tradimenti
Mia moglie Valeria - Capitolo 17
Marta-trav
27.09.2025 |
1.888 |
3
"Le raccontai della serata a casa di Luca e Veronica, senza omettere alcun dettaglio..."
“Sai cosa pensavo?”.
“Cosa?”.
“Che potremmo farci alcuni video mentre scopiamo, da pubblicare poi sui nostri profili. Che ne dici?”.
“Ci penso”.
Valeria, da quella sera trascorsa a casa di Luca e Veronica, aveva smesso di parlare di sesso.
Improvvisamente.
Appena prendevo in mano l’argomento, diventava fredda e distaccata.
Si era buttata sul lavoro.
A casa non la smetteva più di fare pulizie, molte delle quali assolutamente inutili.
La sensazione era quella che mia moglie volesse evitare di parlare di Valehot, di scopate, di incontri e di sesso.
Scopammo poco anche noi in quel periodo.
La sera Valeria se ne andava a letto molto presto rispetto al suo solito.
Quando la raggiungevo, dormiva profondamente.
Insomma, quella fiamma che aveva alimentato, sessualmente parlando, il nostro recente passato, si stava affievolendo.
Non volevo, tuttavia, che si spegnesse definitivamente.
E quindi, ancora una volta, decisi di riprendere la situazione in mano ed affrontai mia moglie.
“Tutto bene?”, le chiesi una sera.
“Si, certo. Perché me lo chiedi?”.
“Da quella sera che siamo stati a casa di Luca e Veronica non fai altro che evitare di parlare di sesso. Stiamo anche scopando poco in questo periodo. Te ne rendi conto, no? Perché? E’ successo qualcosa che non so?”, le domandai.
“No, Ste, non è successo niente. Proprio niente”, mi rispose, con aria mesta.
“E allora?”, insistetti.
“E allora non so cosa mi sia capitato”.
“Beh, parliamone almeno”, dissi.
“Non lo so, Ste. Mi sento come svuotata. Priva di energie. Mi sembra come se, con tutto quello che mi è successo in queste ultime settimane, mi sia completamente scaricata, come una batteria. Non riesco più a pensare al sesso come qualche giorno fa. E’ come se avessi ottenuto quello che cercavo e che volevo. Non so come spiegarti meglio. Vorrei quasi dimenticare tutto quello che ci è capitato in questo periodo. Vorrei pensare un po’ di più ai nostri figli, al mio lavoro, alla nostra casa, ai nostri amici. Ho trascurato tutto questo. In quest’ultimo mese abbiamo conosciuto un sacco di persone nuove. Anche belle persone, come Matteo, Luca e Veronica. Ma sono state solo scopate. Belle, intendiamoci. Non rinnego niente e non mi pento di nulla. Però, adesso, vorrei tornare alla nostra vita di prima”, mi disse Valeria.
Rimasi in silenzio. Non mi aspettavo una reazione del genere da parte di Valeria. Proprio no.
Tuttavia la capivo.
Il vortice di emozioni dalle quali era stata travolta non poteva non lasciare segni del suo passaggio su di lei.
Sapevo che, prima o poi, sarebbero emersi sensi di colpa, dubbi e rimorsi.
Sapevo anche, per aver condiviso con lei quelle trasgressioni, che Valeria non si era certo risparmiata.
Aveva dato tutto quello che aveva. E, di conseguenza, aveva ricevuto tantissimo.
Sempre al centro delle attenzioni. Sempre in prima linea.
Non si era assolutamente limitata, in nulla.
Si era donata completamente ai suoi partner occasionali, senza porsi limiti. Di nessun tipo.
Quell’universo di sensazioni che aveva travolto mia moglie (e poi anche me) stava lentamente abbandonando la mente ed il corpo di Valeria, restituendole un ritorno alla vita precedente.
Il profilo di Valehot continuava, però, ad essere gettonatissimo.
Ma era lei ad essere assente. Non accedeva al suo profilo da oltre una settimana.
Alcuni uomini, nella sua pagina pubblica, le chiedevano che fine avesse fatto.
Soprattutto Gianni (Vortex) che, immaginavo, avesse percepito che Valehot si era quasi convinta a concedersi a lui. Anche a lui.
In ogni caso non volli forzare la mano.
E quindi lasciai che Valeria gestisse le sue emozioni, le facesse decantare e decidesse cosa fare in futuro.
Comunque avevo due certezze.
La prima.
Sarei tornato a casa di Luca e Veronica. Con o senza mia moglie.
La seconda.
Sarei tornato anche al Twist.
Controllavo assiduamente il sito di quel locale.
Aspettavo soltanto che organizzassero una serata a tema di mio gradimento e ci sarei andato. Con o senza mia moglie.
“Ci facciamo un week end al mare?”, domandai a Valeria una sera, dopo cena.
Le si illuminarono gli occhi.
“Dobbiamo festeggiare qualcosa?”, mi chiese.
“No, niente. Pensavo che ci potrebbe far bene. Stacchiamo completamente la spina per due o tre giorni. Solo noi due”, le dissi.
“Ok, ci sto!”, mi disse Valeria, con entusiasmo.
Organizzai in fretta e furia per il fine settimana successivo.
Presi una stanza in un piccolo albergo della riviera del levante ligure.
Partimmo il venerdì pomeriggio, dopo pranzo.
Alle 17:00 avevamo già sistemato i bagagli ed eravamo pronti per uscire.
Ormai faceva caldo. La stagione era esplosa completamente.
Io indossavo un paio di bermuda ed una camicia a maniche corte.
Valeria un delizioso vestitino in cotone, che le arrivava quasi al ginocchio, a maniche corte. Ed un paio di sandali bassi, infradito. Nulla di particolarmente sexy, insomma. Anche se a me quella donna piaceva anche se avesse indossato un saio.
Passeggiammo sul lungomare, mano nella mano, come due fidanzatini.
Ci sedemmo in un bar e prendemmo un aperitivo.
Il paesino era pieno di turisti.
Il piccolo porticciolo pieno di imbarcazioni.
I locali pieni di gente.
Faticammo a trovare un posto dove cenare. Non avevamo prenotato ed era tutto pieno.
Dovemmo così ripiegare su un ristorante non proprio economico. L’unico dove trovammo un tavolo libero per due. Alla faccia della crisi, pensai.
Ci fecero accomodare in una bella veranda vista mare.
Forse eravamo vestiti un po’ troppo sportivi e casual per quel tipo di locale.
Gli altri clienti, infatti, indossavano capi d’abbigliamento diversi dai nostri, sicuramente più consoni al tipo di locale nel quale ci trovavamo.
Ci servì un giovane cameriere, molto probabilmente albanese.
Prendemmo un antipasto ed un secondo. Ed un vino bianco frizzante e ghiacciato.
Proprio mentre stavamo gustando un meraviglioso antipasto di polpo e patate mi resi conto che Valeria guardava, troppo spesso e troppo insistentemente, verso un angolo particolare della sala, abbozzando anche qualche timido sorriso.
Decisi di non voltarmi subito per capire dove e chi stesse guardando mia moglie.
Tuttavia le chiesi di scusarmi e mi alzai per andare in bagno.
Alzandomi, diedi una rapida occhiata in direzione degli sguardi di mia moglie.
Ad un tavolo (e solo quello poteva essere quello in direzione dello sguardo di Valeria) erano sedute tre persone, un uomo e due donne.
Nessuno stava guardando nella mia direzione. Tutti e tre erano indaffarati in una chiacchierata allegra e spensierata tra di loro.
L’uomo, che avrà avuto una cinquantina di anni, indossava una camicia bianca e pantaloni lunghi blu, nonostante il gran caldo.
Le due donne, una bionda e l’altra mora, indossavano invece due vestitini corti, molto sexy e scarpe con il tacco alto.
Perché Valeria guardava in quella direzione?
Peraltro, ammesso che le mie supposizioni non fossero sbagliate, Valeria poteva incrociare solo lo sguardo di una delle due donne. Quella bionda, per l’esattezza.
Le altre due persone, infatti, erano di spalle rispetto al nostro tavolo.
Andai in bagno con mille domande nella testa.
Tornai dopo cinque minuti.
La situazione non era cambiata.
I tre chiacchieravano e ridevano allegramente tra di loro e Valeria consultava lo smartphone.
Una novità, in realtà, c’era.
Me ne resi conto soltanto quando mi sedetti al mio posto.
Sul tavolo era comparsa una bottiglia di champagne. Anche piuttosto costosa, a giudicare dall’etichetta.
“E questa?”, chiesi a mia moglie.
“Ce l’hanno offerta”, mi rispose.
“Chi?”, domandai ancora.
“Quei signori lì”, mi disse, indicandomi il tavolo dei tre.
Mi voltai ed incrociai lo sguardo con tutti e tre. L’uomo e la donna mora si erano voltati verso di noi.
I tre alzarono i loro calici in segno di brindisi.
Risposi nello stesso modo, più che altro per ringraziare, e tornai a parlare con Valeria.
“Secondo te perché l’avrebbero fatto?”, le domandai.
“Non lo so”, rispose.
Una serie di domande mi frullavano nella testa. Non riuscivo, però, a darmi delle risposte.
Tuttavia non riuscivo a dare altro senso, a quello che era successo, se non quello di un tentativo di approccio, seppur elegante e garbato.
Ne ebbi conferma quando il cameriere albanese si avvicinò a noi consegnandoci un foglietto.
Lo diede a me e lo lessi io.
Ecco cosa c’era scritto.
“Ci piacerebbe avervi come nostri ospiti, dopo cena, a bordo del Gloria. Il Gloria è un’imbarcazione di mia proprietà, ancorata a poche decine di metri da qui. Non voglio assolutamente turbare la vostra serenità, né apparire troppo invasivo o addirittura sfacciato. Quindi non mi avvicinerò al vostro tavolo. Attendo tuttavia una vostra risposta, qualunque essa sia. Consegnatela pure al cameriere, scritta su questo foglietto. In ogni caso, lo champagne lo offro io”. Firmato: Filippo.
“Cosa c’è scritto?”, mi chiese Valeria.
Glielo dissi.
“Non ci credo!”, disse lei.
“Hai fatto qualcosa che potesse indurre quei tre a ritenere che fossimo quelli che loro credono?”, le domandai.
“Ma Ste, che dici? Ma mi vedi? Tutto sono tranne che provocante, stasera. Ho tenuto le gambe strette tutta la sera. Ho fatto giusto un paio di sorrisi ad una di quelle donne, per educazione”, mi disse.
“Eppure qualcosa devono aver percepito. Non credo che se ne vadano in giro per ristoranti a consegnare bigliettini a tutti i clienti finché qualcuno non gli dice di si”.
“Boh, non so cosa dirti”.
Elena mi chiamava tutti i giorni.
Voleva che andassi da lei.
Aveva un sacco di cose da dirmi e da raccontarmi.
Accettai il suo invito. Un pomeriggio, dopo pranzo, le citofonai.
“Sali”, mi disse.
Presi l’ascensore ed arrivai all’ultimo piano.
La porta di casa era aperta.
“Si può?”, chiesi, ad alta voce.
“Entra pure”, mi rispose Elena, anche lei ad alta voce, da qualche posto imprecisato della casa.
Entrai e richiusi la porta.
“Arrivo subito”, la sentii dire. “Siediti pure”.
Lo feci.
Elena, effettivamente, arrivò subito. E venne gridando tutto il suo piacere.
La sentii gemere. Le sue urla di godimento risuonavano in tutta la casa.
I vicini non potevano non sentirle.
Elena stava scopando. Poco ma sicuro.
E l’esplosione del suo orgasmo fu violenta e prepotente.
Rimasi sbalordita.
Stavo per alzarmi ed andare via quando Elena comparve, completamente nuda, sudata e con il respiro corto.
“Ciao”, mi disse.
“Vedo che sei impegnata. Magari è meglio se torno un’altra volta”, le dissi.
“Ma figurati! Ho finito, tranquilla. Dammi solo due minuti e sono da te”.
La vidi chiudersi in bagno.
Da qualche parte, in quella casa, c’era un uomo che si era appena scopato la mia amica.
Questa situazione mi metteva un po’ a disagio.
Elena, effettivamente, ricomparve dopo pochissimi minuti. Sempre completamente nuda e scalza.
“Scusami se ti ho fatto aspettare”, mi disse.
Ormai avrei dovuto averci fatto l’abitudine e non mi sarei dovuta stupire più di nulla.
Ma Elena riusciva sempre a sorprendermi.
E non perché l’avessi sorpresa a fare sesso.
Quella volta mi stupì perché, mentre io e lei stavamo parlando, comodamente sedute sul divano del suo salone, un ragazzo di una ventina di anni, o forse meno, comparve dalla porta che immetteva nella zona notte della casa e, con voce timida ed imbarazzata, ci disse che avrebbe tolto il disturbo.
“Ok, ci sentiamo. Chiamami quando vuoi”, gli disse Elena, salutandolo.
Il ragazzo, salutando anche me, uscì di casa.
“E lui?”, chiesi ad Elena.
“Il figlio di una mia amica. Si è invaghito di me ed ho ritenuto opportuno dargli una possibilità. Un amante focoso e intraprendente. I ragazzi sono così, imprevedibili, esigenti e teneri, nella loro inesperienza”, mi rispose.
“Tu sei tutta matta”, le dissi, sorridendole.
Elena iniziò a dirmi che con Matteo era finita. Non lo vedeva e non lo sentiva più da qualche settimana.
Chiese addirittura a me se avessi sue notizie o se lo avessi incontrato di recente.
“Così, per curiosità”, mi disse.
Le dissi di no.
“E perché non vi vedete più?”, le chiesi.
“Perché è un porco, come tutti gli uomini. Anzi, più degli altri”.
“Cosa ha fatto?”.
Mi raccontò così che la sera che ci eravamo incontrate al Twist doveva essere, per lei e Matteo, un momento per chiarire alcuni aspetti della loro relazione.
Quel momento chiarificatore, tuttavia, non ci fu. Anche perché all’interno del locale Matteo decise di trascorrere con me il resto della serata. E quindi non ebbe modo di parlare con Elena.
Mi disse che Matteo le aveva proposto di andare a casa di un suo amico, proprietario di due cani.
Con questi due cani, due boxer, questo suo amico organizzava serate di sesso estremo con amici e amiche.
Ed i due quadrupedi ricoprivano un ruolo attivo.
“Vuole farti scopare da quei due cani?”, le domandai, incredula.
“Già. E visto che quella sera al Twist non abbiamo avuto modo di parlarne e di chiarirci, qualche giorno dopo è tornato a bomba sull’argomento, invitandomi a casa del suo amico. Gli ho detto di non farsi più vedere, a quel maiale”, gridò quasi Elena.
Rimasi stupita del fatto che Elena si fosse meravigliata così tanto della richiesta di Matteo.
Credevo che Elena non si stupisse di niente, sessualmente parlando.
Ed invece mi resi conto che anche lei aveva dei limiti. Tarati su un livello decisamente alto, secondo il mio punto di vista. Ma pur sempre di limiti si trattava. E meno male che li aveva, quei limiti.
“Volevo che tu sapessi queste cose”, mi disse.
“Pensi che possa contattarmi e proporlo anche a me?”.
“Non lo so. Ma almeno sei preparata, se dovesse capitare. Sempre ammesso che tu non voglia provare”, mi disse.
“Ma sei matta?”, le dissi.
“Comunque non mi sto certo annoiando”, mi confidò.
“Immagino. Poi adesso ti fai anche i ragazzini…”, le dissi sorridendo.
“Te li consiglio. Sono dinamici e non creano problemi. Non cercano relazioni. Cercano solo di dar sfogo ai loro istinti. Insomma, perfetti”, mi disse.
“Ci penserò”.
“E tu, cosa hai combinato di nuovo?”, mi chiese.
Le raccontai della serata a casa di Luca e Veronica, senza omettere alcun dettaglio.
“Una mano intera nel culo?”, mi domandò meravigliata.
“Non mi dire che non l’hai mai fatto?”, le domandai di rimando.
“Eh no, cara amica mia. Questa mi manca. Due cazzi li ho presi. Ma una mano intera ancora no”, mi confessò.
“Vedi, sono diventata brava allora”, le dissi.
“E fa male?”, mi chiese.
“Abbastanza. Brucia da morire. Ma poi, quando ti abitui, è bellissimo”, dissi.
“Devo provarlo assolutamente, allora. Però servirebbe una donna anche a me. Almeno la mano è più piccola”, mi disse, fissandomi negli occhi ed abbassando poi lo sguardo verso una mia mano.
“Non ci pensare nemmeno”, le dissi.
“Oh Vale. Ormai, dopo quello che abbiamo fatto, cosa vuoi che sia?”, mi disse.
“E quindi, cosa gli rispondiamo?”, mi domandò Stefano.
“Non lo so”.
Ecco, già questa risposta mi fece dedurre che Valeria stava cedendo nuovamente. Una breccia si era aperta nel muro che si era costruita intorno dopo la serata di sesso sul lago Maggiore. Ora dovevo cercare di capire quanto, quella crepa, rendesse instabile quel muro.
Mi sarei aspettato, dopo i nostri discorsi degli ultimi giorni, che Valeria mi dicesse di mandarli a stendere e di andarcene via in fretta da quel locale.
Ed invece, con quel “non lo so” lasciò aperte tutte le possibilità. Tra le quali c’era anche quella di trascorrere il resto della serata sull’imbarcazione di proprietà di quel Filippo.
“E quindi, cosa gli scrivo?”, insistetti io.
“Digli che dobbiamo pensarci. Che ci ha colti alla sprovvista. Che ci dica pure dove trovare quell’imbarcazione e che, se ci venisse voglia, li potremmo raggiungere. Così non sembriamo sgarbati e ci lasciamo aperte tutte le porte”, mi disse mia moglie.
E così feci.
Chiamai il cameriere e gli diedi il foglietto, senza aggiungere altro.
Lui si diresse immediatamente al tavolo dei tre.
L’uomo lesse il foglietto, guardò nella nostra direzione e sorrise, annuendo.
Scrisse, a sua volta, qualcosa sul foglietto e lo restituì al cameriere, insieme ad una banconota da cinquanta euro.
Il cameriere intascò la mancia e si diresse verso di noi.
Lessi il foglietto.
C’erano scritte le coordinate per trovare l’imbarcazione.
“Non potete sbagliarvi. Vi aspettiamo. A dopo”.
“Che impertinenti!”, dissi, poco convinto, a mia moglie
“Già”, disse lei, altrettanto poco convinta.
Chiedemmo il conto, pagammo e ce ne andammo, lanciando un ultimo sguardo verso il tavolo di Filippo e le sue donne. Che ricambiarono la cortesia, sorridendoci e alzando un’altra volta i calici.
Ci avviammo sul lungomare, in direzione opposta al porticciolo dove era ancorato il Gloria.
Passeggiammo per le viuzze del centro.
Tornammo sul lungomare e ci sedemmo su una panchina.
Nessuno dei due aveva proferito parola da quando eravamo usciti da quel ristorante, ormai più di un’ora prima.
I nostri sguardi erano fissi verso il mare.
Uno spicchio di luna risplendeva in alto, sul buio orizzonte.
Valeria, sempre senza dire una parola, si voltò verso di me.
Afferrò una mia mano e se la mise sulla passerina.
Era fradicia.
Ci alzammo, sempre senza dire una parola.
La direzione la scelse Valeria.
E decise di andare verso il porticciolo.
“Mi stai chiedendo di infilarti una mano nel culo?”, le chiesi, tanto per evitare equivoci tra di noi.
“Si”, mi rispose, schiettamente.
“Magari un’altra volta, dai”, le dissi, non particolarmente convinta.
“E perché non ora?”, insistette lei.
“Perché vado di fretta. I ragazzi mi aspettano”.
“Non dire cazzate, Vale. I tuoi figli sono abbastanza grandi per non avere più bisogno di te. E tuo marito torna a casa più tardi, lo so benissimo. Quindi non mi dire stronzate. Dimmi piuttosto che non ti va di farlo. E ci rimarrei male, visto che hai già fatto sesso almeno con un’altra donna. E con me, invece, hai sempre evitato di farlo”, mi disse, un po’ scocciata.
Aveva ragione.
Elena era stata la prima donna a procurarmi un orgasmo.
Lo aveva fatto al Twist.
Lo aveva fatto infilandomi due dita nella figa al bancone del bar, davanti agli sguardi golosi degli altri clienti del locale.
E mi aveva provocato un orgasmo straordinario.
Il primo di una lunga serie di quella serata speciale.
Poi, però, nient’altro.
In un’occasione, a casa sua, se fossi stata meno sciocca, lo avremmo sicuramente fatto.
Quel pomeriggio ci eravamo baciate, ci eravamo toccate le tette, Elena aveva addirittura infilato una mano dentro i miei pantaloni, toccandomi la patata.
Ma poi, chissà perché, mi ero rifiutata di andare oltre e mi ero allontanata da lei.
Quell’oltre, invece, lo avevo sperimentato con Veronica. E mi era piaciuto. Molto.
Ora Elena me lo stava rinfacciando.
Ed, in cambio, mi stava chiedendo di infilarle una mano nel culo.
Di fare qualcosa che io avevo già provato e lei ancora no.
Chi l’avrebbe mai detto!
Però, dopo quell’esperienza nella villa di Luca e Veronica, mi sentivo inaridita, sessualmente parlando.
Rifiutavo di pensare al sesso. Rifuggivo ogni situazione che mi desse l’opportunità di parlarne.
Lo dissi a Elena.
Lei, da amica, capì al volo il mio stato d’animo.
E cambiò atteggiamento.
Non più quello della tentatrice.
Quanto quello dell’amica esperta, quella in grado di dare consigli e suggerimenti.
Mi disse che era assolutamente normale sviluppare forme di avversione verso il sesso dopo aver provato, in poco tempo, emozioni forti come quelle che avevano travolto me.
Aver avuto una vita sessuale “normale” per tantissimi anni ed essersi poi trovata, nel giro di pochi giorni, travolta da quel turbine di trasgressioni e di emozioni e proiettata in un ambiente nuovo, fatto di persone e di situazioni al limite di quella che il senso comune definisce decenza, non poteva non lasciare strascichi su di me, soprattutto di carattere psicologico.
E cosi, infatti, mi era accaduto.
Elena mi comprese.
Ed evitò di insistere nella sua sfacciata richiesta.
Da brava amica mi abbracciò, mi disse di prendermi tutto il tempo di cui avessi avuto bisogno, di riflettere e di rielaborare quanto successomi, di dimenticarmene anche, se necessario.
E poi, di tornare in pista.
Perché, e di questo lei ne era assolutamente sicura, sarebbe successo.
La voglia mi sarebbe tornata.
E mi avrebbe nuovamente investita e trascinata nelle pieghe più peccaminose delle relazioni sessuali occasionali.
E lei sarebbe rimasta lì ad aspettarmi.
Solo allora avrebbe ripreso il discorso e mi avrebbe chiesto di provare quello che io avevo già provato e lei ancora no. Non prima.
La ringraziai della comprensione.
Ricambiai il suo abbraccio.
Ci salutammo.
“Ti do qualche settimana, poi ti voglio nuovamente troia come ti ho visto nell’ultimo periodo”, mi disse mentre aprivo la porta del suo alloggio.
Mi voltai, abbozzai un sorriso e le mandai un bacio a distanza.
Trascorse molto meno tempo di quello previsto da Elena prima che mi tornasse la voglia.
E mi tornò all’improvviso.
Non avevo minimamente considerato che potesse travolgermi così, quasi a tradimento.
Eppure capitò.
E capitò durante quello che voleva e doveva essere un weekend romantico con mio marito, organizzato proprio per smaltire le tossine accumulate durante le ultime settimane.
Ed invece ci ricascai.
E trascorremmo una serata all’insegna del sesso più trasgressivo. Ancora una volta.
Quando ci alzammo dalla panchina e presi la mano di Stefano non avevo dubbi sul fatto che accettare la proposta di Filippo fosse la scelta giusta.
L’evidente eccitazione, mostrata anche dagli umori che inzuppavano la mia figa e di cui avevo reso partecipe Stefano, mi indusse ad accelerare il passo, alla ricerca di quell’imbarcazione sulla quale, ne ero certa, avrei placato quella fame, non alimentare, che mi stava divorando.
Avevo fretta.
Fretta di fare sesso.
Stefano lo percepì.
“Oh, Vale, non correre. Non scappano mica quelli lì”, mi disse.
Rallentai il passo, senza però riuscire a contenere la vogliadi maschio che mi aveva assalita.
Finché davanti ai nostri occhi non comparve il Gloria.
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