tradimenti
La mia fidanzatina svezzata dagli altri cap 4
09.10.2024 |
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"Mi ha leccato il buchino per bene, mmmm, era bellissimo, la sua lingua calda mi faceva tremare tutta..."
CAPITOLO 4 – IL RITORNO DI GIANNI Quelli che seguirono furono giorni strani, come se il mondo si fosse storto.
Ogni pensiero tornava a Marina, a Gianni, a quel cazzo enorme che le riempiva la bocca, a quel dito che le violava il culetto.
Era tutto così assurdo, così lontano dalla coppia normale che pensavo fossimo.
Il nostro percorso era diverso, un viaggio dove un terzo, quel bastardo di Gianni, si era infilato senza chiedere permesso, accelerando la crescita sessuale di Marina in modi che non riuscivo a smettere di immaginare.
Nella mia testa, c’era sempre la stessa scena: lei, inginocchiata nella pineta, con il cazzo di Gianni che le deformava le labbra, la sborra che le colava sul mento.
Scoprii poi che non era stato nemmeno il primo a sfondarle la bocca, ma quella era un’altra storia, un altro coltello che mi aspettava.
E poi c’era un pensiero nuovo, più oscuro, che mi faceva tremare: Gianni che si prendeva la verginità di Marina, che le sfondava la fighetta e la riempiva.
Ogni volta che ci pensavo, venivo sborrando anche l’anima, mormorando tra i denti: “Dai, Gianni, scopala, sfondale la fica, sborrala tutta…”
La vergogna mi bruciava, ma non potevo fermarmi.
A parte questo, la vita con lei scorreva tranquilla, almeno in superficie.
Bacini, abbracci, sorrisi, le sue parole dolci: “Ti amo, Miky.”
Ma nell’intimità, tutto era cambiato.
Lei era diversa, più audace, più sicura.
Niente scopate, certo, lei si teneva ancora la verginità come un trofeo, ma mi tirava certe seghe, sussurrandomi cose che mi facevano venire come un porco.
Ed un giorno, il telefono squillò.
Era Gianni. Il suono della sua voce mi fece stringere i denti, ma ascoltai, fingendo calma.
Dopo i convenevoli, mi disse: “Sto venendo nella tua città, amico.
Nel tardo pomeriggio mi vedo con quella ragazzina bocchinara del mare.
Sai com’è, le ho scritto e non si è tirata indietro.”
Rise, una risata che mi trafisse.
“Le ho detto di mettersi quel costumino giallo, mi fa impazzire. E lei, la troietta, ha detto subito sì.”
Cercai una scusa, con il cuore che mi martellava. “Oggi sono incasinato, Gianni, non ce la faccio. Magari un’altra volta.”
“Sicuramente,” rispose, con quel tono arrogante che odiavo. “Ci saranno altre occasioni per rivederci e sborrare in gola alla puttanella. Magari la svergino pure, se riesco a convincerla.
Così la rimando dal cornutone con la pancia piena di sborra.” Chiuse con una risatina che mi fece ribollire il sangue.
Era un sabato, lo ricordo bene. Quella sera, verso le nove, dovevo vedere Marina per festeggiare i nostri quattro mesi insieme, una pizza e un giro in macchina. Ma il pomeriggio fu un inferno. Ero divorato da visioni di loro due insieme, crisi di gelosia che mi stringevano lo stomaco.
Non so nemmeno perché, ma mi ritrovai a guidare verso casa di Marina, ore prima dell’appuntamento. Parcheggiai in un angolo laterale, nascosto, con la visuale libera sul suo portone.
Il crepuscolo tingeva il cielo di rosso, e il caldo estivo mi faceva sudare freddo. Ogni macchina che passava mi faceva sobbalzare, pensando fosse lui. La immaginavo scendere dalla sua auto, con il trucco sfatto, le labbra umide di lui, e mi odiavo per quanto mi eccitava.
Mancavano quindici minuti alle nove. Ero un fascio di nervi, le mani che tremavano sul volante, quando un’auto si fermò davanti al portone. Era lei. E c’era Gianni. Parlarono per qualche minuto, poi lei lo baciò sulle labbra, un gesto che sembrava innocente ma che mi trafisse.
Entrò nel portone, e lui sparì nella notte. Due minuti dopo, Marina uscì di nuovo, pronta per me.
La feci aspettare, solo per guardarla un po’. Era bellissima, un sogno osceno: una minigonna stretta con uno spacco vertiginoso che lasciava intravedere il culetto, calze nere autoreggenti con la riga, una camicetta bianca che le modellava il seno, e tacchi altissimi che ticchettavano sull’asfalto. Il suo profumo di fiori mi colpì appena salì in macchina, mescolato a un odore più pungente, quasi animale.
“Ciao, amore,” disse, con un sorriso che mi fece tremare.
“Ciao, Mary,” risposi, con la voce incerta. “Ti vedo… stanca?”
“Benissimo,” rispose, con una risatina che non mi convinse.
Senza dire nulla, mi diressi verso il nostro posto isolato, tra gli alberi, dove il buio ci avvolgeva e il silenzio era rotto solo dal ronzio dei grilli. La baciavo con foga, le mani che scivolavano sulle sue cosce, sulle autoreggenti, sul seno che premeva sotto la camicetta. “Quanto sei bella,” mormorai, con il cuore in gola. “Dai, raccontami ancora di Gianni, ti prego…”
“Gianni, Gianni,” disse, con un tono provocante, stringendomi il cazzo attraverso i jeans. “Sempre questo Gianni. Sembra che desideri che lui faccia le zozzerie con me.”
“Vero, amore,” ammisi, con la voce che tremava. “Lo sai che mi eccita.”
“Allora devi sapere che questo pomeriggio ho visto il tuo amico Gianni per due ore,” disse, con un sorrisetto che mi devastò.
“Non ti credo,” balbettai, cercando di sembrare scettico. “Lo dici solo per farmi ingelosire.”
“Da come si ingrossa il tuo amichetto lì sotto, non mi sembri geloso,” sussurrò, avvicinando il viso al mio. Mi alitò in faccia, un odore forte, quasi muschiato, che mi fece girare la testa. Poi mi baciò, con una lingua che sembrava bruciare. “Hai sentito? Era l’odore della SBORRA di Gianni. E guarda cosa ho messo…”
Sollevò la minigonna, rivelando il costumino giallo, quello del mare, che le disegnava la fighetta, lasciando intravedere lo spacco della sua giovane fighetta. Rimasi a bocca aperta, con un’espressione da scemo. “Sì, sì,” continuò, con un tono che era puro piacere. “Questo pomeriggio ho bevuto due calde razioni di SBORRA nel giro di quaranta minuti.” Pronunciò “sborra” con un’enfasi che mi fece tremare.
“Oh, Marina, ti amo,” dissi, con la voce strozzata, mentre il suo tocco mi mandava in orbita.
“Ma non so quanto potrò tenerlo a freno ancora,” continuò, mordendosi il labbro. “Vuole sempre di più, vuole scoparmi. E se non lo faccio, ha detto che vuole il buchino del mio sederino. Tu che ne pensi?”
Lo disse mentre stavo per venire, ma mi trattenni, volevo godermi ogni parola. Le parole mi uscirono da sole, come un sussurro: “Amore, fai quello che ritieni giusto. Lo sai che ti amo e che ti amerò sempre.”
“Mmm, lo sai che ha fatto quel porco oggi alla tua fidanzatina?” chiese, con un sorriso malizioso, stringendomi più forte.
“No, dimmi,” ansimai, con il cuore che mi esplodeva nel petto.
“Mi ha messo quelle grosse palle piene di sborra in bocca, e me le ha fatte leccare,” disse, con un gemito. “Erano così calde, amore, sentivo il loro peso sulla lingua. Mi ha preso a cappellate sulla faccia, quel cattivone, e io… non riuscivo a smettere di guardarlo.”
“Oh, sì, davvero cattivo,” dissi, con la voce che tremava, mentre la mia mente sovrapponeva il suo racconto a quello di Gianni. Lui aveva detto che era timida, che tossiva, ma ora sembrava compiaciuta, quasi fiera. Cosa mi stava nascondendo? “Quante volte l’hai fatto, Marina? Dimmi la verità.”
“Oggi due volte,” rispose, con un sorrisetto. “Ma non è la prima, amore. E dopo mi ha fatto inginocchiare, il terreno era duro sotto le ginocchia, ma non m’importava, ero persa. Mi ha leccato il buchino per bene, mmmm, era bellissimo, la sua lingua calda mi faceva tremare tutta.”
“E dopo? Che ha fatto?” chiesi, con il sudore che mi colava lungo la schiena.
“Ha appoggiato il suo cappellone sul buchino,” disse, con gli occhi che brillavano. “Fiuuu, bruciava, era troppo grande, troppo grosso, sentivo ogni vena che pulsava.”
“E lo ha messo dietro?” chiesi, con curiosità e preoccupazione, balbettando. “No, amore, solo un po’, ma sentivo dolore,” rispose, con un tono che oscillava tra innocenza e provocazione. “Si è innervosito e me lo ha messo in bocca, dicendomi certe cose…”
“Cosa ti diceva, dai, dimmelo,” la incalzai, ormai perso.
“Mi diceva: ‘Zoccola, sei una zoccola, adesso ti sborro in bocca e ti mando dal cornutello che sai di sborra. Tira fuori la lingua, daiii!’”
“E tu che hai fatto?”
“Miky, ho tirato fuori la lingua,” ammise, con un sorrisetto. “Sai, mi dispiaceva vederlo così. Mi sono fatta SBORRARE sulla lingua, calda, densa, che mi scivolava in gola. Ti giuro, quasi gliela volevo dare, tanto mi dispiaceva. Ma adesso sborra pure tu, amore mio, sborra sulla tua fidanzatina, daiiii!”
Venni con un’intensità che mi fece quasi svenire, stringendola forte, mormorando: “Sì, sì, sei una zoccola… ti amo, ti amo, ti amo.”
Il mondo si dissolse, e per un attimo ci fu solo lei, la sua voce, e quelle immagini che mi bruciavano dentro.
La serata continuò in pizzeria, ma anche lì niente era normale. Il cameriere, un tipo sulla trentina con un sorriso da bastardo incallito, fece un complimento a Marina, e lei rise, comese volesse fare intendere qualcosa. Io stringevo il menù, con il cuore che batteva, pensando: “Adesso la porta di la e se la scopa tra le tovaglie” Ogni suo gesto sembrava un gioco, una provocazione che mi faceva sentire più cornuto, ma anche più vivo.
Mentre tornavamo verso casa, il suo telefono vibrò. Lo prese, lesse un messaggio e sorrise, un sorriso enigmatico che mi fece gelare il sangue. “Sai, amore,” disse, con un tono che non riuscivo a decifrare, “Gianni vuole vedermi di nuovo domani… Tu che ne pensi?
” Non aspettò la mia risposta, ma si avvicinò, sussurrando: “Scommetto che vorresti esserci, vero? Per guardarmi mentre lo faccio…” “Ti amo anch’io, lo sai,” disse, con una risatina. “Mi sa proprio che il cazzo mi piace tanto…”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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