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Resurrezione di Donna - Cap. 11


di Lauretta_Stefano
22.06.2026    |    57    |    0 8.7
"Erano uomini di mezza età, anonimi nelle loro felpe e giacche spiegazzate, i volti parzialmente illuminati dalla luce dello schermo..."
Un mese era trascorso da quando Fabiola aveva attraversato la soglia dell'appartamento di Renato con le poche cose che aveva. Un mese di giorni che si susseguivano identici, scanditi da ritmi precisi che lei aveva imparato a conoscere come il battito del proprio cuore. La casa brillava. Ogni superficie rifletteva la luce, ogni angolo era stato esorcizzato dalla polvere, ogni oggetto trovava posto nel suo spazio designato con precisione quasi ossessiva. Fabiola aveva trasformato quel modesto appartamento di Mestre in un piccolo regno dell'ordine, e il suo corpo in uno strumento di piacere costante per l'uomo a cui offriva tutta sé stessa in cambio di quella straordinaria sensazione di libertà.
Le mattine iniziavano sempre allo stesso modo. Lei si svegliava prima dell'alba, sgusciando via dalle lenzuola stropicciate senza disturbare il sonno pesante di Renato. Preparava la colazione con caffè nero e forte, pane tostato, a volte uova strapazzate quando lui le chiedeva ingredienti extra, e la disponeva sul tavolo della cucina con cura meticolosa. Poi tornava in camera da letto, si sfilava la camicia da notte e si infilava sotto le coperte, cercando con la bocca il cazzo semieretto di Renato. Lo svegliava così, con le labbra avvolte attorno alla sua erezione mattutina, la lingua che tracciava pigre spirali sulla punta mentre lui emetteva i primi grugniti di coscienza. Non c'era bisogno di parole. Lei sapeva esattamente cosa fare, quanto forte succhiare, quanto profondamente prenderlo prima che lui venisse con un verso gutturale, svuotandosi nella sua gola mentre il sole iniziava a filtrare attraverso le tapparelle.
Le serate seguivano uno schema altrettanto rigoroso. Dopo la cena, che Fabiola preparava con cura e fantasia, si metteva in ginocchio accanto a Renato mentre lui guardava la televisione. A volte la faceva chinare sul divano, sollevandole la gonna e abbassandole le mutandine fino alle ginocchia per prenderla da dietro mentre il telegiornale blaterava sullo sfondo. Altre volte la montava a letto, penetrandola con spinte lente e deliberate che la facevano contorcere e gemere sotto di lui. Renato non era un amante premuroso né un compagno attento. Era un uomo che prendeva ciò che gli spettava, perché era quello che lei voleva dargli. Fabiola accettava tutto, ogni posizione, ogni richiesta che lui le formulava con quella sua voce suadente e viscida che lei aveva imparato a considerare la colonna sonora della sua nuova vita.
Quella sera particolare iniziò come tutte le altre. Fabiola aveva preparato spaghetti al pomodoro, la salsa che cuoceva lentamente sul fornello mentre lei apparecchiava la tavola con tovaglioli di stoffa piegati con precisione geometrica. Renato arrivò poco dopo le otto, l'alito che sapeva di vino rosso e la camicia macchiata di qualcosa che sembrava sugo. Si sedette a capotavola senza degnarla di uno sguardo, allungando la mano per prendere la bottiglia di vino che lei aveva già stappato e lasciato respirare. Fabiola lo servì in silenzio, riempiendo il suo piatto di pasta al dente prima di prendere posto sulla sedia accanto a lui. Ma non mangiò. Non ancora.
Renato la guardò da sopra il bordo del suo bicchiere, gli occhi grigi che la squadravano con quell'espressione possessiva che lei ormai desiderava intensamente. Un angolo della sua bocca si sollevò in quello che poteva passare per un sorriso. «Sotto» disse semplicemente, indicando il tavolo con un cenno del capo.
Fabiola non esitò. Scivolò giù dalla sedia e strisciò sotto il tavolo, le ginocchia che premevano contro le piastrelle fredde del pavimento mentre si posizionava tra le gambe divaricate di Renato. Le sue mani esperte slacciarono la cintura, poi il bottone dei pantaloni, poi la zip. Il cazzo di Renato era già mezzo duro, in attesa e lei lo prese con delicatezza, la lingua che scivolava lungo la parte inferiore dell'asta mentre prima che le labbra si chiudessero attorno alla testa. Sopra di lei sentì il rumore della forchetta di Renato che si infilava negli spaghetti, il masticare ritmico che si mescolava ai suoi gemiti soffocati.
«Brava» mormorò lui tra un boccone e l'altro, la mano libera che scendeva ad accarezzarle i capelli con un gesto quasi tenero che strideva con la volgarità della situazione. «Cazzo, sei proprio una fantastica pompinara.»
Fabiola continuò a succhiare, aumentando il ritmo mentre sentiva l'erezione di lui indurirsi completamente nella sua bocca. Lo prendeva il più profondamente possibile, soffocando il riflesso faringeo mentre la punta del suo cazzo le toccava la gola. Sapeva esattamente come farlo godere, e per lei era il più importante dei premi. Lo sentì emettere un verso gutturale, le dita che si stringevano attorno ai suoi capelli mentre spingeva i fianchi verso l'alto, scopandole la bocca con spinte irregolari.
Ci fu un attimo di silenzio, rotto solo dai gorgoglii della gola di Fabiola «Stasera ti porto fuori» disse Renato all'improvviso, la voce roca per l'eccitazione. Le parole penetrarono attraverso la nebbia di lussuria che avvolgeva Fabiola, facendola fermare per un istante. Lui le spinse la testa verso il basso, costringendola a continuare. «Non fermarti, puttana. Ho detto che ti porto fuori. Al cinema. Ti va di vedere un film?»
Lei annuì il più possibile con il cazzo di lui ancora in bocca, un gesto goffo che lo fece ridere. La sua risata era bassa e gutturale, un suono che sembrava provenire dalle profondità del suo petto prominente. «Bene. Perché stasera c'è qualcosa di speciale. Qualcosa che ti piacerà.» Non aggiunse altro, lasciando che lei continuasse a succhiarglielo mentre lui finiva di mangiare. Quando finalmente venne, fu con un grugnito soddisfatto, il seme caldo che le riempiva la bocca mentre lei deglutiva meccanicamente, leccando ogni goccia.
Fabiola emerse da sotto il tavolo con le ginocchia indolenzite e le labbra gonfie. Renato la guardò con un'espressione di appagamento annoiato, gli occhi semichiusi e un sorrisetto compiaciuto sul volto. «Vestiti bene» le disse, allungando una mano per accarezzarle il viso con un gesto che voleva essere affettuoso ma riusciva solo a essere possessivo. «Mettiti qualcosa di sexy. Tacchi. Calze. Voglio che tutti vedano quanto sei bella.»
Lei annuì, sentendo un fremito di eccitazione attraversarle il basso ventre. Dopo un mese di reclusione volontaria nell'appartamento, l'idea di uscire, di essere vista, di essere mostrata, le provocava un brivido di anticipazione che non riusciva a reprimere. Si ritirò in camera da letto, dove aprì l'armadio che conteneva i vestiti che Renato le aveva comprato nelle settimane precedenti. Tutti capi attillati, tutti pensati per mettere in risalto il suo corpo minuto, tutti decisamente inappropriati per qualsiasi contesto che non fosse la camera da letto.
Scelse una minigonna bianca che a malapena le copriva le natiche, abbinandola a una canottiera nera aderente che lasciava intravedere la curva dei seni. Le calze autoreggenti a rete nera le avvolgevano le gambe, il bordo di pizzo che spariva sotto l'orlo della gonna in un modo oscenamente suggestivo. I tacchi a spillo che Renato le aveva regalato il giorno prima completavano l'outfit, aggiungendo almeno dodici centimetri alla sua altezza e facendo oscillare i suoi fianchi in un modo che lei sapeva che a lui piaceva. Si truccò con cura, usando eyeliner spesso, rossetto rosso acceso, ombretto scuro che faceva risaltare i suoi occhi azzurri, e si spruzzò un po' del profumo dozzinale che lui preferiva. Quando uscì dalla camera da letto, si sentiva come una bambola vestita per essere esibita.
Renato la guardò dalla soglia del soggiorno, gli occhi che la percorrevano dalla testa ai piedi con un'espressione di approvazione grezza. «Cazzo, sì» borbottò, tendendo la mano verso di lei. «Andiamo.»
Il cinema si trovava sulla stessa via di Mestre, in una strada laterale che Fabiola non aveva mai notato prima. L'insegna al neon sopra l'entrata era parzialmente bruciata, e l'unica altra persona che vide quando scesero dall'auto di Renato fu un uomo anziano che fumava una sigaretta all'angolo dell'edificio. L'interno era buio e odorava di popcorn stantio e disinfettante economico. Il bigliettaio dietro il vetro del botteghino non alzò nemmeno lo sguardo quando Renato pagò due ingressi, facendo scivolare i biglietti sul bancone con un gesto annoiato.
«Sala tre» mormorò Renato, guidandola lungo un corridoio rivestito di moquette consumata. Le locandine alle pareti mostravano immagini di donne discinte in pose provocanti, i titoli scritti in caratteri volgari che promettevano scene esplicite. Fabiola sentì il cuore accelerare mentre si rendeva conto di dove si trovava. Era un cinema a luci rosse. Un posto dove gli uomini venivano a guardare film osceni nel buio, a cercare gratificazione anonima in un ambiente che tollerava ogni perversione.
La sala era immersa nella semioscurità, lo schermo davanti a loro che proiettava immagini di una coppia che scopava furiosamente. I gemiti amplificati delle attrici riempivano l'ambiente, mescolandosi al rumore di respiri pesanti e fruscii di vestiti che provenivano dalle file di poltrone davanti a loro. Fabiola contò tre figure isolate sparse per la sala, uomini soli, seduti nell’ ombra, i volti illuminati dal riflesso dello schermo. Nessuno si voltò a guardarli mentre Renato la guidava verso una fila centrale, lontano dall'entrata ma non completamente nascosta alla vista.
«Siediti» le ordinò lui, prendendo posto su una poltrona di velluto logoro. Fabiola obbedì, sentendo il tessuto ruvido contro le cosce mentre si sistemava accanto a lui. Sullo schermo, l'attore stava scopando l'attrice da dietro, i seni di lei che oscillavano a ogni spinta mentre urlava di piacere. La telecamera zoomava sul punto di unione tra i loro corpi, mostrando ogni dettaglio dell'atto in primissimo piano. Fabiola sentì le guance scottare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo.
Renato le posò una mano sulla coscia, le dita che si muovevano sulla pelle nuda, sopra il bordo delle calze. «Ti piace?» le chiese, la voce bassa e suadente nel suo orecchio. «Ti piace guardare quella puttana che si fa scopare?»
Lei annuì, la gola improvvisamente secca. Era vero. Le piaceva. Le piaceva guardare quella donna che veniva presa così brutalmente, che gemeva e urlava senza inibizioni mentre l'uomo la possedeva completamente. Le piaceva perché si identificava con lei, perché vedeva sé stessa riflessa in quelle scene di sottomissione volontaria. La mano di Renato risalì lungo la sua coscia, spingendo da parte il tessuto della gonna fino a raggiungere il bordo delle sue mutandine. Lei indossava un tanga ridottissimo, appena un triangolo di pizzo che copriva a malapena il sesso.
«Brava la mia troia» mormorò lui, le dita che scivolavano sotto il tessuto per trovare la sua umidità già abbondante. «Sei già bagnata, vero? Guardare quella puttana ti fa eccitare.»
Fabiola annuì di nuovo, le labbra socchiuse mentre il respiro si faceva più affannoso. Le dita di Renato la penetrarono, prima una, poi due, muovendosi dentro di lei con una lentezza studiata per farla contorcere sulla poltrona. Sullo schermo, l'attrice stava raggiungendo l'orgasmo, il corpo che tremava mentre urlava il suo piacere al soffitto. Fabiola sentì le proprie gambe aprirsi istintivamente, offrendosi alle dita di lui in un modo che sapeva essere scandaloso in quel luogo pubblico.
Ma non c'era abbastanza spazio per ciò che Renato voleva davvero. La poltrona era troppo stretta, l'angolazione troppo scomoda. Fu lui a prendere l'iniziativa, ritirando le dita dal suo sesso e portandosele alla bocca per assaggiare i suoi umori. Poi le posò una mano sulla spalla, spingendola verso il basso con una pressione costante.
«In ginocchio» ordinò, la voce appena un sussurro che sovrastava il rumore del film. «Voglio sentire la tua bocca mentre guardo quella puttana che si fa scopare.»
Fabiola scivolò giù dalla poltrona, le ginocchia che toccavano il pavimento ruvido della sala mentre si posizionava tra le gambe divaricate di Renato. Le sue mani esperte slacciarono i pantaloni di lui con movimenti fluidi, liberando il cazzo già eretto che svettava verso di lei nell'oscurità. Lo prese in bocca senza esitazione, la lingua che seguiva il contorno della testa prima di scivolare lungo l'asta. Sopra di lei, sentì Renato emettere un sospiro di soddisfazione, le dita che si intrecciavano ai suoi capelli per guidare il ritmo.
Il film continuava a proiettare le sue immagini oscene sullo schermo, i gemiti dell'attrice che si mescolavano ai suoni umidi della bocca di Fabiola. Lei lavorava metodicamente, alternando suzioni leggere a movimenti più profondi che le facevano toccare la gola con la punta del cazzo di Renato. Sentiva i suoi occhi su di lei, sentiva il suo respiro farsi più pesante, e provò un senso di orgoglio distorto per la propria abilità. Era diventata brava in questo. Molto brava.
Non si accorse subito degli sguardi. Era troppo concentrata sul suo compito, troppo immersa nell'atto di dare piacere all'uomo che la possedeva. Ma gradualmente, attraverso la nebbia della sua sottomissione, iniziò a percepire la presenza di altri. Passi nella fila dietro di loro. Un fruscio di vestiti. Respiri che non appartenevano a Renato.
Alzò gli occhi, il cazzo di Renato ancora in bocca, e vide tre figure in piedi nel corridoio tra le file di poltrone. Erano uomini di mezza età, anonimi nelle loro felpe e giacche spiegazzate, i volti parzialmente illuminati dalla luce dello schermo. La stavano guardando. Tutti e tre la stavano guardando con un'intensità che le fece accelerare il cuore. Non distolsero lo sguardo quando lei li notò. Anzi, uno di loro sorrise, un sorriso lento e predatorio che mostrò i denti giallastri nell'oscurità.
«Cazzo, guarda che bocca» disse uno degli uomini, la voce roca e piena di desiderio. «Quella sì che è una pompinara.»
Renato rise sopra di lei, le dita che si stringevano attorno ai suoi capelli per tenerla ferma. «La mia troia è bravissima» rispose, con orgoglio nella voce. «La migliore che abbia mai avuto.»
Fabiola sentì le guance andare a fuoco per la vergogna, ma non si fermò. Non poteva fermarsi. Le mani di Renato la tenevano inchiodata al suo posto, e qualcosa dentro di lei, quella parte oscura e contorta che aveva imparato a riconoscere nelle ultime settimane, non voleva fermarsi. Le piaceva essere guardata. Le piaceva che questi uomini la vedessero in ginocchio, con un cazzo in bocca, e che la ammirassero e la desiderassero.
Gli uomini si avvicinarono, prendendo posto nelle poltrone accanto a loro come se avessero ogni diritto di essere lì. Fabiola sentì il peso dei loro sguardi su di lei, sentì i loro respiri farsi più pesanti mentre la osservavano succhiare. Uno di loro iniziò a toccarsi attraverso i pantaloni, la mano che si muoveva ritmicamente sopra il tessuto mentre i suoi occhi non abbandonavano mai la scena. Un altro si slacciò la cintura con movimenti goffi, tirando fuori il cazzo già eretto e iniziando a masturbarsi con foga.
«Dai, fagli vedere quanto sei brava» disse Renato, la voce carica di lussuria. «Fagli vedere come succhi il cazzo del tuo uomo.»
Fabiola intensificò il ritmo, la testa che saliva e scendeva lungo l'asta di Renato con movimenti fluidi e disperati. Poteva sentire i suoni dei tre uomini che si masturbavano, il rumore di pelle contro pelle, i respiri affannosi, i gemiti soffocati, e ogni suono alimentava il fuoco che le bruciava nel basso ventre. Era esposta. Umiliata. Usata. E profondamente, vergognosamente eccitata.
«Che meravigliosa succhiacazzi» ansimò uno degli uomini, la voce che tremava per l'eccitazione. «Guarda come lo prende tutto. Che troia.»
«Ha una bocca fatta per questo» aggiunse un altro, i fianchi che si sollevavano dalla poltrona mentre si masturbava più velocemente. «Per succhiare cazzi.»
Il terzo uomo non parlava. Si limitava a guardare con un'intensità che faceva correre brividi lungo la schiena di Fabiola, la mano che si muoveva sul suo cazzo con un ritmo costante e implacabile. I suoi occhi non la abbandonavano mai, seguendo ogni movimento delle sue labbra, ogni guizzo della sua lingua, ogni verso soffocato che sfuggiva dalla sua gola. Era come se la stesse scopando con lo sguardo, possedendola in un modo che trascendeva il contatto fisico.
Sullo schermo, il film era cambiato. Una nuova scena mostrava una donna circondata da tre uomini, che la penetravano da ogni lato mentre lei gemeva e urlava il suo piacere. La coincidenza non sfuggì a Fabiola, lei era lì, in ginocchio, circondata da tre uomini che la guardavano con la stessa fame animalesca. La differenza era che lei non veniva toccata da loro. Non ancora. Ma l'aria era carica di quella possibilità, di quel “perché no” che la eccitava senza controllo.
Renato stava godendo del momento, il petto che si alzava e abbassava con respiri profondi mentre guardava i tre uomini osservare lei. Per lui, questo era il vero piacere, non il sesso in sé, ma il potere che ne derivava. Il potere di possedere qualcosa che altri desideravano. Il potere di mostrare la sua proprietà al mondo intero. «Vi piace la mia troia?» chiese, la voce suadente e arrogante. «Non è la migliore che abbiate mai visto?»
«Cazzo, sì» rispose il primo uomo, la mano che si muoveva più velocemente sul suo cazzo. «Una vera puttana, ed è anche una gran figa.»
«Guarda che bocca» ansimò il secondo. «Guarda come lo prende fino in gola.»
Fabiola sentì le ginocchia premere contro il pavimento sempre più dolorosamente, ma non le importava. L'unica cosa che importava era il cazzo di Renato nella sua bocca, gli sguardi degli uomini su di lei, la consapevolezza di essere esattamente dove doveva essere. Una puttana. Un oggetto di desiderio. Qualcosa da usare e mostrare.
Il primo uomo venne con un grugnito gutturale, il seme che schizzava sul pavimento a pochi centimetri dalle ginocchia di Fabiola. Lei lo vide con la coda dell'occhio, quel fluido bianco che brillava nella luce proiettata dallo schermo, e sentì un brivido di soddisfazione attraversarla. Aveva fatto questo. Lei aveva fatto venire un uomo semplicemente guardandola. Il secondo uomo seguì poco dopo, il suo orgasmo accompagnato da una serie di imprecazioni soffocate mentre il suo seme atterrava sul pavimento. Il terzo fu l'ultimo, e quando venne, lo fece con un gemito profondo che sembrò riecheggiare nella sala semivuota, il suo seme che raggiunse quello degli altri sul pavimento sporco.
Renato non aveva ancora finito. Le sue mani si strinsero attorno ai capelli di Fabiola, costringendola a mantenere il ritmo mentre i tre uomini si ricomponevano intorno a loro. «Non fermarti» le ordinò, la voce tesa per l'eccitazione trattenuta. «Non ho ancora finito con te.»
Fabiola continuò, la mandibola che iniziava a indolenzirsi mentre succhiava con rinnovata determinazione. Poteva sentire gli sguardi degli uomini ancora su di lei che la osservavano mentre si ricomponevano, mentre si accendevano sigarette con mani tremanti, mentre mormoravano commenti volgari tra di loro. «La troia più brava che abbia mai visto» disse uno. «Quello è un uomo fortunato» aggiunse un altro. Lei assorbì ogni parola come una droga, lasciando che alimentasse il fuoco che le bruciava dentro.
Quando finalmente Renato venne, fu con un verso gutturale che sovrastò il rumore del film, il suo seme che le riempiva la bocca con getti caldi e abbondanti. Fabiola deglutì immediatamente, leccando e assaporando ogni goccia come le era stato insegnato, finché lui non la scostò con una spinta gentile ma ferma. «Brava» le disse, accarezzandole la testa con un gesto quasi tenero. «Brava la mia troia.»
Fabiola risollevò la testa, incontrando gli occhi dei tre uomini che la fissavano dal loro posto. Nei loro sguardi lesse qualcosa che andava oltre il semplice desiderio, un misto di invidia, rispetto, e una fame insoddisfatta che anelava incontri futuri. Si rese conto che quegli uomini non l'avrebbero dimenticata. Che l'immagine di lei in ginocchio, con il cazzo di Renato in bocca, sarebbe rimasta impressa nelle loro menti per molto tempo dopo che lei se ne fosse andata. E la consapevolezza la fece sentire potente in un modo che non si aspettava.
Renato si ricompose con calma, allacciandosi i pantaloni come se nulla fosse successo. Poi si alzò, tendendo una mano verso Fabiola per aiutarla a rimettersi in piedi. Lei accettò l'aiuto, le ginocchia rigide e doloranti mentre si sollevava da terra. La minigonna era risalita, esponendo completamente le sue calze autoreggenti e il tanga che a malapena copriva il suo sesso. Non fece nulla per aggiustarsi. Non finché Renato non le diede il permesso.
«Andiamo» disse lui, la mano che si posava possessiva sul suo fondoschiena mentre la guidava verso l'uscita. Fabiola lo seguì senza resistere, sentendo gli sguardi dei tre uomini che li accompagnavano fino a quando non scomparvero oltre la porta della sala.
Fuori, l'aria della notte era fresca e pulita dopo l'atmosfera stantia del cinema. Fabiola respirò profondamente, sentendo il profumo di Renato mescolarsi all'odore di fumo e sperma che ancora aleggiava intorno a loro. Non parlò mentre camminavano verso l'auto, non chiese nulla di ciò che era successo o di ciò che sarebbe potuto succedere in futuro. Sapeva che non era il suo compito fare domande. Il suo compito era soddisfare i suoi desideri, essere ciò che Renato voleva che fosse.
Mentre l'auto si immetteva nel traffico notturno di Mestre, Renato le posò una mano sulla coscia, le dita che tracciavano pigre spirali sulla pelle nuda. «Ti è piaciuto?» le chiese, la voce bassa e suadente nell'abitacolo buio. «Ti è piaciuto farti guardare da quegli uomini?»
Fabiola sentì le guance avvampare nell'oscurità. La risposta era sì. Sì, le era piaciuto. Le era piaciuto essere al centro dell'attenzione, essere desiderata, essere oggetto di lussuria. Ma non riuscì a formulare le parole, così si limitò ad annuire, gli occhi bassi mentre la mano di Renato continuava il suo movimento ipnotico sulla sua pelle.
«Bene» mormorò lui, soddisfatto. «Perché quello era solo l'inizio. La settimana prossima ti porto al club di Marghera. Lì sì che ti farò vedere cosa significa essere davvero la mia puttana.»
Fabiola sentì un brivido attraversarle la schiena, un misto di paura e anticipazione che le fece pulsare il sesso. Non sapeva cosa aspettarsi dal club di cui Renato aveva parlato nelle settimane precedenti. Non sapeva cosa le avrebbe chiesto di fare, o chi avrebbe incontrato, o quanto oltre si sarebbe spinta la sua perversione. Ma una cosa la sapeva con certezza assoluta: avrebbe fatto tutto ciò che lui voleva. Tutto, senza esitazione, senza resistenza.
Perché quello era il suo posto. Quello era ciò che le dava serenità. E mentre l'auto attraversava le strade illuminate di Mestre, diretta verso l'appartamento che ora chiamava casa, Fabiola si rese conto che per la prima volta nella sua vita, non si sentiva persa. Si sentiva esattamente dove voleva essere.
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