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La storia di Hui. Da Femboy a Ladyboy Cap. 1


di Membro VIP di Annunci69.it Lorella65Trav
14.07.2026    |    419    |    0 9.3
"” “Devo dire che sono stata davvero sciocca a non pensare a questo aspetto, tutta presa dalla necessità di guadagnare bene per poter aiutare la mia famiglia e, adesso che ho capito che..."
Il mio nome è Hui, anzi per essere più precisa, è Manee Black Horse Ladyboy che è il nick che uso per lavoro e che centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo lo conoscono grazie ai numerosi video che da almeno quattro anni pubblico sistematicamente sul web.
Qualcuno mi potrebbe chiedere come mai sono così famosa quando la concorrenza delle ladyboy, dei femboy e delle donne cisgender è davvero enorme e, quasi sempre, sono bellissime e sempre sorridenti e gentili.
Il principale motivo della mia notorietà sta nel fatto che sono una Luk Khrueng ovvero figlia di due genitori di nazionalità o di etnie diverse.
Mia madre, Thailandese, quando aveva appena 17 anni mi concepì con un uomo Ispanico del Centro/Sud America, molto bello e fisicato e, come mi ha sempre raccontato, di carnagione bruno-olivastra e con bellissimi occhi grigi, frutto di evidenti incroci avvenuti sia nel passato remoto che in quello più recente, tra componenti della famiglia e persone di tutt'altre etnie.
Purtroppo, però, non l'ho mai conosciuto perché, quattro mesi prima che io nascessi, rimase vittima in un disastroso incidente aereo nel volo che lo portava nel suo paese d'origine per motivi familiari.
Da quella unione di due etnie così tanto diverse ne derivò che ho fattezze somatiche e fisiche Thai: occhi a mandorla, un corpo esile ( ancora adesso che ho 22 anni, peso 51 kg. e 1,70 di altezza), braccia magrissime, mani sottili con lunghe dita mentre mentre, da mio padre, invece, derivano le gambe lunghissime, cosce molto ben tornite e un fondoschiena, come si suol dire, “brasiliano” perfettamente rotondo e sodo, la carnagione bruno-olivastra e il colore grigio dei suoi occhi che fa di me quasi una rarità nel panorama delle ladyboy asiatiche che mediamente sono quasi tutte “alte” tra i 152cm e 158 cm. e con una carnagione alabastrina che le rende tra le più belle trans al mondo.
Ma quello che, in assoluto mi ha dato notorietà e mi ha fatto diventare una delle ladyboy più cliccate sul web e ricercate nei locali o nightclub dai turisti e che ha sempre scatenato la lussuria irrefrenabile di donne singole o di coppia ma anche di uomini in cerca di grossi calibri, è un cazzo da cavallo di ben 26 cm. reali, duro e nero come l'ebano, con la cappella larga e un'asta che gradualmente si allarga fino ad arrivare alla base ad una circonferenza di ben 18 cm. ed è per questo che il mio nick, dopo il mio nome, contiene anche l'aggettivo Black e il sostantivo Horse.
Molto apprezzata dai/dalle clienti, poi, è la mia capacità non solo di sborrare nove/dieci fiotti di sborra di seguito senza uscire e senza che mi si afflosci ma anche quella di essere capace, ancora dentro, di cominciare una nuova scopata fino a sborrare di nuovo anche per due/tre volte di seguito, sborrando e riprendendo a scopare per tutto il tempo senza fermarmi un solo istante e senza neanche uscire dalla figa o dal culo del/della partner di turno che è una cosa che li/le manda in uno stato di estasi talmente forte che, sempre più spesso mi chiedono, di voler godere così per tutta la notte. Andiamo, però, con ordine nel raccontare del come, del quando e del perché sono diventata una ladyboy che ha liberamente scelto di darsi alla prostituzione.
In un piccolo villaggio rurale, come ce ne sono a centinaia, soprattutto nel Nord del Paese, dov'ero nata , vivevo in una piccola e modesta casetta in legno, costruita pezzo per pezzo dal mio bisnonno, in mezzo a tante altre casette simili di altre famiglie tutte dedite, come la mia, alla coltivazione del riso su piccoli appezzamenti di terra a terrazzamento, uno o due per famiglia e che, dal quale, la mia famiglia composta da mia mamma Dao, sua sorella Hataib e la mamma di entrambe, Dok Mai e, ovviamente, da me, ne ricavava giusto il necessario per il proprio bisogno alimentare .
Il lavoro di risicoltura era davvero pesante soprattutto quando arrivava il momento di piantare le piccole piantine di riso a cui erano addette le donne e spesso anche le preadolescenti.
In un quadro come questo, il livello di povertà era quello largamente dominante in quasi tutti i villaggi e quindi, tra gli adolescenti e le adolescenti era diffusissima la voglia, o il sogno, di lasciare la propria casa per cercare fortuna nelle grandi città.
E, infatti, soprattutto le ragazze, cominciarono nel tempo a partire verso i grandi agglomerati urbani per cercare un lavoro che consentisse loro anche di dare un aiuto economico alle rispettive famiglie.
Fu, e lo è ancora, un fenomeno sociale di grandi migrazioni di quelle/quelli che sognavano di affrancarsi dalla miseria in cui avevano vissuto fin dalla nascita ma, un lavoro da commessa o da addetta alle pulizie o da cameriera negli negozi, bar, alberghi o tipologie simili, era ormai quasi introvabile a causa degli affitti e connesse spese, mangiare e viaggiare per andare e tornare a casa ecc. tanto che, anche quando lo si trovava, lo stipendio era del tutto insufficiente per far fronte a quelle spese e riuscire anche a mandare soldi a casa.
E, perciò, moltissime di quelle ragazze, si diedero alla prostituzione in quelle grandi città che, da molti anni, erano diventate meta, ogni anno, di milioni di turisti e turiste che, grazie alle loro valute monetarie estremamente più forti, potevano permettersi molto bene di soggiornare, mangiare, bere e divertirsi spendendo, tutto sommato, pochi dollari così come, per chi cercava sesso, di poterlo avere spendendo davvero pochissimo rispetto ai loro paesi di provenienza.
Non furono, però, soltanto donne, quelle che si diedero al più antico dei mestieri perché una vera moltitudine di giovani Femboy e Ladyboy, oggetto dei forti desideri sessuali e voglia di grande trasgressione soprattutto tra gli amanti del “turismo sessuale”, portarono in pochi anni il numero totale dei/delle sexworker, molto apprezzate e ricercate per la bellezza, la femminilità e la grazia e anche che per la gentilezza e la grande disponibilità a qualsiasi gioco sessuale, ad arrivare a svariate centinaia di migliaia se non anche a qualche milione.
Per fortuna, la salda tradizione buddhista, secondo la quale nascere kathoey o Ladyboy è legato al karma e, perciò, sarebbe la conseguenza di comportamenti sessuali scorretti, compiuti in una precedente vita, secondo questo credo, dette persone vivono in questa vita un percorso di purificazione e, proprio per questa visione, la quasi intera popolazione thai, tende a guardarle con compassione e accoglienza, più che con giudizio o condanna.
Forse perché avevo sempre vissuto in una famiglia formata da sole donne o forse perché era nelle mie naturali inclinazioni o forse l'origine poteva risalire ai “comportamenti sessuali scorretti” che prevedevano un percorso di purificazione, fatto sta che ben presto iniziai a comportarmi in modo femminile e a sentire un forte disagio nel vedere un bambino, poi ragazzino e infine adolescente riflesso nello specchio mentre io sentivo nel profondo della mia anima di essere una femmina.
Le donne di casa, come seppi anni dopo, avevano già notato questa mia inclinazione ma non me ne fecero mai cenno forse perché ritenevano che fosse solo un momento in cui stavo cercando di individuare la mia vera natura e, perciò che prima o dopo sarebbe passato.
Nel villaggio, invece, se ne erano accorti ben presto, perché mi piaceva stare molto più con le ragazzine che non con i maschietti che volevano solo giocare a calcio o, peggio ancora, al Muay Thay, una forma di combattimento, in cui si utilizzano mani, ginocchia e gomiti.
Devo dire, però,che quando li vedevo lottare con i muscoli pettorali e quelli delle cosce, tesi nello sforzo e bagnati di sudore, sentivo salire un'attrazione quasi magnetica che mi procurava una agitazione improvvisa e violenta, la stessa che provai qualche mese dopo.
Due, tra i tanti ragazzi che conoscevo, un pomeriggio mi avevano convinta a seguirli lungo gli argini del fiume nel quale affluiva l'acqua proveniente dalle terrazze del riso e che più avanti si inoltrava in una fitta vegetazione fluviale.
In giro non c'era anima forse anche perché era un luogo terribilmente afoso. A un certo punto, dissero che volevano inoltrarsi in quella vegetazione ma io rimasi ferma e dissi che non li avrei seguiti perché era molto pericoloso inoltrarsi in quei luoghi.
Allora iniziarono a chiamarmi “femminuccia” e a dirmi che ero uguale alle ragazzine che non erano affatto coraggiose e poi mi dissero “Dai femminuccia, tira fuori le palle e cammina.”
Ma io rimasi lì dov'ero e, allora, quello più grosso esclamò “Si vede che non hai le palle, perciò, adesso ti facciamo vedere le nostre” e, dicendo questo si abbassarono i pantaloncini e tirarono fuori i loro peni, che a me in quel momento sembrarono addirittura enormi.
“Dai frocetta” vieni qui che ti facciamo vedere come sono i veri maschi. Ti piacciono i nostri cazzi? Vieni a succhiarceli da brava succhiacazzi che sei e non ti scostare fino a quando non ti veniamo in bocca, vedrai che ti piacerà tantissimo e la prossima volta, ti romperemo pure quel bel culo che hai”
Era la prima volta che vedevo un cazzo che non fosse il mio e, rimasi lì a guardarli mentre si segavano, prigioniera di due contrapposte pulsioni: una che mi “consigliava” di scappare e l'altra che, invece, voleva trascinarmi davanti a loro e, a turno, succhiarglieli fino all'ultima goccia.
Mentre mi dibattevo in questo dilemma, loro continuarono a masturbarsi con foga e a ridere di me.
“Guarda come sono grossi e duri, ti piacciono? Dai puttanella vieni qui prima che sborriamo e, infatti, all'improvviso schizzarono entrambi lunghi fiotti di sborra che per poco non mi colpirono.”
Non posso negare che, alla vista di quelle due sborrate, un leggero brivido mi attraversò la schiena ma, evidentemente a 13 anni non ero ancora pronto e, perciò, me ne scappai di corsa mentre li sentivo sghignazzare e dire “Prima o poi, frocetta tornerai da noi e ci implorerai di scoparti quel magnifico culetto nero che hai e ti metteremo in mezzo, con uno davanti a cui fari un succoso pompino e l'altro dietro che ti romperà il culo e così diventerà la femmina che sogni di diventare e anche la nostra fedele cagnolina che ci scoperemo ogni volta che avremo voglia .”
La sera ebbi non poche difficoltà ad addormentarmi, ma quando finalmente ci riuscii, non solo sognai due figure indistinte senza volto che mostravano fieri i loro grossissimi cazzi e sborravano come fontanelle ma sognai anche un uomo grosso come un armadio, con un pancione prominente e e un nerissimo cazzo esageratamente largo e lungo almeno 30 cm come quello dei cavalli e che io cercavo inutilmente di prenderlo in bocca almeno un po'.
Provavo e riprovavo con la bocca spalancata al massimo ma niente, era assolutamente impossibile.
Poi, all'improvviso mi accorsi che mi trovavo tra quattro zampe ungulate e alzando lo sguardo vidi che quell'uomo non c'era più e al suo posto mi sovrastava un Centauro mi diceva con una specie di nitrito “Dai bella puledra, succhiamelo che dopo te lo infilo tutto fino alle palle.”
Mi svegliai di soprassalto e tutto sudato, forse dovuto al panico di prendere quell'enorme cazzo ma forse e più probabilmente per l'attrazione che avevo provato nel sogno.
Quelle immagini però mi erano entrate ormai così prepotentemente nel cervello che non riuscii più a riaddormentarmi e, in quell'istante, capii anche che l'attrazione verso i maschi era proprio reale .
Così, quello stesso pomeriggio cominciai a masturbarmi con crescente foga e immenso piacere nel vedere che riuscivo a sborrare anche una seconda e, talvolta, anche una terza volta con decine di fiotti che mi riempivano quasi totalmente il torace e il collo.
Il pomeriggio successivo, di nuovo da solo e mi masturbai ancora e la quantità di sborra fu molto più del giorno precedente e, allora, per curiosità mi venne voglia di assaggiarne il sapore e, perciò, ne raccolsi un pochino con un dito che, portai alle labbra e, subito dopo, lo infilai in bocca.
M piacque talmente tanto il sapore e la vischiosità di quel seme liquido che, dito dopo dito, arrivai ad ingoiarlo tutto lasciando, alla fine, la mia pancia e il torace completamente puliti.
Ci presi, allora, gusto e la mattina seguente, quando erano tutte a lavorare nei campi, mi segai di nuovo seduto sulla stuoia di paglia sul quale dormivo ed ero incantato, come le volte precedenti nel vedere la pelle della mia asta che seguendo il movimento della mia mano, scopriva la nera cappella e, subito dopo, la ricopriva e, allora istintivamente, tirando il mio bastone verso la mia faccia con entrambe le mani e abbassando la testa, la vidi proprio a pochi centimetri dalla mia bocca.
Pensai che sarebbe stato bello se fossi riuscito a prenderlo almeno in parte per leccarlo e poi succhiarlo e per la voglia di provare quella nuova esperienza, appoggiai la schiena contro la parete dietro il mio “letto” e, allargando tantissimo le gambe e tenendole ferme con le mie braccia afferrai il mio cazzone nero e lucente, lo tirai in su verso di me e, nello stesso tempo abbassando ancora di più la testa con la bocca spalancata, ne imboccai l'intera cappella.
La sensazione di piacere fu davvero intensa ma anche di sorpresa perché la cappella era sì durissima ma, allo stesso tempo, aveva una morbidezza incredibile e, in quell'istante, mi sentii fiero di quello che ero riuscito a fare e felice che il mio desiderio stesse finalmente sul punto di essere soddisfatto.
La tenni per una manciata di secondi tra le mie labbra ma proprio quando stavo per tornare a stendermi sul lettino per masturbarmi, pensai che, visto che c'ero, volevo vedere se sarei riuscito a imboccarne qualche centimetro in più di quel cazzone che danzava e pulsava davanti ai miei occhi come se stesse chiedendomi di poter entrare tutto fino in gola.
Non potevo di no a quella silenziosa ma molto allettante richiesta e tirandolo ancora più in alto spalancai la bocca e con un deciso colpo della testa in giù ne entrarono una decina di centimetri.
Il primo grande piacere che provai fu che quel bestione mi riempiva la bocca totalmente in lunghezza e in larghezza e, allora eccitatissimo com'ero, cominciai prima a segarlo lentamente e contemporaneamente a dare affondi con la bocca e, come se entrambi avessero trovato il giusto ritmo e la voglia di farmi godere, aumentai la velocità della mano e della testa e, grazie alla saliva prodotta, tutto divenne molto più scorrevole tanto che sentivo la punta della cappella battere sul fondo della gola e i dodici/tredici centimetri dell'asta che strusciava sulla mia lingua.
I movimenti diventarono allora frenetici per il doppio piacere che provavo, da un lato attraverso il mio cazzone che godeva del caldo della mia lingua e della bocca e, dall'altro, un altro il fortissimo piacere che la lingua mi trasmetteva nel sentire metà del mio cazzone che strusciava su di essa.
Quando, infine, avvertii le contrazioni, che già ben conoscevo essere quelle appena precedenti la sborrata, strinsi le labbra intorno a tutto il pezzo dell'asta per godermi il mio primo pompino anche se fatto a me stesso e qualche secondo dopo, quelle contrazioni divennero molto più forti e veloci ed io, emozionatissima ed eccitatissima, spinsi ancora di più la mia testa in giù e in perfetta sincronia diedi un forte colpo di reni verso l'alto.
In un attimo, ben oltre la metà dell'asta entrò ed io, ancora più eccitata aumentai di nuovo la velocità della mano e della bocca finché all'improvviso venne riempita da una lunga serie di densi fiotti di sborra.
Mi sentii quasi di soffocare ma fui lesta a deglutire quella sequela di schizzi facendomi scoprire la mia innata capacità di sborrare nove/dieci volte di seguito e continuare a sborrare anche dopo essere uscito dalla mia bocca tanto che alla fine mi ritrovai con la faccia totalmente coperta di sperma, dalla fronte al naso, al mento e agli angoli delle labbra.
“Sono una vera troia succhiacazzi e, prima o poi, dovrà pur arrivare il momento di fare un gran bel pompino a qualche maschio. Poi, più avanti nel tempo, porterò a conoscenza di mamma che mi sono sempre sentita femmina e che voglio diventare una Femboy e , se mi darà il suo consenso, inizierò il percorso ormonale per diventare ancora più femminile e, se necessario sottopormi, più avanti nel tempo, agli interventi chirurgici per arrivare a diventare una Ladyboy e trovare un lavoro nel mondo dello spettacolo o presentarmi a qualche concorso di bellezza.
Gli anni passarono, sempre cadenzati dagli stessi ritmi delle donne di casa che lavoravano tante ore al giorno e dai mie riti fatti di quotidiane auto-fellatio anche due/tre volte nella stessa mattinata e delle grandi bevute della mia stessa sborra sparata a più riprese e che, anche quando finiva, subito ne iniziava una nuova a gola profonda che portava il mio cazzone a sborrare nuovamente una seconda sborrata direttamente in gola fino a farmi sentire la pancia piena di quel buonissimo latte.
Nel frattempo, arrivato ai 16 anni, mi ero allungato di molto e la mia carnagione bruno-olivastra aveva assunto un tono leggermente più scuro per cui i miei occhi grigi risaltavano ancora di più ma quello che subì una ulteriore trasformazione fu il mio pisellone che arrivò alle attuali dimensioni.
Poi, un giorno, mia madre mi disse che voleva parlarmi di una cosa importante e mi chiese se, nel mio animo fossi una femminuccia o fosse solo una sua impressione.
Era arrivata all'improvviso la domanda che avevo tanto atteso e desiderato ma anche molto temuta per il timore di darle un grande dolore tanto da farmi sperare di non doverla mai sentire ma ormai, a quella domanda non potevo più non dare risposta e, allora, preso il coraggio a due mani, le parlai del disagio che provavo allo specchio nel vedere un ragazzo anziché una femmina.
“Vuoi dire che ti piace vestirti da donna” mi chiese con una punta quasi di sollievo nella voce.
“No mamma, quello è “solo” l'aspetto esteriore. Ciò che è stato per anni incontrollabile era sì la voglia di metter di nascosto qualcosa di femminile ma nel tempo è diventato poi una decisione incrollabile che è, che voglio, con tutta me stessa, diventare femmina.”
Mi sembrò di vedere che aveva gli occhi rossi e che stesse sul punto di piangere.
Restò, invece, in silenzio per un minuto o due, che a me parve, però, un'eternità.
Poi, mi disse “Per l'amore che ho per te e per il tuo bene, devo avvertirti che la strada che vuoi intraprendere è però senza ritorno.”
“E' il mio sogno lo sarà per tutta la mia vita. Ti chiedo solo di dare il tuo consenso per il percorso il percorso di transizione dalla terapia ormonale agli eventuali interventi chirurgici per poter diventare una vera e bella Ladyboy.” le risposi con un tono supplicante.
Allora, i suoi occhi si addolcirono e, prendendomi la mano tra le sue, mi disse “So bene, per diretta esperienza personale che è del tutto inutile cercare di ostacolare un sogno così tanto forte e perciò seguilo e fallo avverare, vorrà dire che al posto di un figlio, avrò una figlia, tesoro. Di queste cose , però, non ne capisco nulla e perciò andrò da uno dei monaci del Tempio Buddista del villaggio a chiedere un consiglio e, soprattutto, un suo parere.”
Quattro giorni dopo, mi chiamò e mi disse che anche il monaco, dotto e saggio, le aveva detto che sarebbe stato inutile lottare contro la mia natura e, peggio ancora, far lottare me stesso contro Manee, la mia parte fortemente femminile e perciò di andare da un medico specialista che avrebbe avuto il compito di verificare se la mia “Disforia di genere” ci fosse davvero e che, se l'avesse accertata avrei dovuto fare tutta una serie di esami che confermassero la mia idoneità ad iniziare il percorso, e dopo avrei finalmente potuto iniziare a prendere gli ormoni per un anno.
Così, qualche giorno dopo andammo da un medico specialista che dopo una lunga serie di domande arrivò alla conclusione, per me felicissima, che ero profondamente femmina e passò a fare i prelievi di sangue per accertare che fosse tutto a posto e, tre giorni dopo, nel comunicarci che erano perfetti, mi prescrisse la cura ormonale che mi avrebbe conferito caratteristiche fisiche femminili.
Così, vidi il mio corpo snellirsi poco alla volta su una struttura che già era esile, il viso diventare più femminile che, già fin da bambino aveva un'ovale e labbra e occhi da femminuccia tanto che le persone si complimentavano con mia madre di avere una bambina così bella.
Mese dopo mese, poi vidi i fianchi allargarsi per una nuova e diversa distribuzione del grasso e, infine con mia immensa gioia, le areole diventarono molto più larghe e crebbero due graziosissime tettine con nerissimi e duri capezzoli.
Fu emozionante assistere a quella trasformazione e, alla fine, non vedere più Hui nello specchio ma Manee che -ma non vorrei sembrare troppo di parte- era proprio una bella ragazza a cui, come ci disse un chirurgo, che di interventi ne faceva a migliaia ogni anno, non ne necessitavano poi molti per coronare il mio sogno.
Un giorno, accadde un fatto che mi costrinse a cambiare le prospettive della mia futura vita perché mia madre all'improvviso cominciò ad avere grosse difficoltà a svolgere le attività quotidiane, come salire le scale o sollevare oggetti che nel giro di un mese, si aggravarono con la conseguenza che non riuscii neanche più lavorare nella coltivazione del riso.
Questo fatto, unitamente alla vecchiaia molto avanzata di mia nonna, comportò che mia zia dovette badare e aiutare la sorella e la madre e, così, non riuscendo più lavorare nei campi, questi poco alla volta iniziarono ad andare in malora e quando il poco riso che avevano in casa e principale piatto a tavola finì, nel giro di pochi mesi fece sprofondare la mia famiglia in uno stato di povertà assoluta.
Nei primi tempi, avevo provato a sopperire a questo enorme problema andando io a lavorare nei due terrazzamenti ma non essendo in grado di farlo bene perché non lo avevo mai fatto in passato, dovetti desistere da quel tentativo con la conseguenza che l'unica cosa che potevo fare era di andare a lavorare in una grande città con la speranza di trovare un lavoro che mi consentisse di inviare un po' di soldi affinché potessero acquistare da mangiare e, poter procurare medicine per mia madre.
Per fortuna, grazie all'aiuto di qualche famiglia del villaggio, finalizzato a scongiurare il pericolo reale che i campi non servissero più a niente e, soprattutto, grazie ad una colletta alla quale parteciparono tutte le famiglie, potei avere almeno i soldi per pagare il viaggio in corriera in cerca di lavoro e magari trovare da dormire a pochissimo costo.
Qualche mattina dopo, avendo ormai, ma forse sarebbe meglio di finalmente compiuto 18 anni decisi di dare finalmente sfogo alla mia voglia di uscire anche in pubblico da donna.
Tranne alcuni ragazzi, tra i quali i due che mi avevano appellata “frocetta” e alcune bambine e ragazze probabilmente invidiose, da parte, invece, delle persone adulte o anziane, del villaggio non subii mai atteggiamenti di preclusione nei miei confronti forse perché erano profondamente legati ai precetti religiosi del Buddismo e, quindi, ogni tanto uscivo vestita da donna senza alcun problema anzi talvolta venivo guardata con sguardo benevolo e con simpatia.
Perciò, una mattina appena dopo l'alba, mi incamminai verso il paese dove avrei potuto prendere la prima delle due corriere che mi avrebbero portata, nel tardo pomeriggio, a destinazione dove mi sarei messa subito in cerca di un posto dove dormire.
Ero molto triste perché stavo andando via dal luogo in cui ero nata e dai miei cari ma anche felice al pensiero che la mia vita stava radicalmente cambiando ed ero perciò molto fiduciosa sul mio futuro.
Quando la corriera arrivò a fine corsa, aspettai che arrivasse la seconda sulla quale salii e andai a sedermi in uno degli ultimi posti sperando che nessuno si sedesse di fianco a me, soprattutto qualche chiacchierone fastidioso o maleducato e, perciò, avevo appoggiato il mio borsone sul sedile di fianco come se fossi in attesa di un passeggero che stava per arrivare.
Ad un certo punto, vidi che mi si avvicinava una giovane donna, più o meno di 24/255 anni, bella e vestita bene che mi chiese con gentilezza e un bel sorriso se il posto vicino al mio fosse occupato.
Quel suo modo di fare, la sua bellezza ed eleganza mi colpirono subito e, allora, scusandomi di non aver ancora messo sul portapacchi il borsone, lo andai subito a sistemare e ritornai al mio posto. “Ciao”, mi disse con voce cristallina “Sono stata fortunata a trovare un posto accanto a una ragazza così gentile, simpatica e bella. Mi chiamo Chinda e se ti va, possiamo passare un po' di tempo a chiacchierare perché la strada che dobbiamo ancora fare è molto lunga.”
“Volentieri signora.” le risposi contenta di avere una compagna di viaggio come lei.
“Ti prego, chiamami col mio nome e dammi del tu.” mi rispose poggiando la sua mano sulla mia.
“Grazie, io sono Manee e sono in viaggio verso la Capitale a cercare lavoro. Anche tu?” chiesi.
Lei si chinò verso di me e mi disse “Io ci abito da molti anni ma sono nata e vissuta in un piccolo villaggio, come te immagino e, questo, non sarebbe l'unica cosa che abbiamo in comune.”
“Davvero? E che altro abbiamo in comune, non capisco.” le chiesi incuriosita da quella frase.
“Una cosa incredibile che ho captato appena ti ho guardato, io e te siamo molto simili perché tu sei una ragazza che da poco ha terminato il ciclo di ormoni ed io sono una ladyboy già da molti anni”
Fu il Destino a farci incontrare? Credo proprio di sì. E glielo dissi.
“Può essere ma io credo che quando due anime uguali si incrociano, si riconoscono subito.” rispose.
Poi, proseguì “Hai qualcuno che ti ospita? Te lo chiedo perché i costi degli affitti sono davvero esagerati e spero davvero tanto, perciò, che tu riesca a trovare un lavoro molto ben retribuito.”
“Lo spero tanto anch'io e sono fiduciosa di trovarne uno come commessa o barista o qualsiasi altro lavoro. Secondo te queste categorie quanto possono guadagnare al mese?”
“Per quanto ne so, una barista con almeno un anno di esperienza, arriva intorno ai 400 $ al mese, mentre per una commessa senza esperienza, purtroppo come te, può essere intorno ai 300/350 $. Per gli altri lavori, non saprei ma, se vuoi, posso informarmi.”
“Devo dire che sono stata davvero sciocca a non pensare a questo aspetto, tutta presa dalla necessità di guadagnare bene per poter aiutare la mia famiglia e, adesso che ho capito che purtroppo non riuscirei mai a guadagnare neanche quanto mi servirebbe per pagare un affitto anche di una sola camera fuori città, pagare le utenze, prendere un mezzo pubblico per andare a lavorare e mangiare come mai farò? Che stupida che sono stata a non pensarci e, quindi, non mi resta altro da fare se non riprendere le corriere e tornare a casa senza aver neanche avuto la possibilità di iniziare” le dissi sconfortata al massimo.
“Dai, non fare così, nella vita non bisogna farsi prendere dallo sconforto e dalla tristezza perché è una miscela pericolosa come le sabbie mobili che tirano giù perché a tutto c'è una soluzione. E' vero che la situazione appare molto complessa e non sei la sola perché, per averla vissuta anch'io, è uguale a quella di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi provenienti come te da zone rurali quasi sempre molto lontane. Ti va di parlarmi di te?”
Allora, le raccontai per filo e per segno quello che ho raccontato a voi lettori e lettrici, dalla mia nascita fino a quando avevo preso la corriera su cui stavamo viaggiando.
Quando finii, Chinda mi prese la mano tra le sue e “Tesoro, tutto quello che hai raccontato della tua e vita e quella della tua famiglia, ci spiega il perché le nostre anime si siano riconosciute subito.
Mi ricordi com'ero anch'io alla tua età, con le stesse paure ma anche con le stesse speranze, e mi sembra ingiusto che tu debba tornare a casa senza aver avuto neanche la possibilità di iniziare un tuo percorso, come hai giustamente detto e, poiché, ho sempre lottato contro le ingiustizie, ti chiedo se vuoi venire a vivere a casa mia almeno per i primi tempi in cui cercherai un lavoro ma sarei più felice se ti fermassi da me per tutto il tempo che ti servirà.”
“Oh, Chinda, sei una donna buona, gentile e caritatevole ed io accetto con gioia la tua proposta anche perché sono ancora troppo giovane e, diciamola tutta, anche bisognosa di avere un faro che mi guidi in un mondo che non conosco e, ti dico che, se tu vorrai essere quel faro, te ne sarò eternamente grata e riconoscente.” le dissi mentre sentivo i miei occhi inumiditi.
“Lo farò con gioia, tesoro.” mi rispose mentre la corriera si stava fermando nel piazzale di arrivo.
Il Destino ci aveva fatto incontrare, la Fortuna ci aveva dato la possibilità di parlarci ma, sopra ogni cosa, era stata la grande umanità e l'altruismo di Chinda a compiere quel miracolo.
Quale sarà il prosieguo della storia di Hui/ Manee? Riuscirà a trovare un lavoro che le consenta di vivere in quella immensa città e di poter inviare soldi a sufficienza a casa? E quali sviluppi darà l'amicizia con Chinda?
Beh, raccontarlo qui sarebbe troppo lungo e, quindi, le risposte a queste domande le troverete nel prossimo capitolo.

N.B.
Come tutti i miei racconti anche questo è “una esercitazione di lettura” totalmente frutto della mia fantasia e, pertanto, ogni riferimento a persone, luoghi e fatti narrati, è puramente casuale.
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