tradimenti
La mia fidanzatina svezzata dagli altri cap 5
12.10.2024 |
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"Cosa mi stava nascondendo ancora? “Mentre mi scopava la bocca – quella bocca che tu ami tanto – gli ho chiesto di incularmi..."
CAPITOLO 5 – NUOVI ORIZZONTI, NUOVE APERTURE Ero distrutto, spossato, con il corpo ancora scosso dagli spasmi dell’orgasmo. Avevo appena goduto al racconto di come un altro uomo avesse cercato di inculare la mia fidanzatina – senza riuscirsi, per fortuna – e di come l’avesse usata come un sborratoio personale. E, in un momento di follia pura, le avevo detto che, se lo desiderava, poteva darsi sverginare da lui. Ora, mentre mi sistemavo i vestiti con mani tremanti, quei pensieri mi attraversavano la mente come lame: non ero un bravo fidanzato, non come credevo di essere. Ero un cornuto che si eccitava al suo stesso dolore, un masochista che implorava di essere ferito di più. Lei se ne accorse, come sempre. Mi guardò con quegli occhi verdi che mi trafiggevano, e disse piano: “Va tutto bene?” “Insomma,” risposi, con la voce rotta, evitando il suo sguardo. “Perché?” chiese, sfiorandomi la guancia con un dito, un gesto dolce che contrastava con il caos dentro di me. “Come perché?” sbottai, con il cuore che mi martellava. “Che razza di persone siamo? Che tipo di coppia siamo io e te? E soprattutto, che fidanzato sono io, che godo sapendo di essere un cornuto, di saperti tra le mani di altri uomini?” Lei sorrise, quel sorriso che mi disarmava sempre, un misto di tenerezza e malizia. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò piano, le labbra morbide che sapevano ancora di lui. “Siamo due persone che si amano,” sussurrò, con una voce che era un balsamo e una pugnalata allo stesso tempo. “Forse siamo diversi dalle altre coppie, ma godiamo di quello che ci succede. Mentre altri litigherebbero o, peggio, si ammazzerebbero, noi… noi voliamo. Tranquillo, amore mio, nessuno si metterà tra di noi. Loro sono solo il mezzo del nostro godimento.” Mentre me lo diceva, il suo bacio si fece più profondo, e sentii ancora l’odore del cazzo di Gianni su di lei, dentro la sua bocca – un aroma muschiato, salato, che mi fece rivivere ogni dettaglio. Il mio cazzo si ridiventò duro all’istante, traditore come sempre. Lei se ne accorse, e con un sorrisino complice disse: “Mmmmm, mi sa che il cazzo di Gianni piace più a te che a me. Meno male che dopodomani viene a trovarmi ancora, così non ti lamenti che non ti faccio cornuto.” La guardai meravigliato, con il cuore che mi saltava in gola. “Come, dopodomani? Non mi avevi detto niente.” “Era una sorpresa per la nostra festa,” rispose, con quello sguardo furbino di chi ha appena fatto una marachella, gli occhi che scintillavano nel buio dell’auto. Ero eccitato, sì, e questa volta forse ancora di più, un’onda di calore che mi saliva dal basso ventre. Le chiesi, con la voce che tremava: “Cosa ci farai questa volta?” “Ah, boh, non lo so,” disse, con un tono da finta ingenua che mi mandava fuori di testa, mordendosi il labbro. “Me lo faccio mettere in bocca come al solito? Oppure nella farfallina? O nel culetto? Tu che dici?” “Come vuoi tu, amore,” risposi, con un sussurro che era resa totale. “Come vuoi tu.” La serata finì con me che mi segavo come un dannato, le dita affondate nei sedili, e lei che si sditalinava accanto a me, con gemiti che riempivano l’auto. “Oh sì, voglio Gianni! Voglio il CAZZO di Gianniiii! Lo voglio dentroeeee i BUCHIII!” diceva, con una voce che era un misto di innocenza e lussuria. Ricordo che mentre lo urlava, mi leccava il viso, la lingua calda che tracciava linee bagnate sulla pelle, e ci baciammo come non ci eravamo mai baciati prima – un bacio selvaggio, disperato, che sapeva di noi e di lui, di amore e di tradimento. I giorni successivi furono un fuoco lento, un’anticipazione che ci consumava. Pensavamo sempre a quello che sarebbe successo lunedì, fantasticando ad alta voce, come complici in un segreto proibito. Preparavamo persino i vestiti che si sarebbe dovuta mettere: una minigonna a pieghe, larga quel tanto che bastava per concedere libero accesso, un top bianco che le modellava le tettine sode, calze a rete autoreggenti che le slanciavano le gambe, e una mutandina verginale di quando era più piccola, un pezzo di pizzo innocente che le metteva ancora di più in risalto le forme acerbe. Ogni scelta era un rituale, un modo per alimentare il nostro desiderio distorto. E finalmente arrivò il giorno tanto sognato… Gianni la vide e spalancò gli occhi, come se avesse davanti un miraggio. L’abbigliamento di Marina era tutto un programma: la minigonna che svolazzava al minimo movimento, il top che lasciava intravedere i capezzoli turgidi, le calze a rete che invitavano lo sguardo a salire. Doveva gridare “adesso ti chiavo” da tutti i pori. “Ma come è arrapante la mia puttanella preferita,” disse, con la voce rauca, attirandola a sé. “Cosa vuoi che ti faccia? Dimmi.” “Non lo so,” rispose lei, con quel tono da bimba perduta che lo mandava fuori di testa, abbassando gli occhi con finta timidezza. “Lo sai che io non so nulla, sono solo una bimba ingenua. Non so se faccio bene o male. Se tu mi dici che qualsiasi cosa facciamo non è peccato, io lo faccio, lo sai.” “Allora vieni qua e inizia a lustrarmi la cappella, piccola troietta,” ordinò lui, con un ghigno. “Oh sì, mi piace il tuo coso,” gemette lei, inginocchiandosi, la lingua che saettava fuori come quella di una gattina affamata. “Mi fa stare bene, mmmm, che buon sapore. E che belle palle grandi che hai… Ma cosa hai di bello dentro queste palle?” “Ho un sacco di sborra per la mia zoccoletta,” rispose Gianni, afferrandole i capelli con una mano. “Ti piace la sborra?” “Sì, sì,” sussurrò lei, con gli occhi da cerbiatta che lo fissavano dal basso. “Peccato che tu non ci sia la mattina a casa mia.” “Perché?” chiese lui, incuriosito. Lei lo guardò con quella voce da bimba, innocente e sfacciata: “Perché la tua sborra è più buona del latte… Mmmmm.” “Che zoccola che sei,” ringhiò lui, spingendole il cazzo più a fondo in gola. Il contrasto – il vestito da lolita sexy, la bimba ingenua con la bocca piena – doveva essere micidiale ai suoi occhi. Marina aveva il cazzo di Gianni in gola, la saliva che colava, mentre il dito medio di lui andava su e giù nella sua fighetta, facendola bagnare come una fontanella. Il pollice aveva preso possesso del suo culetto, ruotando piano, dilatandola. Fu allora che, in un lampo di pazzia, lei si decise. Si staccò lentamente dal cazzo, con un filo di saliva che la collegava ancora a lui, e lo guardò decisa negli occhi: “Oh Gianni, perché non me lo metti nel culo? Dai, ti prego, inculami. Voglio essere tua.” Erano passate circa due ore dall’appuntamento, e ancora non la vedevo arrivare. Ero un fascio di nervi, seduto in macchina con le mani sudate sul volante, il cuore che mi rimbombava nelle orecchie. Sentimenti contrastanti mi squassavano: gelosia che mi stringeva lo stomaco, eccitazione che mi induriva il cazzo, paura di ciò che avrei scoperto. Sudavo, nonostante l’aria fresca della sera, e ogni minuto sembrava un’eternità. Finalmente sbucò da una stradina laterale, di corsa, con i tacchi che ticchettavano sull’asfalto. Si infilò in auto, mi diede uno sguardo e un sorriso – un “tutto ok” che nascondeva mari di segreti – e disse: “Andiamo al nostro posto.” La prima cosa che disse, appena l’auto si mosse, fu: “Mi ami?” “Certamente che ti amo,” risposi, con la voce che tremava. “Lo sai, ti amo tanto, sei tutta la mia vita.” “Adesso ti farò morire, come lui ha fatto morire me entrando dentro di me,” sussurrò, con un tono che era un misto di sfida e tenerezza. “Ti ha sverg…” iniziai, ma lei mi mise un dito davanti alla bocca. “Shhh,” disse, con un sorrisetto. “La patatina è salva, ma il culetto no.” “Il mio culetto,” dissi con un filo di voce, il cuore che mi si fermava. Subito le alzai la minigonna, volevo vedere i segni su di lei. Le coccolavo il culetto, le davo baci sulle chiappette morbide, e lì c’era: il buchino rosso, aperto, dilatato, si vedeva che era passato un cazzo da lì, grande e spietato. La guardai meravigliato e incuriosito, con un misto di dolore e desiderio che mi consumava. Lei mi stringeva il cazzo alla base e mi segava con una lentezza esasperante, quasi a punirmi, sussurrandomi all’orecchio: “Dov’eri mentre lui mi inculava, facendomi morire? Non c’eri mentre lui mi sfondava, facendoti cornuto.” Farfugliai qualcosa di incoerente, ma con voce implorante le dissi: “Racconta, ti prego. Anche tutti i particolari, ti prego, amore.” “Ok,” disse, con un’enfasi incredibile, sottolineando le parole più scabrose con un tono sfacciato che non le avevo mai sentito prima. “Gli stavo leccando le palle, sai, mi ha detto che sono piene di sborra – quella sborra che mi piace tanto.” Mentre mi raccontava, la mia mente sovrapponeva le sue parole a quelle di Gianni: lui l’aveva descritta come una bimba timida, ma ora sembrava una dea della lussuria, che chiedeva di essere presa. Cosa mi stava nascondendo ancora? “Mentre mi scopava la bocca – quella bocca che tu ami tanto – gli ho chiesto di incularmi.” Le fermai la mano, stavo rischiando di venire troppo presto. La guardai e dissi: “Dimmi le parole esatte che gli hai detto.” “Gli ho detto: ‘Gianni, me lo vuoi mettere nel culo? Ti prego, inculami, lo voglio,’” rispose, con un gemito che mi fece impazzire. “Lui mi ha guardato in maniera quasi cattiva e ha detto: ‘Ok, puttanella, adesso ti rompo il culo.’ Solo quelle parole mi facevano godere…” “Mmmm, amore, ma come mai conosci tutte queste parole sconce?” chiesi, con il respiro corto. “Perché me le dicono i maschi,” rispose, con un sorrisetto. “Quali maschi?” insistetti, con una fitta di gelosia che mi trafisse. “Quelli che mi vogliono scopare,” disse, come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Sono tanti?” “No, Miky, non sono tanti… sono tantissimiiii!” rise, con una voce che era puro veleno dolce. “E chi sono?” chiesi, con il cuore in gola. “Alfredo, il signore del piano di sopra; il prof di motoria; il figlio dell’amica di mia madre; il commesso del negozio di scarpe; i vecchi del circolo sotto casa; il bidello; mio cugino… e forse anche il compagno della zia.” “Oooohhh,” gemetti, con un misto di shock e eccitazione che mi fece pulsare il cazzo. “E tu ti vuoi far scopare?” “Sììì,” urlò, con un gemito. “Voglio farmi scopare da tutti i cazzi del mondo!” “E da me?” chiesi, con un filo di disperazione. “Vedremo, non lo so,” rispose, con un tono da finta innocente. “Le brave fidanzatine non fanno queste cose con i loro fidanzati.” La pregai di continuare, implorante. “Mi ha messo a quattro zampe,” riprese, con la voce che si faceva più bassa, più intensa. “Mi ha abbassato le mutandine e ha iniziato a leccarmi il culetto – leccava e infilava le dita dentro. Sai, ero strettina, ma lui mi dilatava piano, e intanto mi metteva pure le dita nella fichetta. Ero bagnatissima, amore, colavo tutta. Poi ha puntato la sua cappella al buchino e ha iniziato a spingere… Bruciava, ma era strano, perché stavo godendo. Faceva un po’ di bruciore, ma ero in una posizione che non potevo scappare, ero solo con quel cazzo duro, e tu non c’eri a consolarmi.” “Come eri, amore? Descrivi,” chiesi, con la voce che tremava. “Eravamo sul sedile di dietro,” disse, chiudendo gli occhi come se rivivesse la scena. “Ero in ginocchio, come una pecorella, con la testa contro lo sportello, con quel bestione di Gianni che mi sovrastava tutta, il suo corpo muscoloso contro la mia schiena, e il suo cazzo che premeva contro il mio buchino. Allora gli ho detto: ‘Gianni, ti prego, sfondami il culo, non aspettare, entra dentro e fammi tua.’” Lui ha fatto un respiro profondo, dicendo: “Quanto sei zoccola, mamma mia.” Ha detto “zoccola” alla tua fidanzatina, e poi è entrato di colpo… Mio Dio, che male! Ma dopo… che bello! La cosa migliore della mia vita, tremavo tanto, era belloooo… “E dopo?” chiesi, con il fiato sospeso. “E dopo ha sborrato tutto nel pancino, nel culetto, un litro di sborra calda, mmmmm,” gemette, accelerando la mano sul mio cazzo. La abbracciai forte e venni pure io, insieme con lei, gridando: “Zoccola, sei una zoccola, ma ti amoooooo!” Staremmo lì abbracciati, ansimando fino a notte fonda, dicendoci che ci amavamo tanto. Sembrava un secolo che stavamo insieme, e invece era solo l’inizio delle nostre – delle sue – avventure…
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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