"Si metteva in ginocchio appena poteva, apriva la bocca, leccava, succhiava, si faceva scopare la gola..."
Marina viveva da quasi un anno con Sonia in un appartamento luminoso alla periferia della città. Di giorno era Marco: ufficio, cravatta, voce bassa. Di notte, chiusa in camera, diventava Marina.Il suo feticismo era preciso. Calze femminili nere o color carne, lucide, densità 20 o 40 denari, e sandali con zeppa alta di pelle o camoscio. Li teneva nascosti in una valigia sotto il letto, insieme a qualche gonna e body di pizzo.Quella sera Sonia tornò prima del previsto. Aprì la porta senza bussare e la trovò seduta sul letto: calze nere lucide, sandali con zeppa di dieci centimetri, gonna corta e top nero. Si stava passando lo smalto sulle unghie dei piedi.Il silenzio durò quasi un minuto. Poi Sonia chiuse la porta e disse soltanto:«Finalmente.»Da quella sera tutto cambiò. Sonia non si limitò a tollerare: decise di educarla. Le insegnò a trucarsi, a camminare con le zeppe, a muoversi e parlarsi al femminile. Le comprò calze più belle e sandali sempre più alti. In casa Marina non era più solo una crossdresser nascosta: era Marina.Poi arrivarono gli uomini.Il primo fu un collega di Sonia, quasi cinquantenne. Marina, in gonna corta, calze opache e zeppe, gli servì un drink. Lui le mise una mano sulla coscia, salì sotto la gonna e la toccò. Poi la fece alzare, le alzò la gonna e la penetrò da dietro, tenendola per i fianchi. Le calze scendevano, i sandali battevano a ogni spinta.Dopo la fece inginocchiare. Marina si mise in ginocchio con naturalezza, aprì la bocca e lo prese fino in gola. Lui le tenne i capelli e la scopò in bocca finché non sborrò dritto in gola. Marina inghiottì tutto e restò a leccarlo, lo sguardo perso e soddisfatto.Sonia, dal divano, sorrise.«Vedi? Sei nata per questo.»Da lì divenne una routine. Sonia portava uomini — amici, conoscenti, qualche volta sconosciuti. E Marina finiva quasi sempre in ginocchio.Una sera ne arrivarono due insieme. Mentre uno la scopava sul divano, lei allungava il collo verso l’altro, chiedendo con gli occhi di poterlo succhiare. Si alternarono. Quando il primo stava per venire, Marina si mise in ginocchio, aprì la bocca e tirò fuori la lingua. Lui le sborrò in faccia e in bocca; lei leccò tutto. Poi si voltò verso il secondo e lo succhiò con ancora più avidità finché non le venne in gola.Marina adorava i bocchini più di ogni altra cosa. Si metteva in ginocchio appena poteva, apriva la bocca, leccava, succhiava, si faceva scopare la gola. Alcuni le lasciavano i segni delle mani sui capelli, altri le strappavano le calze mentre era inginocchiata. Lei gemette intorno ai loro cazzi, pianse di piacere e si preparò di nuovo.Sonia era sempre lì: a volte partecipava, a volte solo osservava, a volte le sussurrava all’orecchio mentre succhiava:«Brava. Sei una brava puttana da bocchini.»Una sera, dopo che tre uomini se n’erano andati lasciandola nuda sul pavimento, con le calze strappate e i sandali ancora ai piedi, Sonia le si sedette accanto e le accarezzò i capelli.«Ti piace così, vero? Specialmente i bocchini.»Marina, ancora ansimante, annuì con le labbra lucide.«Sì… adoro succhiare. Mi piace quando mi sborrano in bocca. Mi sento completa.»Sonia sorrise.«Allora continueremo.»E Marina chiuse gli occhi e sorrise, già immaginando il prossimo.
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