tradimenti
Resurrezione di Donna - Cp.10
22.06.2026 |
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""Sai, " disse lui con voce pensierosa, continuando a toccarla, "stavo pensando una cosa oggi..."
Fabiola era in ginocchio sul pavimento del bagno, con la spugna imbevuta di detersivo che strofinava con forza le piastrelle color crema. I tacchi a spillo da dodici centimetri affondavano leggermente nelle fughe mentre il suo corpo oscillava avanti e indietro seguendo il movimento del braccio. L'odore acido del detersivo si mescolava al profumo dolce del suo corpo, creando una strana combinazione che le riempiva le narici a ogni respiro.Non sapeva dove fosse Renato. Era uscito quella mattina presto senza darle spiegazioni, e lei non aveva fatto domande. Non spettava a lei chiedere. Il suo compito era un altro: mantenere l'appartamento perfetto, custodire quel piccolo regno che lui le aveva concesso, e farsi trovare pronta quando fosse tornato.
Guardò il suo riflesso nello specchio sopra il lavandino. I capelli neri erano acconciati in boccoli perfetti che incorniciavano il viso, nonostante le ore di lavoro domestico. Il trucco era impeccabile: eyeliner preciso, mascara che allungava le ciglia, rossetto di un rosa scuro che faceva risaltare le labbra carnose. La canotta corta finiva appena sotto il seno, lasciando scoperta una striscia di pelle olivastra e il bordo inferiore del reggiseno di pizzo nero. La minigonna aderente copriva a malapena le natiche, e quando si chinava in avanti - come stava facendo in quel momento - il tessuto si sollevava rivelando le mutandine ridotte quasi all'invisibile, e la sua figa completamente depilata, perché Renato aveva espresso quel desiderio.
Era vestita come una puttana. E le piaceva.
Le sue mani, protette da guanti di gomma spessi, erano morbide e lisce, con le unghie laccate di rosso acceso, sempre pronte per quando Renato sarebbe tornato, trovandole perfette come ogni superficie della casa scintillante, ogni oggetto al suo posto, e lei in attesa come un'offerta su un altare.
Si alzò con un movimento naturale nonostante i tacchi vertiginosi, appoggiando una mano alla parete per stabilirsi. Le ginocchia erano indolenzite per la posizione prolungata, ma ignorò il fastidio. Si avvicinò allo specchio e si osservò con occhio critico. Il reggiseno di pizzo nero spingeva il seno verso l'alto, creando una scollatura generosa che la canotta lasciava intravedere. I capezzoli piccoli premevano contro il tessuto trasparente del pizzo, visibili se qualcuno avesse guardato con attenzione.
E Renato guardava sempre con attenzione.
Sorrise al suo riflesso, poi si voltò per controllare il resto del bagno. La vasca splendeva, il water era stato disinfettato, il lavandino era privo di qualsiasi macchia. Le piastrelle del pavimento brillavano sotto la luce artificiale. Era tutto perfetto.
Uscì dal bagno e percorse il breve corridoio che portava al soggiorno. Anche lì tutto era in ordine: il vecchio divano in pelle era stato spolverato, il tavolo quadrato lucidato, la televisione spenta con lo schermo pulito da ogni impronta. La cucina separata era altrettanto immacolata, con i mobili vecchi ma tirati a lucido e i ripiani privi di briciole.
Fabiola si sedette sul divano, accavallando le gambe in un gesto che era diventato automatico. I tacchi facevano risaltare le caviglie sottili e i polpacci torniti. Si sistemò la minigonna, assicurandosi che coprisse il minimo indispensabile. Poi rimase in attesa.
Non sapeva quando Renato sarebbe tornato. Poteva essere tra minuti, ore, o persino la sera. Ma lei sarebbe stata lì, pronta ad accoglierlo come meritava.
Il tempo passava lentamente. Fabiola si alzò un paio di volte per controllare che tutto fosse in ordine, si risedette, si sistemò i capelli, controllò il trucco in uno specchietto da borsetta che aveva trovato in un cassetto. Il pomeriggio si trascinava tra luce dorata che filtrava dalle finestre e ombre che si allungavano sul pavimento.
Poi, finalmente, sentì il rumore della chiave nella serratura.
Il cuore le balzò in petto. Si alzò dal divano con un movimento languido, portandosi al centro della stanza proprio mentre la porta si apriva.
Renato entrò con il suo solito aspetto disordinato: i capelli radi spettinati, i vestiti spiegazzati, l'aria di chi ha passato la giornata a bere e chiacchierare in qualche bar. La pancia prominente tendeva la camicia abbottonata male, e i suoi occhi grigi si posarono immediatamente su di lei.
"Cazzo," esclamò con un sorriso che scopriva i denti leggermente ingialliti. "Ma guarda che spettacolo."
Fabiola non rispose a parole. Si avvicinò a lui con passi misurati, i tacchi che risuonavano sul pavimento. Gli andò incontro fino a trovarsi a pochi centimetri dal suo corpo, abbastanza vicino da sentire l'odore di alcol e tabacco che emanava. Le sue mani salirono verso la cintura dei pantaloni di Renato, slacciandola con movimenti esperti.
"Lascia che mi prenda cura di te," mormorò, mentre le sue dita lavoravano sul bottone e poi sulla zip.
Renato emise un suono di approvazione, una via di mezzo tra un grugnito e un sospiro. Le sue mani grandi si posarono sui fianchi di Fabiola, accarezzando la pelle nuda tra la canotta e la minigonna. "Sei proprio una brava ragazza," disse con quella sua voce suadente che non mancava mai di farle venire i brividi.
Fabiola si inginocchiò davanti a lui. Il pavimento era duro sotto le ginocchia, ma non ci badò. Abbassò i pantaloni di Renato insieme ai boxer, liberando il suo cazzo che già cominciava a irrigidirsi. Lo prese in mano, accarezzandolo con movimenti lenti mentre alzava lo sguardo verso di lui.
"È tutto pulito," disse con voce sommessa. "La casa. Il bagno. Tutto."
Renato le affondò una mano tra i capelli, stringendo le dita tra i boccoli neri. "Lo vedo," rispose. "Sei una donna di casa fottutamente perfetta."
Fabiola sorrise, poi si chinò in avanti e prese la punta del suo cazzo in bocca. Lo sentì crescere contro la sua lingua, indurirsi mentre lei lo accoglieva sempre più profondamente. Usò la mano per massaggiare la base mentre la bocca lavorava sulla punta, succhiando con delicatezza poi con più forza.
"Mhmm," gemette Renato, spingendo leggermente i fianchi verso di lei. "Così, troia. Proprio così."
Quella parola la fece bagnare istantaneamente. Troia. Era la sua troia. La puttana di Renato. E quel ruolo le dava una pace che non aveva mai conosciuto in anni di matrimonio infelice con Marco che la chiamava puttana, ma la trattava come un buco, non come una donna desiderabile. In più con Renato non doveva pensare, non doveva decidere, non doveva fingere di essere qualcosa che non era. Doveva solo prendersi cura della casa, del suo cazzo, di lui.
Accelerò il ritmo, prendendo il cazzo di Renato sempre più in profondità. La saliva cominciava a colarle dagli angoli della bocca, bagnando le labbra e il mento. I suoi occhi guardavano in alto verso di lui, cercando la sua approvazione, il suo piacere. E lo trovò nel suo sguardo appannato dal desiderio, nella sua bocca socchiusa, nei suoi respiri sempre più pesanti.
"Cazzo, Faby," ansimò Renato, con le dita che stringevano più forte tra i suoi capelli. "Mi fai venire subito, cazzo."
Fabiola non si fermò. Anzi, aumentò ancora il ritmo, succhiando con vigore mentre la mano massaggiava i testicoli di Renato con movimenti circolari. Sentiva il suo cazzo pulsare contro la lingua, sentiva i suoi muscoli tendersi in preparazione dell'orgasmo.
"Sto per venire," la avvertì Renato, ma lei non si ritrasse. Rimase dov'era, con la bocca aperta e accogliente, pronta a ricevere tutto quello che lui voleva darle.
Renato venne con un gemito gutturale, eiaculando nella bocca di Fabiola con getti caldi e densi. Lei ingoiò tutto, continuando a succhiare anche mentre lui pulsava, raccogliendo ogni goccia come se fosse un dono prezioso. Solo quando lo sentì ammorbidirsi si ritrasse lentamente, leccandosi le labbra per non perdere nulla.
"Grazie," disse, guardandolo dal basso con occhi sottomessi.
Renato rise, un suono profondo e soddisfatto. Le accarezzò la guancia con il dorso delle dita, un gesto quasi tenero. "Grazie a te, troia. Sei proprio brava." Si alzò i pantaloni, li richiuse con calma, poi si guardò intorno. "E hai pulito tutto, eh? Davvero un ottimo lavoro."
Fabiola si alzò, lisciandosi la minigonna con un movimento automatico. "Volevo che fosse tutto perfetto per te."
Renato si avvicinò al divano e vi si lasciò cadere con un sospiro pesante. La vecchia pelle scricchiolò sotto il suo peso. "Sto morendo di fame," annunciò. "Che c'è per cena?"
Fabiola si diresse verso la cucina. "Ho preparato gli spaghetti al pomodoro," rispose da sopra la spalla. "E c'è del pollo arrosto che ho comprato questa mattina."
"Ottimo." Renato accese la televisione e cominciò a scorrere i canali senza davvero guardarne nessuno.
In cucina, Fabiola si mise al lavoro. L'acqua bolliva nella pentola, il sugo di pomodoro scaldava in una padella. Si muoveva con efficienza nonostante i tacchi, abituata ormai a fare tutto con quelle scarpe ai piedi. Era diventata una specie di regola non detta: in quella casa, lei portava sempre i tacchi. Sempre.
Quando la cena fu pronta, la portò in tavola e la servì nel piatto di Renato. Gli spaghetti erano al dente, il sugo profumato di basilico, il pollo arrosto dorato alla perfezione. Aveva apparecchiato con cura piegando i tovaglioli in modo decorativo e versando l'acqua in un bicchiere pulito.
Renato mangiava con gusto, incurante dell'eleganza della presentazione. I suoi occhi erano fissi sulla televisione, dove un telegiornale locale raccontava di una manifestazione in centro città. Non prestava attenzione a Fabiola, che rimaneva in piedi accanto al tavolo, in attesa di esaudire eventuali desideri del suo uomo.
Poi, senza preavviso, Fabiola prese una decisione. Si chinò sotto il tavolo, togliendosi i tacchi con movimenti rapidi e silenziosi. Le sue ginocchia toccarono il pavimento freddo mentre strisciava verso la sedia di Renato.
Lui se ne accorse subito, ovviamente. "Ma che cazzo fai?" chiese con la bocca piena di spaghetti, guardando in basso.
Fabiola non rispose a parole. Le sue mani salirono lungo le gambe dei pantaloni di Renato, trovando la cerniera che aveva appena chiuso. La abbassò di nuovo, tirando fuori il suo cazzo con movimenti decisi.
"Sei insaziabile," commentò Renato con una risata, ma non la fermò. Continuò a mangiare mentre lei lo prendeva in bocca per la seconda volta quella sera.
Fabiola lavorava con dedizione, usando la lingua per stimolare la punta mentre la mano massaggiava la base. Sentiva Renato masticare sopra di lei, il rumore della forchetta contro il piatto, i suoi occasionali mugolii di apprezzamento per il cibo, o per il pompino, non avrebbe saputo dirlo. E non importava.
Il cazzo di Renato era più duro ora, più grosso nella sua bocca. Fabiola lo succhiava con costanza, mantenendo un ritmo regolare che non interferiva con il suo pasto. Sentiva il proprio corpo rispondere all'atto, il calore diffondersi tra le cosce, le mutandine che si bagnavano. Sarebbe venuta solo se lui glielo avesse permesso, ma l'eccitazione era sempre lì, pronta a esplodere.
"Cristo, Faby," disse Renato dopo alcuni minuti, appoggiando la forchetta sul piatto vuoto. "Dove cazzo hai imparato a fare così?"
Lei non poteva rispondere con la bocca piena, quindi si limitò a gemere piano, facendo vibrare le labbra contro il suo cazzo. Quel suono sembrò piacergli, perché le mani di Renato scesero sotto il tavolo per afferrarle la testa, guidando i suoi movimenti.
"Forse dovremmo condividere questo talento con altri," disse lui con voce roca, spingendo i fianchi verso la sua faccia. "Che ne dici, troia? Ti piacerebbe mostrare a qualcun altro quanto sei brava a succhiare il cazzo?"
Fabiola gemette più forte, eccitata dalle sue parole quasi quanto dal suo cazzo in bocca. L'idea la intrigava e la spaventava allo stesso tempo, ma sapeva che la sua opinione non contava. Se Renato avesse voluto condividerla, lei sarebbe stata condivisa perché sapeva di volerlo soddisfare. Era la sua puttana, e le puttane non decidevano.
Renato venne per la seconda volta, riempiendole la bocca con il suo seme. Fabiola ingoiò tutto, leccandolo fino a pulirlo come aveva fatto prima, poi rimase sotto il tavolo mentre lui finiva di mangiare il pollo arrosto. Solo quando il piatto fu completamente vuoto e Renato si appoggiò allo schienale della sedia con un sospiro soddisfatto, lei emerse dal suo rifugio.
"Era tutto ottimo," disse lui, accarezzandole la testa come si farebbe con un cane obbediente. "La cena e ... il dessert."
Fabiola sorrise, sentendosi completa. "Grazie," rispose semplicemente.
Quella sera, dopo aver lavato i piatti e ripulito la cucina, Fabiola seguì Renato in camera da letto. Lo specchio sul soffitto rifletteva il letto con la sua testiera e pediera in ottone, creando un'immagine duplicata del luogo dove avrebbero passato tante ore di piacere.
Renato si spogliò senza cerimonie, lanciando i vestiti sul pavimento in un mucchio disordinato. Il suo corpo era come sempre: la pancia prominente, i tatuaggi sbiaditi sul petto e sulla schiena, la cicatrice sul collo che spiccava pallida contro la pelle. Non era un bell'uomo, anzi, era decisamente brutto secondo gli standard convenzionali. Ma per Fabiola non importava. Lui l'aveva voluta quando nessun altro la voleva. Le aveva dato una casa, uno scopo, un posto dove essere sé stessa. E quello valeva più di qualsiasi bellezza fisica.
Fabiola si spogliò a sua volta, piegando i vestiti con cura prima di appoggiarli sulla sedia accanto al letto. I tacchi furono gli ultimi a essere rimossi, e i suoi piedi nudi affondarono nel vecchio tappeto che aveva reso candido, mentre si avvicinava al letto.
"Vieni qui," disse Renato, battendo la mano sul materasso accanto a sé.
Fabiola si sdraiò al suo fianco. Il suo corpo era caldo contro il suo, e lui la attirò a sé con un braccio possessivo. Le sue mani cominciarono a vagare, accarezzando la curva del fianco, la rotondità del sedere, la morbidezza del seno.
"Sai," disse lui con voce pensierosa, continuando a toccarla, "stavo pensando una cosa oggi. Mentre ero al bar a parlare con degli amici."
Fabiola rimase in silenzio, in attesa. Sapeva che non era il momento di interrompere.
"C'è questo club," continuò Renato, le dita che tracciavano cerchi pigri intorno al suo capezzolo. "Un club privato, a Marghera. Dove la gente... si diverte in modo particolare."
Il capezzolo di Fabiola si indurì sotto il suo tocco, ma lei rimase immobile, ascoltando.
"Ci vanno coppie," spiegò Renato. "E singoli. Si incontrano, bevono qualcosa, ballano... e poi succedono cose."
Fabiola sentì il cuore accelerare. "Che tipo di cose?" chiese, anche se poteva immaginarlo.
Renato ridacchiò. "Cose sporche, principessa. Cose che ti farebbero arrossire." Le pizzicò il capezzolo, abbastanza forte da farla sussultare. "Mi piacerebbe portarti lì. Farti vedere in giro con quei tuoi tacchi da puttana. Lasciare che altri uomini ti guardino, ti desiderino..."
La sua mano scese tra le cosce di Fabiola, trovandola già bagnata. "Mhmm" mormorò. "Ti eccita l'idea, vero? Sei già fradicia."
Fabiola gemette quando le sue dita scivolarono dentro di lei. "Sì," ammise con un sospiro.
"Immagina," continuò Renato, muovendo le dita dentro e fuori con lentezza deliberata. "Tu che cammini per quella stanza con i tuoi tacchi e la tua minigonna. Tutti quegli uomini che ti guardano, che vogliono scoparti. E io che sto lì, che li guardo volerti, sapendo che sei mia."
Fabiola si mosse contro la sua mano, cercando più attrito, più profondità. L'immagine che Renato stava dipingendo era incredibilmente erotica. Essere desiderata da molti, ma appartenere a uno solo. Essere guardata, ammirata, voluta.
"Poi magari," disse Renato, aggiungendo un terzo dito, "potrei lasciarti fare qualcosa. Con qualcuno di loro. Mentre io guardo."
Fabiola venne con un grido sorpreso, il corpo che si contraeva intorno alle dita di Renato mentre l'immagine di essere scopata da uno sconosciuto sotto gli occhi del suo uomo la travolgeva. L'orgasmo fu intenso, improvviso, e la lasciò tremante e senza fiato.
Renato rise, ritirando le dita bagnate e portandosele alla bocca per assaggiare i suoi succhi. "Sei proprio una troia," disse con affetto. "Vieni solo a pensarci."
Fabiola arrossì, ma non negò. Non poteva negare qualcosa che era evidente.
"Allora?" Renato la guardò con quei suoi occhi grigi che sembravano vedere tutto. "Ti andrebbe? Di venire al club con me?"
Fabiola si voltò verso di lui, incontrando il suo sguardo. "Per te farei qualsiasi cosa," rispose con voce ferma nonostante il respiro ancora affannoso. "Sono la tua puttana, Renato. Se vuoi portarmi in un club e mostrarmi in giro, lo farò. Se vuoi che mi scopino altri uomini mentre tu guardi, lo farò. Se vuoi che faccia qualsiasi altra cosa, la farò."
Renato sorrise, un sorriso che gli illuminò tutto il volto di una luce che Fabiola non sapeva riconoscere, ma che era di puro calcolo perverso. "Brava ragazza," disse, attirandola a sé per un bacio profondo.
Le sue labbra sapevano di alcol e tabacco, ma Fabiola non ci badò. Si perse in quel bacio, nel sapore di lui, nella sua lingua che esplorava la sua bocca con possessività. Le sue mani erano ovunque sul suo corpo, e lei si sentiva persa e ritrovata allo stesso tempo.
"Sei proprio la mia puttana," mormorò Renato contro le sue labbra. "La mia troia obbediente."
"Sì," confermò lei con un respiro. "Tua. Solo tua."
Renato la fece sdraiare sulla schiena e si posizionò sopra di lei. Il suo peso la schiacciava nel materasso, una sensazione rassicurante e soffocante allo stesso tempo. Lo guardò riflesso nello specchio sopra di loro: i loro corpi intrecciati, lui grande e ingombrante, lei piccola e minuta sotto di lui.
"Ti userò in ogni modo possibile," promise Renato, guidando il suo cazzo verso l'ingresso di lei. "Ti farò fare cose che non hai mai fatto. Ti porterò in posti che non hai mai visto. E tu mi ringrazierai per ogni singolo momento."
Fabiola sentì la punta del suo cazzo premere contro la sua apertura ancora sensibile per l'orgasmo precedente. "Sì," ansimò. "Grazie. Grazie, Renato."
Lui la penetrò con un solo movimento fluido, riempiendola a completamente. Fabiola inarcò la schiena, gemendo per la sensazione di essere di nuovo invasa, posseduta, usata. Guardò in alto verso lo specchio e vide sé stessa scopata da quell'uomo brutto e viscido che le aveva dato più di quanto avesse mai ricevuto da chiunque altro.
"Guardati," ordinò Renato, iniziando a muoversi dentro di lei con spinte regolari. "Guarda quanto sei bella quando ti scopo."
Fabiola guardò. Vide i suoi capelli sparsi sul cuscino come un'aureola scura, i suoi seni che sobbalzavano a ogni spinta, il suo viso distorto dal piacere. Vide Renato sopra di lei, la sua schiena tatuata che si fletteva con ogni movimento, i suoi occhi fissi su di lei con un'intensità che la faceva sentire vista, voluta, preziosa.
"Pensaci," disse Renato, accelerando il ritmo. "Pensa a quando ti porterò al club. Tutti quegli uomini che ti guarderanno così. Che vorranno scoparti così."
Fabiola gemette più forte, le unghie che affondavano nelle spalle di Renato. L'immagine era vivida nella sua mente: una stanza piena di sconosciuti, i loro sguardi avidi su di lei, Renato al suo fianco che sorrideva con orgoglio possessivo.
"Magari ti farò sdraiare su un tavolo," continuò lui, con la voce che si faceva più roca per l'eccitazione crescente. "Ti farò allargare le gambe davanti a tutti. Lascerò che ti guardino mentre ti spogli"
"Sì, sì, sì," ansimò Fabiola, sentendo un altro orgasmo costruirsi dentro di lei.
"O magari ti farò mettere in ginocchio," ringhiò Renato, spingendo più forte. "Ti farò succhiare il cazzo davanti a tutti. Lascerò che vedano quanto sei brava."
Fabiola venne con un urlo, il corpo che si contraeva intorno al cazzo di Renato con ondate di piacere che la lasciarono stordita. Sentì Renato grugnire sopra di lei, sentì il suo cazzo uscire e riversare la sua sborra sulla pancia.
Crollarono insieme sul letto, i corpi sudati e appiccicosi, i respiri pesanti che riempivano la stanza. Renato la strinse a sé, un braccio pesante intorno alle sue spalle.
"Sei incredibile," mormorò contro i suoi capelli. "Sei inarrivabile."
Fabiola sorrise, il viso premuto contro il petto di Renato. Sentiva il suo sperma caldo sul ventre, un promemoria fisico del loro legame. Era sporca, usata, esausta, e completamente, assolutamente felice.
"Quando andiamo al club?" chiese con voce assonnata.
Renato ridacchiò, e il suono vibrò attraverso il suo corpo. "Pazienza, principessa. Presto. Molto presto."
Fabiola chiuse gli occhi, lasciandosi scivolare verso il sonno. Il pensiero del club si mescolava ai suoi sogni, creando immagini di corpi intrecciati, sguardi avidi, e Renato che la conduceva attraverso tutto quanto come la sua guida, il suo uomo, il suo salvatore.
Sentiva di non temere il futuro, perché il futuro non le apparteneva. Apparteneva a Renato. E lei era solo la sua puttana, felice di essere usata, felice di servire, felice di esistere finalmente per qualcosa e qualcuno.
Mentre il sonno la reclamava, le ultime parole che sussurrò furono: "Sono tua."
Renato, già mezzo addormentato, rispose con un borbottio indistinto che lei interpretò come una conferma. E in quel piccolo appartamento di via Piave, circondati da mobili vecchi e pareti sottili, Fabiola si sentì a casa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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