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La mia fidanzatina svezzata dagli altri cap 2


di MikyeMarina
02.10.2024    |    5.983    |    20 9.9
"Si è pulita la bocca con la mano e ha detto: ‘Questo non è successo, ok? È stato solo un sogno..."
CAPITOLO 2 – IL TARLO, LA CONFERMA E LE CORNA

Quando Gianni pronunciò il nome di Marina, il mio cuore si fermò. Un’omonimia, pensai, una coincidenza assurda.
Non poteva essere lei, la mia Marina.
Non la ragazza che mi chiamava ogni sera, che arrossiva quando le sfioravo la schiena sotto la maglietta, che mi mandava messaggi pieni di cuoricini. Ma poi Gianni prese il telefono, aprì la galleria e selezionò una foto. Me la mostrò con un sorriso compiaciuto, e il mondo mi crollò addosso. Era lui, seduto su un muretto in pantaloncini e maglietta, con una ragazza minuta dagli occhi verdi scintillanti, seduta sulla sua coscia. Indossava un costumino giallo a due pezzi, quello che le avevo visto addosso mille volte durante l’estate. La sua mano era appoggiata sulla gamba di lui, mentre l’altra lo cingeva sui fianchi. Era Marina. La mia Marina. Seduta praticamente sul suo cazzo, con un’espressione che oscillava tra l’innocenza e una malizia che non le avevo mai visto.

Una fitta mi trafisse lo stomaco, come un pugno invisibile. Paura, gelosia, rabbia mi travolsero, ma sotto quel groviglio di emozioni sentii un fremito, un calore traditore nei pantaloni del pigiama. Ero dilaniato: volevo urlare, spaccare tutto; eppure, un pensiero oscuro, quasi perverso, mi eccitava.

Quella notte fu un inferno. Non chiusi occhio fino alle tre del mattino, tormentato da visioni di loro due insieme. Immaginavo Marina con lui, i loro corpi avvinghiati, le sue mani su di lei. Ogni immagine mi faceva arrabbiare e, allo stesso tempo, mi mandava in tilt. Quando finalmente crollai, il sonno fu agitato, pieno di sogni confusi e osceni che mi lasciarono più stanco di prima.

La mattina dopo, i medici fecero il loro giro. Gianni era raggiante: il giorno seguente sarebbe stato dimesso e avrebbe iniziato la riabilitazione. Ma io non potevo lasciarlo andare senza sapere. Dovevo capire. Una parte di me sperava che fosse solo un cazzaro, uno che si inventava storie per farsi grande. “Conosco Marina,” pensavo, “lei non è così. Non può essere.” Eppure, il tarlo del dubbio mi scavava dentro.

Con un tono che volevo sembrare disinvolto, chiesi:
“Gianni, com’è che si chiamava quella ragazza della mia città con cui sei stato?”
“Marina,” rispose, con un sorrisetto. “Perché?”
“Niente, così… magari la incontro e le faccio i tuoi saluti.”

Lui rise, una risata che mi fece stringere i denti. “Stai attento, eh. So che è fidanzata, e il tipo è gelosissimo. Quando il cornuto veniva a trovarla, io mi tenevo alla larga. Ma appena se ne andava, ci pensavo io a darle una lezione a quella puttanella.”

Cornuto. La parola mi colpì come uno schiaffo. Sono io il cornuto, pensai, mentre la rabbia mi ribolliva dentro. Ma continuai a recitare la parte del curioso, fingendo noncuranza. “Cazzo, sei stato con una fidanzata? Dai, racconta! Che le combinavi?”

Gianni si schernì un po’, come se volesse fare il modesto, ma poi si lasciò andare. Raccontò che conosceva Marina da qualche anno, ma quell’estate qualcosa era cambiato. Lei gli sembrava diversa, più sicura, più provocante. Così aveva deciso di provarci, alternando momenti in cui la trattava come una bambina, prendendola in giro, a momenti in cui la stuzzicava con complimenti audaci. Marina rispondeva al gioco, con quel suo modo di fare da finta ingenua che lo mandava fuori di testa. “Ma Gianni, non so di che parli,” gli diceva, ridendo, “se non me lo insegni tu…

” Una mattina, le propose di accompagnarlo a fare delle commissioni. “Dai, Mary, vieni con me, facciamo un giro insieme.”
Lei esitò, dicendo che doveva mettersi qualcosa sopra il costume. Lui la interruppe: “Ma che dici? Siamo al mare, stai bene così.”

Sulla moto, Marina si stringeva a lui, le sue tettine premevano contro la sua schiena attraverso il tessuto sottile del costume. Gianni raccontò che quella sensazione lo faceva impazzire, e dopo aver sbrigato le commissioni, deviò verso una pineta isolata, fermando la moto in un angolo nascosto.

“Appena scesi, l’ho tirata a me e l’ho baciata,” disse, con un ghigno. “All’inizio ha fatto la timida, un po’ di ‘no, dai, non dovremmo…’, ma lo diceva con quel tono che significa ‘convincimi’. Le ho messo una mano sul seno, sotto il costume, e lei ha chiuso gli occhi, lasciando andare un gemito. Poi ho sceso più giù, dentro quel costumino giallo che le stava come una seconda pelle. Era bagnata, amico, e non parlo del mare. Ha fatto un mezzo salto, un ‘ti prego, no’, ma quando ho continuato a toccarla, si è lasciata andare. Gli occhi le sono andati all’indietro, come se fosse in trance.”

Sentivo il sangue ribollirmi nelle vene. Gelosia, rabbia, ma anche un’eccitazione che mi disgustava e mi attirava allo stesso tempo. “E poi?” chiesi, con la gola secca.

“Le ho preso la mano e l’ho portata sui miei boxer,” continuò, abbassando la voce come se stesse condividendo un segreto. “Era impacciata, come se non sapesse da dove cominciare. ‘Tranquilla, Mary,’ le ho detto, e gliel’ho tirato fuori io. Quando l’ha visto, ha spalancato gli occhi. ‘È… grosso,’ ha sussurrato, come se fosse spaventata ma anche curiosa. Ha iniziato a stringerlo, piano, come se stesse scoprendo qualcosa di nuovo. Le ho detto: ‘Brava, così, continua.’ Ma vedevo che era nervosa, così l’ho guidata.”

Deglutii a fatica, immaginando la scena: la mia Marina, inginocchiata nella pineta, con quel cazzo enorme davanti al viso. “E poi… cos’ha fatto?” chiesi, con la voce che tremava.

“L’ho fatta mettere in ginocchio,” disse, con un tono che trasudava soddisfazione. “Si lamentava che il terreno era duro, così mi sono tolto la maglietta e gliel’ho messa sotto, come un tappeto. Poi le ho strofinato il cazzo sul viso, sulle guance, sulle labbra. All’inizio teneva la bocca chiusa, ma poi l’ha aperta, lenta, come se non potesse resistere. E cazzo, amico, quella bocca… era calda, morbida, come seta. Non so come, ma sembrava sapere cosa fare, anche se mi aveva giurato che era la prima volta. Ho dato un paio di colpi, lenti, per farla abituare, ma non ce l’ho fatta a trattenermi. Le ho afferrato la testa, giusto un po’, e sono esploso. Le ho riempito la bocca, la gola, tutto. È rimasta lì, tremante, con gli occhi mezzi chiusi, mentre cercava di ingoiare. Un po’ le è colato sul mento, e ti giuro, era la cosa più arrapante che avessi mai visto.”

Chiusi gli occhi, travolto da un’immagine che mi devastava. Marina, la mia Marina, con la bocca piena, il viso arrossato, il corpo scosso da brividi. “E lei… come ha reagito?” chiesi, quasi temendo la risposta.

“Ha tossito un po’, come se non se l’aspettasse,” rispose Gianni, ridendo. “Ma poi mi ha guardato, con quei suoi occhioni verdi, e ha fatto un sorrisetto. Un sorrisetto da troietta che sa di aver fatto un bel lavoro. Si è pulita la bocca con la mano e ha detto: ‘Questo non è successo, ok? È stato solo un sogno.’

Ma lo sapevamo entrambi che non era un sogno. E infatti, dopo quella volta, non si è più tirata indietro.” Ero un disastro. La gelosia mi mangiava vivo, ma sotto le coperte il mio corpo tradiva ogni pensiero razionale. “E dopo?” chiesi, con un nodo in gola. “È successo solo quella volta?”

Gianni rise, scuotendo la testa. “No, amico. È successo ancora, la sera stessa e nei giorni successivi. Le davo la sua razione di sborra almeno due volte al giorno. Sempre la bocca, perché diceva di essere vergine e non voleva altro. Ma credimi, con quella bocca non mi mancava niente.”

Lo incalzai, incapace di fermarmi. “Racconta, dai, non fare il tirchio con i dettagli.”

Mi raccontò della sera stessa. L’aveva portata di nuovo in pineta, e lei aveva provato a fare la sostenuta: “Solo baci, eh. Quello di stamattina non è successo, è stato solo un sogno.” Ma appena si erano appartati, lui l’aveva stuzzicata, chiedendole di parlargli di quel “sogno”. Lei si scherniva, diceva che le era piaciuto ma non voleva rifarlo. Lui la baciò, e lei ricambiò. Le infilò una mano sotto la gonna – una minigonna nera che le lasciava poco all’immaginazione – e quando lei non si ribellò, le abbassò le mutandine. La girò e iniziò a leccarle il culo, facendola mugolare come una gattina in calore. “Ancora, ancora, non fermarti,” gemeva lei.

Poi la fece abbassare di nuovo. “Ti scopo la bocca, puttanella,” le disse, e lei, tra i mugolii, rispose: “Sì, sono la tua puttanella, dammi questo cazzo.” Era accovacciata, con le mutandine abbassate, le tette di fuori, e lui in piedi, che le pompava la gola tenendole la testa ferma. Lei si toccava, persa nel piacere. Alla fine, lui le sborrò in bocca, urlando: “Torna dal tuo cornuto con la pancia piena della mia sborra! Dillo che è un CORNUTO!”
E lei, tremante, con la bocca ancora piena, biascicò: “Sì… è un CORNUTO…”

Ero distrutto. Ogni parola era un coltello, ma anche un’erezione che non riuscivo a controllare. Corsi in bagno, chiudendo la porta con un tonfo. Nella mia testa, vedevo tutto: il cazzo di Gianni che entrava e usciva dalla bocca di Marina, il suo gemito soffocato, la sborra che le colava sul mento. “Sì, Gianni, riempila,” mormorai tra i denti, mentre venivo con un’intensità che mi fece quasi cedere le gambe. Passai minuti a ripulire il bagno, con il cuore che ancora mi martellava nel petto e un senso di vergogna che si mescolava a un desiderio che non capivo.

Tornando in camera, Gianni mi lanciò un’occhiata. “Tutto ok, amico?” chiese, con un sopracciglio alzato.
“Sì,” mentii, con un sorriso forzato. Ma dentro di me, il tarlo scavava più profondo. “Perché non hai provato a scoparla?” chiesi, quasi senza pensarci.
“Ci ho provato,” rispose. “Ma lei diceva di essere vergine, non voleva. Però, credimi, non si lamentava quando le riempivo la bocca.”

Poi, come se fosse la cosa più naturale del mondo, gli dissi: “Perché non vai a trovarla, allora? Così te la sborri tutta e poi la rimandi dal fidanzato che sa di te.”

Gianni scoppiò a ridere. “Perché no? Una che ti spompina così, senza fare storie, dove la trovi?” E mentre lui rideva, mi ritrovai a immaginare di nuovo quella scena, con Marina inginocchiata e lui che la “inzozzava”. Era solo l’inizio, e lo sapevo.
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