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La mia fidanzatina svezzata da altri Cap 12


di MikyeMarina
14.07.2025    |    3.348    |    16 9.7
"Si rialzò con un sorriso soddisfatto, pulendosi l’angolo della bocca con un dito..."
INTERLUDIO

Il tempo avanzò inesorabilmente verso l’inverno, e, come scoprii poi, la brutta stagione spense ogni ardore trasgressivo di Marina.
Il freddo parve gelarle non solo il corpo, ma anche le voglie, ed ella tornò a essere la fidanzata più o meno irreprensibile che conobbi all’inizio.

Dolce, studiosa, dedita alle uscite con le amiche e a me, che in quei mesi divenni l’unico protagonista delle sue attenzioni.
Ma prima che l’inverno ci avvolgesse, un episodio segnò l’autunno, un momento che ancora oggi mi fa ripensare all’imprevedibilità di Marina.

Fu una sera di fine settembre, ancora tiepida, con l’aria che odorava di foglie secche e promesse.
Uscimmo, io e Marina, in un locale non lontano da casa sua, un posto con musica assordante e luci soffuse, perfetto per abbandonarsi al momento.

Marina si presentò in gran forma: indossò un vestitino nero aderente che le scopriva spalle e cosce, e il suo sguardo malizioso annunciò guai.

Dopo qualche drink e qualche ballo, ci ritrovammo fuori, nel parcheggio, un po’ per prendere aria, un po’ perché ella volle giocare. “Andiamo lì dietro,” disse, con un sorriso che non ammetteva repliche.

“Lì dietro” fu una zona isolata, presso una fila di cespugli che separava il parcheggio da una stradina buia.
Non fu la prima volta che ci lasciammo andare in luoghi simili, ma quella sera l’aria parve carica di elettricità.

Ci baciammo contro il muro, nascosti dal buio, quando udii un fruscio.
Pensai fosse il vento, ma poi scorsi un’ombra muoversi tra i cespugli. Marina se ne accorse prima di me e, invece di spaventarsi, rise piano. “Abbiamo compagnia,” sussurrò, con un tono che mescolava divertimento e sfida.
Guardai meglio: un uomo sulla quarantina, con un cappotto scuro e un’aria goffa, ci osservò da una decina di metri.
Non parve pericoloso, solo troppo curioso. Marina, lungi dal ritrarsi, decise di provocare. “Facciamo finta di nulla,” disse, e continuò a baciarmi, ma con un’intensità più teatrale, come se volesse offrire uno spettacolo al nostro spettatore.

Io seguii il suo gioco, benché una parte di me si chiese fin dove ella intendesse spingersi.

Poi, senza preavviso, Marina fece un passo avanti.
Si voltò verso il guardone, mi guardò con un sorriso diabolico e, con un gesto lento e deliberato, si alzò la gonna, mostrando il culo nudo sotto le luci fioche del parcheggio.
Fu un atto così sfacciato che persino io rimasi sbalordito.
Il tizio nei cespugli restò immobile, gli occhi spalancati, incapace di distogliere lo sguardo. Marina, non contenta, mosse leggermente i fianchi, come a sfidarlo.
Egli si avvicinò, passo dopo passo, come ipnotizzato. Io, combattuto tra eccitazione e incredulità, rimasi fermo, ma prima che potessi dire o fare alcunché,

Marina mi ignorò del tutto. Si voltò verso di lui e, con una sicurezza che mi spiazzò, si inginocchiò.
Con un gesto rapido, gli slacciò i pantaloni e gli estrasse il cazzo, guardandolo come se fosse un oggetto da venerare.
Effettivamente il nostro ignoto amico aveva una dotazione di tutto rispetto.

Non ebbi il tempo di comprendere che Marina se lo infilò in bocca, con una dedizione che mi lasciò senza parole.
Nonostante lo spessore e la cappella grossa, lo prese tutto, fino in gola, con un’intensità quasi sacra. Il guardone, con un’espressione tra lo shock e l’estasi, non si mosse, come se temesse di spezzare l’incantesimo, si limitò a mettere le sue mani sul capo di Marina per dettarne l'andamento.

.Non so quanto tempo passò – forse un minuto, forse meno – ma alla fine il tizio non resistette.
Con un gemito strozzato, venne, e Marina, senza esitazione, ingoiò tutto, come se quella sborra calda fosse l’unico nettare capace di dissetarla.

Si rialzò con un sorriso soddisfatto, pulendosi l’angolo della bocca con un dito.
Poi, con un gesto che mi colse alla sprovvista, si avvicinò a me e mi baciò, un bacio profondo e provocatorio, facendomi assaporare il gusto salato e caldo di ciò che aveva appena bevuto. “Assaggia, cornuto di un amore,” sussurrò con un sorrisetto malizioso, le sue parole un misto di sfida e complicità che mi travolse, lasciandomi senza fiato

.Ma un rumore improvviso – forse un ramo spezzato o una macchina lontana – ruppe l’atmosfera. Il guardone, preso dal panico, si tirò su i pantaloni e fuggì di corsa tra i cespugli, senza dire una parola. Marina scoppiò a ridere, una risata piena e liberatoria. “Che fifone,” commentò, tornando verso di me come se nulla fosse accaduto. Io, ancora frastornato, cercai di elaborare ciò che avevo visto e sentito, combattuto tra emozioni contrastanti.

Tornando verso la macchina, Marina parve euforica, come se avesse vinto una scommessa con se stessa. “Non era niente male, no?” disse, dandomi una gomitata scherzosa.
Ma fu chiaro che il guardone non l’aveva colpita, né fisicamente né nei modi. “Troppo strano,” sentenziò più tardi, chiudendo il discorso.
E così, il capitolo del guardone si concluse senza strascichi

.L’inverno portò poi la calma. Marina si dedicò allo studio e alle sue amiche, Giada ed Elvira. Giada, un vero turbine, fu una bruna con capelli a caschetto alla Valentina di Crepax, un culo sodo e una terza di seno che attirava sguardi ovunque.
Comandava il gioco, sempre, e ogni tanto con Marina si lasciò andare a qualche “slinguazzata” provocatoria.
Elvira, al contrario, fu la classica secchiona, insicura, nascosta dietro occhiali spessi, senza particolari pregi…
tranne uno: suo zio, Zio Alfredo....

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