Lingerie in junior suite
«Serata e notte. Junior suite al Forte Village. Cena in camera. Ti faccio trovare quello che devi indossare. Vieni normale. Se accetti, rispondi solo sì.»
Ho risposto sì.
Arrivo al cancello come un ospite qualunque: camicia di lino chiara, pantaloni estivi, mocassini, occhiali da sole. Niente parrucca, niente rossetto. Sembro un uomo in vacanza. Reception, nome dell’ospite, «vado su». Lui non scende. Mi manda solo il numero della suite.
Apro. Lui è in piedi, camicia, maniche rimboccate. Mi guarda dalla testa ai piedi e non è compiaciuto.
«Chiudi. Quello che hai addosso è da togliere. Tutto. Adesso.»
Sul letto c’è già la pila. Me la elenca col dito, senza darmi scelta.
«Parrucca nera a caschetto. Occhiali da vista. Rossetto rosso. Choker. Corpetto nero con le stecche. Perizoma. Calze a rete fino a metà coscia. Tacchi. Niente boxer, niente canottiera. Quello è il tuo vestito da stasera. Ti vesti qui. Se qualcosa non ti entra, lo stringo io.»
Mi spoglio. La camicia finisce sulla sedia, i pantaloni piegati sopra. Il cazzo è già floscio. Lui non aspetta che io finisca da solo: mi caccia la parrucca in testa, me la tira dritta, mi passa il rossetto sulla bocca con due dita come si sporca un oggetto. Il corpetto me lo chiude lui, buco dopo buco, finché il fiato si accorcia. Il perizoma me lo tira su e mi lascia il pisellino fuori, piccolo, visibile.
«Gira.»
Giro. Mi slaccia e mi riaggancia il corpetto più stretto. Mi prende il cazzo tra due dita, lo scuote, lo lascia cadere.
«Una sissy con un clitoride da uomo. Ridicolo. Da stasera parli al femminile. Sei Sara. Se ti scappa che sei un uomo, ti faccio pentire di essere uscito vestito da turista.»
«Sì, signore.»
La cena arriva. Non è un corteggiamento. Lui si siede. A me indica il pavimento accanto alla sedia.
«In ginocchio. Mani dietro. Mangi quando te lo dico.»
Mi butta un pezzo di carne nella bocca con la forchetta. Bevo quando alza il bicchiere verso di me. Ogni tanto mi sposta il perizoma e mi tocca il pisellino morto, senza eccitarsi, solo per ricordarmi che c’è.
«Non si alza. Non si è mai alzato quando ti prendono, vero?»
«No, signore.»
«Allora non è un cazzo. È un difetto. Lo teniamo in mostra così non ti monti la testa.»
Quando ha finito mi tira su per il choker e mi piega sul tavolo. Le stoviglie ballano. Lubrificante. Due dita. Tre. Non chiede. Quando entra la prima volta mi affonda la faccia nella tovaglia.
«Apri. Sei una sissy, non una sposa. Il tuo lavoro è tenere il culo largo e non lamentarti.»
Entra fino in fondo. È grosso, pesante, non ha pazienza. Mi tiene i fianchi e parla addosso alla parrucca.
«Senti com’è stretto adesso. Tra un’ora non lo sarà più. Tu non fai pompini, me l’hai scritto, quindi ti resta solo questo. Un buco. Un buco che ho vestito io.»
Il primo colpo di fianchi è secco. Il secondo anche. Non è amore e non è gioco. È uso. Quando sborra la prima volta mi tiene premuta sul tavolo e mi svuota dentro, fino all’ultima spinta.
«Tienilo. Se cola sul tappeto lo lecki tu, e non col cazzo.»
Mi lascia piena. Il perizoma è già una striscia bagnata. Mi tira in camera, mi butta a pecora sul letto, mi rialza il culo con uno schiaffo.
«Ancora. Adesso parli.»
«Cosa devo dire?»
«Quello che sei.»
«Sono Sara. Sono una sissy. Mi faccio inculare.»
«Di più.»
«Ho il cazzo piccolo. Non si alza. Prendo sborra nel culo.»
«Brava. Adesso stai zitta e spingi indietro.»
Il secondo giro è più lungo. Mi tira la parrucca, mi chiama troia, bambola, cagna truccata, frocia vestita da donna. Mi dice che il viso dipinto non cancella il fatto che sotto c’è un uomo rotto. Ogni insulto lo accompagna con una spinta. Quando viene di nuovo mi tiene fermo il bacino e mi riempie.
«Due. Ne voglio altre. Tu non dormi.»
La notte è quella. Sul letto, in piedi contro la vetrata con le tende tirate, di nuovo a pecora, poi supina con le gambe piegate al petto mentre lui mi guarda in faccia e mi sborra dentro senza distogliere gli occhi.
«Guardami. Voglio che ti ricordi chi ti sta aprendo. Quella camicia con cui sei arrivato la rimetti solo quando hai finito di fare la cagna.»
Verso le tre non sento più il bordo. Solo pressione, caldo, umido che cola. Lui passa due dita, le mostra.
«Slabbrato. Bravo lavoro. Il tuo. Il mio è solo entrare.»
Mi lava in fretta, non per gentilezza. Mi rimette il corpetto, le calze, i tacchi, un impermeabile corto sopra. Niente mutande. La parrucca resta. Il rossetto è già sbavato.
«Si esce. Cammini dietro. Se incontriamo qualcuno sei una ospite ubriaca, punto.»
«Dove andiamo?»
«A prendere aria. Hai fatto la brava. Ti meriti il mare.»
Non dice altro. Io ci credo. Il viale è deserto, odore di pino e salsedine. La spiaggia del villaggio è ancora vuota, lettini chiusi, mare piatto. Lui mi fa togliere l’impermeabile.
«In ginocchio.»
«Qui? È quasi giorno.»
«In ginocchio.»
Obbedisco. La sabbia mi entra nelle calze. Lui si mette il telefono in mano, inquadra la faccia, il cazzo floscio, il culo aperto, la parrucca storta.
«Sorridi, Sara. Questa è la prova che stanotte non sei stata una signora in suite. Sei stata un frocione impotente che ho truccato io. Se ti alzi e te ne vai, queste foto non restano nel telefono. Partono. A chi ti conosce. A chi non deve saperlo. Hai capito o lo ripeto più piano?»
La voce non è alta. È peggio.
«Ho capito.»
«Allora resti. E adesso non sei più sola.»
Non li avevo visti. Tre uomini arrivano dalla passerella, già sicuri del posto. Lui non li presenta per nome. Dice solo:
«Ve l’avevo detto. L’ho aperta tutta notte. Il culo è pronto. Dentro, non fuori. In faccia no, pompini non ne fa. Solo culo.»
Il primo ride.
«Questa è la sissy? Sembra un uomo col rossetto.»
«È un uomo col rossetto. Per questo è meglio. L’ho vestita io, in camera.»
Mi afferrano i fianchi. Il primo entra senza troppi preamboli. Io affondo le mani nella sabbia. Lui parla con gli altri sopra la mia schiena.
«Caldo. Largo. Pieno di sborra già. Che cagna.»
«Alzagli la faccia. Voglio vedere se piange o se gode.»
Mi tirano la parrucca all’indietro. Il secondo mi prende il pisellino tra due dita e lo mostra.
«Ma c’è o non c’è? Ah, c’è. Un bottone. Impotente anche adesso che ce l’ha in culo.»
«Dillo, Sara.»
«È piccolo. Non si alza.»
«Più forte.»
«È piccolo. Sono una sissy. Prendete il culo.»
Il primo sborra dentro e mi lascia lì, aperta, che cola. Il secondo arriva subito, più rude, schiaffi sulle chiappe, spinte corte.
«Junior suite e poi la spiaggia col culo che perde. Che figura da gran signora.»
«Se si alza e scappa, gli mando le foto a tutti», dice quello della suite, calmo. «Quindi non si alza.»
Non mi alzo.
Il terzo aspetta fumando, poi mi gira di lato, mi tiene una gamba alzata, entra in quella posizione scomoda che mi fa sentire ancora più aperto. Parla addosso alla mia orecchia.
«Sissybambola. Bel nomignolo per un uomo che si fa svuotare da quattro. Dillo che sei uno sborratoio.»
«Sono uno sborratoio.»
«Di chi.»
«Vostro.»
Quando viene mi preme fino in fondo e resta. Sento il caldo che si aggiunge a quello già dentro. Mi slacciano. Resto a quattro zampe, tacchi conficcati, corpetto storto, rossetto sbavato, cazzo morto che dondola. Lo sperma mi arriva alle calze.
Quello della suite mi riprende il mento.
«Guarda l’alba. Poi ti rialzo. Se qualcuno passa sei una che ha bevuto troppo, non una che ha preso quattro cazzi. Cammini dritta. Se cadi, ti lascio qui.»
Mi butta l’impermeabile addosso. I tre se ne vanno per la passerella come se avessero finito una sigaretta. Lui mi tira su per un braccio. Le gambe non tengono.
In suite mi butta un accappatoio. La camicia e i pantaloni sono ancora sulla sedia, dove li ho lasciati all’inizio.
«Rimetti quelli. L’incontro è finito. Le foto restano a me. Comportati e restano a me. Chiaro?»
«Chiaro.»
«Se ti richiamo, vieni di nuovo normale. La sissy te la faccio io, in camera. L’uomo lo lascio per quando voglio farti vergognare di più. Stanotte sei stata abbastanza troia. Puoi andare.»
Esco io per prima, di nuovo in camicia di lino e pantaloni, parrucca in borsa. Nel viale il sole è già alto. Cammino con il culo che brucia e lo sperma che ancora cola.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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