cosa finì lì, ma il tarlo scavava più profondo.

Due giorni dopo, fui dimesso anch’io. Iniziai la riabilitazione, un ciclo di esercizi che mi teneva occupato, ma non abbastanza da scacciare i pensieri. Ogni momento libero, la mia mente tornava a Marina e Gianni. La immaginavo inginocchiata, con quel “cazzone” in bocca, come lo aveva chiamato lui, e ogni volta finivo per segarmi, chiuso in bagno, con quelle strane voglie che mi bruciavano dentro. Ma c’era qualcosa di diverso in Marina, ora che la rivedevo. Era più solare, più spigliata, quasi sfacciata. Una volta, durante una seduta di riabilitazione, l’avevo vista accompagnarmi e flirtare sottilmente con il mio fisioterapista, un uomo sulla trentina con un sorriso da predatore. Rideva alle sue battute, gli sfiorava il braccio, e io sentivo una stretta al petto. Era diversa, come se sapesse di avere un potere che prima ignorava, e lo usava senza vergogna. Gli uomini, soprattutto quelli più grandi, la divoravano con gli occhi, e lei ricambiava con sorrisi che erano un misto di innocenza e provocazione.

Finalmente potei prendere l’auto e portarla nel nostro posto isolato, un angolo nascosto tra gli alberi, dove il crepuscolo tingeva il cielo di un rosso che sembrava bruciare, proprio come il mio desiderio. La baciavo con foga, le mani che scivolavano sulle sue cosce, sui fianchi, sul seno che premeva sotto la maglietta. L’odore della sua pelle, misto al profumo di pino che entrava dal finestrino, mi mandava fuori di testa. “Ma che hai?” rideva lei, con quella voce che era un misto di innocenza e malizia.

Che avevo? Ero arrapato come non mai. Era passato più di un mese da quando l’avevo avuta tra le mani, e il racconto di Gianni mi aveva trasformato in un animale. Mentre cercavo di toccarla, di spingerla oltre, le dissi a bruciapelo: “Oggi mi sono sentito con quel ragazzo dell’ospedale, Gianni. Ha detto che viene a trovarmi. Quando arriva, te lo voglio presentare.”

Scese un silenzio che pesava come piombo. La mia mano era tra le sue cosce, e lei mi segava lentamente, con un tocco che mi faceva tremare. Poi, con un sussurro che mi sfiorò l’orecchio come una carezza, disse: “Ma io Gianni lo conosco molto bene.”

“Come lo conosci?” chiesi, con il cuore che mi batteva all’impazzata, il respiro corto.

“Amore, ti ricordi quando al telefono ti ho detto che c’era uno più grande che mi faceva la corte? Cosa mi hai risposto?”

Non ricordavo, o forse non volevo. “Non so, dimmelo tu,” balbettai, con le gambe che iniziavano a tremare.

“Me lo ricordo io,” rispose, mordendosi il labbro inferiore, con un tono da finta ingenua che mi fece impazzire. “Hai detto: ‘Che vuoi che sia, fallo fare.’ Così… l’ho fatto fare.”

“E che sarà successo mai?” chiesi, cercando di sembrare calmo, ma con il sangue che mi pulsava nelle tempie.

“Un giorno siamo andati a fare un giro in moto,” continuò, con quella voce bassa e provocante, mentre la sua mano stringeva più forte. “Avevo il mio costumino giallo, quello che mi disegna la fighetta, te lo ricordi? E gli zoccoletti alti, che mi fanno il culetto tondo e sodo. L’aria odorava di pino, e il sole filtrava tra gli alberi. Mentre tornavamo, mi ha portata in pineta. Ha iniziato a baciarmi con la lingua, e io… non riuscivo a fermarlo.”

Si fermò, guardandomi con un sorrisetto che mi devastò. La sua mano non smetteva di muoversi, e il mio cazzo pulsava come se volesse esplodere. “Amore, ma allora ti piace la mia storia,” sussurrò, sfiorandomi il collo con le labbra. “Devo continuare?”

“Sì, continua, ti prego,” ansimai, ormai perso, con un flashback del racconto di Gianni che mi attraversava la mente: lui aveva detto che lei tossiva, ma ora sembrava così sicura, così compiaciuta.

“Sai, amore, Gianni ci sa fare proprio,” disse, con un tono che era un misto di innocenza e malizia. “Mi baciava con la sua lingua calda, e le sue mani si muovevano su di me, e soprattutto dentro di me. Non capivo più niente, la patatina mi bruciava tutta, spingevo il bacino verso di lui. Poi l’ha tirato fuori, ma la tua fidanzatina non sapeva cosa fare con quel cazzone…”

“Come cazzone?” chiesi, con la voce strozzata, mentre lei mi sussurrava all’orecchio, facendomi impazzire.

“Sì, amore, un cazzone più grosso del tuo,” rispose, con una risatina che mi trafisse. “Se vuoi, te lo descrivo. Vuoi, vero?”

“Sì, Mary, dimmelo, com’era?” chiesi, ansimando, con il sudore che mi colava lungo la schiena.

“Amore, aveva un bastone grosso grosso, senza pelle, largo come il mio polso. La mia manina non riusciva a stringerlo, dovevo usarle tutte e due per fare su e giù, su e giù. Era così caldo, pulsava come se fosse vivo…”

“E poi? Com’era, descrivimelo bene, dai,” la incalzai, con il cuore che mi esplodeva nel petto.

“Era pieno di vene, vene grosse che pulsavano,” continuò, con quella voce che mi mandava in estasi. “E alla fine di questo bastone c’era un fungone rosso rosso, caldissimo. L’ho toccato, amore, facevo su e giù con le mie manine, e sentivo ogni vena sotto le dita…”

“Ti piaceva?” chiesi, quasi senza fiato, con la vergogna che mi bruciava ma il desiderio che mi teneva inchiodato.

“Sì, sì,” ammise, con un gemito che mi fece tremare.
“E dopo l’ho pure baciato, sfiorandolo con le labbra…”
“E non pensavi a me?” chiesi, con un misto di gelosia e desiderio che mi stava distruggendo.

“In quel momento proprio no,” rispose, con una sincerità che mi trafisse come un coltello.
“E dopo, sai che ho fatto?”

“Che hai fatto?”

“L’ho preso in bocca,” disse, con un “mmmm” che mi fece quasi crollare. “Che buono che era. Sentivo il suo sapore, amore, e il suo odore… Vuoi sapere che mi diceva?”

“Cosa ti diceva?” chiesi, con un filo di voce, il corpo che tremava.

“Diceva: ‘Oh sì, che bello, ti scopo la bocca,’” sussurrò, imitando la voce di Gianni, con un tono che era puro piacere. “Questo diceva al tuo amore.”

“Che cattivo,” dissi, sentendo che stavo per morire, ma lei mi teneva in vita con ogni parola. “E dopo?”

“Sei sicuro di voler sapere il resto?” chiese, con un sorrisetto malizioso, stringendomi più forte.

“Sì, sicuro,” risposi, ormai in balia di lei.

“Me l’ha spinto tutto in gola, due, tre, quattro, tante volte,” continuò, con la voce che si faceva più intensa. “E ho bevuto.”

“Cosa hai bevuto?” chiesi, con una domanda istintiva, quasi ingenua, mentre la mia mente era un caos.

“Ho bevuto la SBORRA,” rispose, con un tono che era puro piacere, mordendosi il labbro. “Vuoi che te lo ripeta?”

“Sì, ti prego, ripetilo,” implorai, perso, con il suo tocco che mi mandava in orbita.

“Ho bevuto la SBORRAAAAAA,” disse, con una voce che mi devastò. “La SBORRA, MMMMM, sborrava e diceva che ero una troietta succhiacazzi e tu un CORNUTO!”

“E com’era?” chiesi, con il cuore in gola, il corpo che tremava come una foglia.

“Oh, amore, era calda, densa, buona, tanta sborra,” gemette, con un sorriso che mi spezzò. “Tutta sulla lingua della tua fidanzatina, scivolava in gola, e io… la volevo ancora.”

Venni sotto il tocco delle sue mani, con un’intensità che mi fece quasi svenire. Il mondo si dissolse, e per un attimo ci fu solo lei, la sua voce, e quelle immagini che mi bruciavano dentro. Passai il giorno dopo a pulire l’auto, con la mente ancora piena di lei, inginocchiata, con la bocca piena, che mi chiamava cornuto.

Ma mentre ci rivestivamo, il suo telefono vibrò. Lo prese, lesse un messaggio e sorrise, un sorriso enigmatico che mi fece gelare il sangue. “Sai, amore,” disse, con un tono che non riuscivo a decifrare, “Gianni mi ha scritto ieri…”

Non finì la frase, ma quelle parole mi rimasero incastrate in testa.
Le sorprese non erano finite. Anzi, eravamo solo all’inizio.
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