trans
Martin
Beaudenuit
18.03.2026 |
4.795 |
10
"“Ma certo, fai pure, ti aspetto in poltrona”
In bagno tolsi i vestiti da maschio, tirai fuori ciò che avevo nello zainetto, le decolleté tacco 12, una microgonna jeans, un toppino..."
A 14 e 15 anni, durante le vacanze estive facevo lavoretti per avere qualche soldo da spendere. Erano sempre a Roma, da qualche parte. A 16 anni invece andai in uno stabilimento balneare di Anzio. Niente di che, chiudevo gli ombrelloni la sera, li aprivo ai clienti la mattina, pulivo i bagni, facevo commissioni per i padroni o i clienti e con un piccolo stipendio e parecchie mancette, mi pagavo anche la vacanza.
Avevo già avuto un'ampia gamma di esperienze omosessuali, ma essere fuori dal mio ambito mi inebriava e mi permetteva di esprimere ancora di più la mia sessualità in maniera libera.
Avevo iniziato a lavorare da circa due settimana e già quattro o cinque serate con ragazzi del posto l'avevo avuta. Li rimorchiavo nei bar o nelle discoteche, me li portavo la sera nelle cabine, disponendo delle chiavi, e mi facevo chiavare generosamente.
Quello che però mi incuriosiva di più era un turista americano che arrivava in spiaggia tutte le mattine e tornava poi il pomeriggio per stare fino a tardi. Era sui 50. alto, massiccio, muscoloso, rasato e con tatuaggi sia sulle braccia sia sulle gambe. Il fatto che mi elargisse laute mance e gli sguardi che mi lanciava mi facevano sospettare un certo interesse per me.
Ne ebbi la certezza una sera in cui si trattenne fino a che non se n'erano andati tutti dalla spiaggia ed io avevo già chiuso tutti gli ombrelloni. Quando chiusi l'ultimo, il suo, mi disse in un ottimo italiano se volevo fermarmi a parlare un po' con lui e bere qualcosa. Dissi di sì ma già prevedevo che non volesse solo parlare e che quello che voleva farmi bere non fosse una coca cola.
Sempre con il suo italiano con accento un po’ americanizzato, mi raccontò un po’ di sé, disse di chiamarsi Martin, che era un ex marine statunitense e che l’italiano lo aveva imparato quando sbarcò proprio lì, ad Anzio, con le truppe americane. Finita la guerra poi, dopo un po’ di anni aveva preso l’abitudine di passare una vacanza ad Anzio ogni tanto.
Io gli stavo invece raccontando un po' di me, dei miei studi e qualche altra cazzata, mentre i miei pensieri volavano verso i suoi slip rigonfi, quando la sua mano, che mi sembrò enorme, si posò sulle mie cosce già abbronzate e cominciò a carezzarle quasi impercettibilmente.
Era ormai buio pesto e sulla spiaggia non era rimasta anima viva, oltre noi due ovviamente: una situazione altamente erotica.
Avevo brividi di piacere, lo guardai negli occhi e compresi tutto il desiderio che c'era in quello sguardo , ma nel mio ce ne doveva essere altrettanto. Le mie mani arrivarono al suo costume senza esitazione e lo abbassarono scoprendo il suo membro già in semi erezione. Mi chinai su di lui e con la bocca feci mio quel cazzo superbo, prima leccandolo per tutta la sua lunghezza, soffermandomi sulla cappella scoperta, e poi ingozzandomelo fino dove potevo senza soffocare. Sentii le sue mani enormi afferrarmi la testa e il suo cazzo spingersi fino in gola
“Dai puttanella, fammi godere” disse con dolcezza; evidentemente aveva imparato anche i termini che servono in certe occasioni.
Al culmine dell’orgasmo mi trattenne la testa e, come avevo immaginato, mi scaricò in bocca un fiume di sborra che ingoiai avidamente.
“Scusa se mi sono fatto prendere, ma avevo voglia di te dal primo giorno che sono arrivato” mi disse subito dopo
“Non ti devi scusare, ti confesso che anch’io ho avuto voglia di te dal primo giorno che sei arrivato” risposi.
Ridemmo tutti e due.
“Vieni da me in albergo stasera?”
“Sì, volentieri, che albergo è?”
Mi disse il nome dell’albergo e ci lasciammo.
Andai nella mia stanza, che condividevo con un altro ragazzo dello stabilimento, presi le “cosine sexy” che mi ero portato da Roma e andai in bagno. Feci un lungo clistere e poi indossai sotto i vestiti lingerie bianca che stava egregiamente sull’abbronzatura, Misi nello zaino le decolleté tacco 12 e mi avviai verso il suo albergo.
Mi aprì in accappatoio, con in mano un bicchiere che sicuramente doveva essere champagne, non spumante o prosecco, era uno che non badava a spese.
Appena chiusa la porta, mi baciò con passione, io ricambiai con la stessa passione e sentii subito che cercava con le mani il mio culetto.
“Scusa Martin, posso andare un attimo in bagno?” gli chiesi chiedendo un momento di tregua.
“Ma certo, fai pure, ti aspetto in poltrona”
In bagno tolsi i vestiti da maschio, tirai fuori ciò che avevo nello zainetto, le decolleté tacco 12, una microgonna jeans, un toppino nero e i trucchi che di solito adoperavo: un rossetto rosa pallido, un ombretto leggero e un filo di rimmel; non mi è mai piaciuto esagerare con i trucchi.
Quando gli fui davanti rimase a bocca aperta. Si alzò e mi prese le mani
“Sei stupenda” mi disse e subito dopo mi baciò di nuovo. Mi piaceva da morire, sprigionava essenza di maschio in ogni gesto.
Il suo accappatoio si era aperto e lui mi prese e mi alzò di peso tenendomi le mani sotto le cosce, continuando a baciarmi. In quella posizione sentivo il suo cazzo poderoso, già durissimo, strusciarsi sul mio cazzetto, lo scostai con la mano e lo indirizzai verso il mio buchino in calore. Sapevo che senza lubrificante non sarebbe potuto entrare, o meglio se fosse entrato mi avrebbe fatto urlare di dolore, ma mi piaceva comunque e mi eccitava sentirmelo spingere proprio lì.
Tenendomi sempre in braccio mi depose sul letto delicatamente e si adagiò sopra di me baciandomi e coprendomi di carezze. Le sue labbra e le sue mani, grandi e ossute, sfiorarono per un tempo infinito tutto il mio corpo come piume, come se stesse maneggiando una preziosa porcellana.
Solo che io ero una porcellina più che una porcellana, perciò afferrai appena possibile il suo membro, già durissimo, e cominciai a segarlo delicatamente. Lo desideravo fortemente, era il maschio che avevo sempre sognato. Mi avvicinai con le labbra al suo sesso e lo leccai da cima a fondo, prima di avvolgerlo con le labbra. Lui mi teneva le mani dietro la testa ma non mi forzava, assecondava soltanto il movimento delle mie labbra.
“Martin ho voglia di fare l’amore” gli dissi all’improvviso
“Lo vuoi veramente? Guarda che non sei costretta, a me basta stare qui con te” che meraviglia, mi parlava come a una femmina
“Macché costretta, lo voglio dal primo momento che ti ho visto in spiaggia, te l’ho già detto”
“E infatti per me è stato lo stesso”
Ci baciammo e tutto successe con naturalezza. Gli dissi di usare la Luan, che avevo nello zainetto, per lubrificarmi e la spalmò dentro di me e sul suo cazzo.
Il mio buchino, all’epoca molto più elastico e “allenato”, insieme alla gran voglia di riceverlo, fecero sì che lo sentissi entrare senza particolare dolore.
Mi prese prima da dietro, nella classica posizione a pecora, poi mi prese in braccio e continuò senza tregua. Mi mise giù e continuò prendendomi contro il muro. Alla fine fui io a dettare la posizione, mi sedetti su una sedia e volli che mi scopasse da davanti in modo da poterlo cingere con le braccia e trattenerlo dentro di me nel momento in cui avrebbe sborrato. E così fu.
Dormii con lui quella notte e tutte le restanti sei notti, fino alla fine del suo soggiorno ad Anzio, con gran dispiacere dei ragazzi che fino ad allora mi avevano scopato. Sei notti di sesso strepitoso.
L’ultima notte fu di una dolcezza struggente che non posso dimenticare e piansi come una ragazzina.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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