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Il Gioco del Controllo
13.03.2026 |
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"Si morde il labbro inferiore, poi allunga una mano verso il comodino, dove so che tiene i suoi giocattoli preferiti..."
L’aria nella stanza è già pesante, densa di quel profumo dolciastro di sudore femminile e di quel sentore metallico che precede sempre qualcosa di bagnato, di sporco, di inevitabile. La luce filtrata dalle tende scure disegna strisce dorate sui corpi seminudi di Giovanna e Carla, distese sul letto king-size come due dee pagane in attesa di un rito. Io sono in piedi, tra loro, e sento il peso del mio cazzo già duro contro i boxer, la punta che preme contro la stoffa come se volesse strapparla.Giovanna è sdraiata su un fianco, i capelli ambrati sparsi sul cuscino come una cascata di miele scuro, le curve generose che si sollevano a ogni respiro. I suoi capezzoli sono due cilindri scuri, grossi come pollici, già turgidi nonostante non li abbia ancora toccati. Il tatuaggio sul ventre—una rose blu —si muove ogni volta che si sposta, come se respirasse anche lui. Più in basso, sulla coscia sinistra, un altro disegno: una farfalla dalle ali aperte, le antenne che si perdono verso l’inguine. La sua figa è liscia, depilata alla perfezione, il clitoride gonfio che sporge come un piccolo pollice, umido di eccitazione. Carla, invece, è seduta con le gambe incrociate, il caschetto nero che le incornicia il viso da gatta, gli occhi verdi che brillano di malizia. Le sue tette sono più piccole ma sode, i capezzoli scuri e appuntiti come due proiettili. La figa è un cespuglio ordinato, un ciuffo nero che contrasta con la pelle chiara, le labbra già lucide, aperte appena quel tanto che basta per far intravedere il rosa interno.
«Allora, Yury», dice Carla, la voce bassa e graffiante come carta vetrata, «ci fai vedere cosa hai in mente o dobbiamo indovinare?»
Non rispondo subito. Invece, mi sfilo i boxer con un movimento lento, lasciando che il mio cazzo salti fuori, già teso, la punta lucida di pre-sborra. Lo prendo in mano, lo strofino una volta, due, poi con l’altra mano tiro fuori l’anello di gomma nero dalla tasca dei jeans. È spesso, con una piccola protuberanza interna che so già farà pressione proprio dove serve. Lo allargo con pollice e indice, poi lo faccio scivolare lungo l’asta, sistemandolo alla base. La gomma si stringe, mi comprime le palle, e sento un brivido salire lungo la schiena. «Questo è per me», dico, dando un colpetto all’anello con le nocche. «Ma voi due avrete qualcosa di più… interessante.»
Giovanna solleva un sopracciglio, le labbra carnose che si incurvano in un sorriso pigro. «Tipo?»
Apro la mano e faccio rotolare sul palmo due anelli di gomma più sottili, collegati tra loro da catenelle d’acciaio lucido, lunghe una ventina di centimetri. Le catene tintinnano quando le muovo, un suono cristallino che fa contrarre i muscoli dello stomaco a Carla. «Questi vanno sui vostri capezzoli», spiego, avvicinandomi al letto. «E le catene si attaccano al mio.» Prendo un anello tra le dita, lo allargo. «Ogni volta che mi muovo, tira. Ogni volta che vi muovete, tira. Ogni volta che uno di noi respira troppo forte…» Lascio la frase in sospeso, ma il significato è chiaro.
Giovanna si morde il labbro inferiore, gli occhi azzurri che si fanno più scuri. «Porca puttana», sussurra, e si solleva su un gomito, offrendo i seni come un’altare. «Fallo.»
Non me lo faccio ripetere. Mi chino su di lei, il mio respiro caldo sulla sua pelle mentre le prendo un capezzolo tra pollice e indice. È enorme, duro come gomma, la pelle tirata. Le passo la lingua intorno alla base, poi risucchio forte, sentendola gemere. Con l’altra mano, le infilo l’anello attorno al capezzolo, stringendo finché la gomma non si adagia perfettamente nella scanalatura sotto la testa. Ripeto l’operazione con l’altro, poi mi allontano appena per ammirare il risultato: i due anelli neri che le stringono i capezzoli come morsi, le catenelle che penzolano, pronte.
Carla non aspetta il suo turno. Si sporge in avanti, le mani che si stringono sulle lenzuola. «Anche a me», ordina, la voce che trema appena. Le obbedisco, ma questa volta non mi fermo a leccare. Le mordo il capezzolo attraverso l’anello, i denti che affondano appena nella gomma, e lei sibilia, le unghie che mi graffiano la spalla. «Cazzo, sì», ansima, «più forte.»
Quando ho finito, entrambe hanno i seni segnati, i capezzoli ancora più gonfi, le catene che collegano i loro corpi al mio cazzo come fili di un burattinaio perverso. Tiro leggermente una catena, e Giovanna sobbalza, un gemito strozzato che le esce dalla gola. «Adesso», dico, «ogni movimento sarà… condiviso.»
Mi metto in ginocchio sul letto, tra loro. Le catene sono tese, un ponte di metallo che unisce i nostri corpi. Se mi sposto a sinistra, la catena di Giovanna si tendono, i suoi capezzoli si stirano, e lei ansima. Se mi sposto a destra, è Carla a inarcarsi, le dita che si conficcano nelle mie cosce. «Levatevi i vestiti», comando, «voglio vedere tutto.»
Non serve dirlo due volte. Giovanna si sfilo il reggiseno con un movimento fluido, i seni che cadono pesanti, i tatuaggi che sembrano pulsare. Carla si toglie la canottiera in un solo strattone, poi si slaccia il reggicalze, lasciando che le calze a rete scivolino giù lungo le gambe. Adesso sono nude, aperte, pronte.
E io ho fame.
Mi abbasso, striscio giù per il letto fino a trovarmi faccia a faccia con la figa di Giovanna. È già fradicia, il clitoride che luccica come una perla bagnata. Le passo le dita sulle labbra, poi le allargo, soffiando un getto d’aria calda sul suo buco. Lei si contorce, le catene che tintinnano. «Non muoverti», le ordino, anche se so che non potrà farne a meno.
La mia lingua scivola su di lei in un solo, lungo colpo, dalla fessura del culo fino alla cima del clitoride. Giovanna urla, le mani che mi affondano nei capelli, ma io non mi fermo. La lecco come se fosse l’ultima cosa che farò, la punta della lingua che traccia cerchi intorno al clito, poi si infila dentro di lei, raccogliendo il suo sapore aspro e dolce. È già vicina, lo sento dai tremiti delle cosce, dal modo in cui i suoi capezzoli sembrano voler scoppiare dagli anelli. Ma non le do quello che vuole. Non ancora.
Mi sposto su Carla, che mi aspetta con le gambe aperte, le dita che si torcono nelle lenzuola. La sua figa è diversa—più stretta, con quel ciuffo nero che mi solletica il naso quando mi avvicino. Le do un morso sulle labbra interne, poi risucchio il clitoride tra le labbra, mordicchiandolo appena. Carla imprecava, le parole che si trasformano in un ringhio quando le infilo due dita dentro senza preavviso. «Sì, così, stronzo», ansima, «lecca quella troia mentre mi scopi con le dita.»
Obbedisco. Torno da Giovanna, la lingua che lavora sul suo clitoride mentre con l’altra mano continuo a fottere Carla, le dita che vanno sempre più veloci, il pollice che preme sul suo culo. Le catene si tendono, i loro capezzoli vengono tirati ogni volta che mi muovo, e i loro gemiti si fondono in un coro di dolore e piacere. Giovanna viene per prima, con un grido strozzato, la figa che mi inonda la faccia di sborra calda, lo squirting che mi colpisce la guancia, il mento, la lingua. Non mi fermo, bevo tutto, lecco ogni goccia, mentre Carla mi afferra per i capelli e mi costringe a girarmi verso di lei.
«Adesso tocca a me, cazzo», ringhia, e mi spinge giù, la sua figa che mi schiaffeggia in faccia. La sua sborra è più densa, appiccicosa, e quando le infilo la lingua dentro sento i suoi muscoli che mi strizzano, come se volessero tenermi prigioniero. Viene con un urlo, le unghie che mi graffiano le spalle, il corpo che si inarca così tanto che le catene si tendono al massimo, i capezzoli che sembrano sul punto di strapparsi.
Ma non è finita.
Mi alzo, il cazzo che pulsa, la punta che gocciola. Prendo Giovanna per i fianchi e la giro, facendola mettere a quattro zampe. Il suo culo è perfetto, due mezzle lune di carne soda, la figa che cola ancora. Le do uno schiaffo su una natica, poi un altro, più forte, fino a quando la pelle non diventa rosa. «Vuoi il mio cazzo, puttana?» le chiedo, anche se so già la risposta.
«Dammelo», supplica, la voce rotta. «Per favore, dammi quel cazzo.»
Non la faccio aspettare. Mi posiziono dietro di lei, la punta che sfiora la sua fessura bagnata. Poi spingo, tutto in una volta, sentendola urlare mentre la riempio fino in fondo. Le catene si tendono, i suoi capezzoli vengono tirati verso di me, e ogni volta che mi muovo il dolore si mescola al piacere, facendola impazzire. «Cazzo, sì, così, più forte», grida, e io obbedisco, affondando in lei con colpi secchi, il culo che sbatte contro il suo, le palle che le schiaffeggiano il clitoride ad ogni spinta.
Carla non sta a guardare. Si striscia sotto di me, la bocca aperta, la lingua che esce a cercarmi. Le afferro i capelli e la costringo a prendere il mio cazzo in bocca, ancora bagnato dei succhi di Giovanna. «Succhia», le ordino, «mentre fotto questa troia.»
E lo fa. Mi avvolge le labbra attorno all’asta, la lingua che lavora sulla sottile pelle del frenulo, mentre io continuo a martellare Giovanna, sentendo le catene che ci legano tutti e tre, i nostri corpi che si muovono all’unisono, come una macchina ben oliata. Carla mi prende le palle in mano, le massaggia, poi le stringe, e io gemo, il piacere che mi sale lungo la spina dorsale come lava.
Non posso resistere ancora a lungo.
Mi tiro fuori da Giovanna con un gemito, il cazzo che luccica di sborra e saliva. «Girati», le dico, e lei obbedisce, sdraiandosi sulla schiena, le gambe aperte, i seni che si sollevano a ogni respiro affannoso. Mi posiziono sopra di lei, il cazzo che sfiora la sua figa, e poi spingo dentro di nuovo, questa volta più lento, più profondo. Le catene si tendono, i suoi capezzoli vengono tirati verso l’alto, e lei grida, le unghie che mi affondano nelle spalle.
Carla si sposta, si mette accanto a noi, la bocca che cerca la mia. Ci baciamo, le nostre lingue che si intrecciano, condividendo il sapore di sborra e sudore, mentre io continuo a fottere Giovanna, i fianchi che si muovono in cerchi lenti, il cazzo che sfrega contro quel punto dentro di lei che la fa tremare. «Vieni», le sussurro contro le labbra, «vieni sul mio cazzo, puttana.»
E lei lo fa. Viene con un urlo, la figa che mi stringe come una morsa, lo squirting che schizza fuori, bagnandomi le palle, le cosce, il ventre. È troppo. Non posso più trattenermi.
Mi tiro fuori all’ultimo secondo, il cazzo che pulsa violento, e schizzo su di loro. Il primo getto colpisce Giovanna sul seno, bianco e denso, poi un altro sulla sua lingua aperta, un altro ancora sulla guancia di Carla, che si lecca le labbra con gli occhi socchiusi. Continuo a venire, le mani che mi stringono l’asta, strizzando fuori ogni goccia, fino a quando non sono vuoto, il respiro affannoso, il corpo coperto di sudore.
Ma non è finita.
Mi giro verso Carla, che mi guarda con gli occhi lucidi, la figa che brilla di eccitazione. «Adesso tocca a te», le dico, e lei sorride, un sorriso da predatrice.
So già che questa notte sarà lunga.
l mio respiro è ancora affannato, il sudore che mi imperla la pelle mentre guardo Carla distendersi sul letto con un sorrisetto malizioso che non promette nulla di buono. Le sue cosce sono ancora tremanti per l’orgasmo appena avuto, ma i suoi occhi brillano di una fame che non accenna a placarsi. Si morde il labbro inferiore, poi allunga una mano verso il comodino, dove so che tiene i suoi giocattoli preferiti.
«Yury…» La sua voce è un sussurro roco, carico di promessa. «Ho un’idea.»
Non rispondo subito. Sono troppo occupato a godermi lo spettacolo di Giovanna ancora in ginocchio sul materasso, il sedere arrossato dai miei schiaffi, le labbra gonfie per quanto le ho strette tra i denti. Ma Carla non aspetta la mia approvazione. Estrae dal cassetto un vibratore nero, lucido, con una forma sinuosa che conosco fin troppo bene. Solo che questo non è un giocattolo qualsiasi: è wireless, collegato a un piccolo telecomando che ora fa scivolare tra le mie dita.
«Vedi questo?» Lo accende con un clic, e un ronzio basso, vibrante, riempie la stanza. «Puoi controllarlo tu. Mentre scopi Giovanna, io me lo infilo dentro… e decidi tu quanto farmi impazzire.»
Le sue parole mi fanno serrare la mascella. Il pensiero di avere il controllo assoluto sul suo piacere, di poterla portare sull’orlo dell’orgasmo e poi lasciarla lì, tremante e supplicante, mi fa indurire ancora di più il cazzo. Ma non è solo questo. È il gioco. Il potere. La consapevolezza che ogni gemito, ogni contrazione dei loro corpi, dipenderà da me.
Giovanna si volta verso di noi, gli occhi spalancati. «Davvero?» chiede, la voce tremante. Non è una domanda retorica. Sa esattamente cosa significa. Sa che se accetto, sarà un’altra notte in cui i nostri corpi diventeranno strumenti l’uno dell’altro, in cui il piacere sarà una moneta di scambio, da dosare, da negare, da concedere solo quando io lo deciderò.
Annuisco lentamente. «Fallo.»
Carla non si fa ripetere due volte. Si sdraia sulla schiena, allarga le gambe e si infila il vibratore dentro con un gemito strozzato. Lo vedo scomparire tra le sue labbra bagnate, il lucido silicone che brilla del suo succo. Poi si sistema su un gomito, il viso arrossato, le labbra dischiuse. «Pronto, capo.»
Non resisto. Mi avvicino a Giovanna, le afferro i fianchi e la faccio sdraiare a pancia in giù, il culo ancora umido del mio sperma. Le divarico le natiche con le mani, esponendo la sua figa gonfia e il buco stretto che mi supplica di essere riempito. «Vuoi che ti scopa mentre Carla urla per te?» le chiedo, passandole un dito lungo la fessura.
Lei ansima, inarca la schiena. «Sì. Per favore.»
Non ho bisogno di altre parole. Mi posiziono dietro di lei, il cazzo già duro come la pietra, e la penetro con una spinta decisa. Il suo corpo mi avvolge, caldo e stretto, i muscoli che si contraggono intorno a me mentre gemiamo entrambi. Nel frattempo, con l’altra mano, premo il pulsante del telecomando.
Il vibratore dentro Carla si accende al livello più basso. Un brivido le percorre la schiena, le dita si aggrappano alle lenzuola. «Oh, cazzo…» sussurra.
Sorrido. «Solo l’inizio.»
Inizio a muovermi dentro Giovanna con colpi lenti, profondi, sentendo ogni centimetro della sua figa che mi stringe. Ogni volta che spingo, premo di nuovo il pulsante. Il ronzio aumenta. Carla si morde il pugno per non urlare, le cosce che tremano, il vibratore che ora deve starle martellando il punto G senza pietà.
«Di più» supplica, gli occhi lucidi. «Ti prego, Yury, di più.»
Giovanna si volta a guardarla, il viso contratto dal piacere. «Non ascoltarla» ansima. «Falla soffrire.»
La tentazione è troppo forte. Aumento l’intensità al massimo.
Carla grida, il corpo che si inarca come se fosse stata colpita da una scossa elettrica. La sua figa si contrae intorno al vibratore, e in un attimo, un getto di liquido caldo schizza fuori da lei, bagnando le lenzuola, il suo ventre, le sue cosce. Squirting. Puro. Incontrollabile.
«Cazzo!» urla, le unghie che graffiano il materasso.
Non mi fermo. Anzi, aumento il ritmo con Giovanna, le mie palle che sbattono contro il suo clitoride ad ogni spinta. Lei inizia a tremare, le pareti della sua figa che si stringono intorno a me come una morsa. «Sto per— sto per—»
«Non ancora» ringhio, rallentando di colpo.
Lei piagnucola, frustata. «Bastardo…»
Carla, ancora ansimante, si solleva a fatica. «Lascia che ti succhi» dice, la voce rotta. « Mentre la scopi. Voglio sentirtelo in gola.»
Non mi faccio pregare. Mi tiro fuori da Giovanna, che gemette per la perdita, e mi avvicino a Carla. Lei mi avvolge le labbra intorno al cazzo, la lingua che traccia cerchi intorno alla corona prima di ingoiarmi fino in fondo. La sua bocca è bollente, umida, esperta. Mentre mi succhia, riaccendo il vibratore al minimo, solo per vedere come reagisce.
Le sfugge un gemito attutito intorno al mio cazzo, le vibrazioni che le fanno contrarre la gola. È troppo. Troppo bello. Troppo spinto.
«Giovanna» ordino, la voce rauca. «In ginocchio. Ora.»
Lei obbedisce all’istante, strisciando verso di me con gli occhi bassi. Quando è abbastanza vicina, le afferro i capelli e la costringo ad abbassarsi accanto a Carla. «Leccale la figa. Voglio sentirla urlare mentre vi scopo entrambe.»
Giovanna non esita. Si tuffa tra le cosce di Carla, la lingua che si insinua tra le labbra già gonfie, leccando via i resti del suo squirting, stimolando il clitoride con movimenti circolari. Carla si dimena, il vibratore ancora dentro di lei, la bocca piena del mio cazzo.
È troppo. Troppo stimolante. Troppo perfetto.
Spingo Carla giù sul materasso, il vibratore che le esce dalla figa con un pop umido. «Girati» le ordino. «Voglio il tuo culo.»
Lei obbedisce senza fiatare, mettendosi carponi, il sedere alto e invitante. Prendo il lubrificante dal comodino, me ne verso una generosa quantità sulle dita e inizio a prepararla, un dito alla volta, sentendola gemere e spingersi indietro contro la mia mano.
Nel frattempo, Giovanna si è sistemata sotto di me, la bocca spalancata, pronta. Le afferro la nuca e la guido verso il mio cazzo, mentre con l’altra mano aumento di nuovo l’intensità del vibratore—ora infilo dentro il culo di Carla.
«Dio!» grida lei, il corpo che si contrae.
Giovanna mi ingolla fino in fondo, la gola che si restringe intorno a me, e io inizio a muovermi, alternando le spinte nella sua bocca e nel culo stretto di Carla. Ogni volta che affondo in una, l’altra riceve un aumento di vibrazioni. È un circolo vizioso di gemiti, urla, saliva e sudore.
Carla viene per prima, il corpo scosso da un orgasmo così violento che per poco non crolla. La sua figa si contrae intorno al nulla, il culo che mi stringe come una morsa. «Non fermarti!» supplica. «Ti prego, non fermarti!»
Non ho intenzione di farlo.
Giovanna viene subito dopo, il suo corpo che si irrigidisce mentre le tengo la testa ferma, il mio cazzo che le riempie la gola. Sentirla venire solo per il gusto di succhiarmi mi fa perdere ogni controllo.
Con un ruggito, mi tiro fuori dalla sua bocca e mi lascio andare, il mio sperma che schizza su entrambi i loro visi, i seni, le lingue che si allungano per leccarlo via, avide.
Crollo sul letto accanto a loro, il respiro affannoso, il corpo esausto ma soddisfatto. Carla si accoccola contro di me, il vibratore ormai spento abbandonato sul lenzuolo, mentre Giovanna si struscia contro la mia gamba, il suo respiro caldo sulla mia pelle.
«Allora…» dice Carla dopo un lungo silenzio, tracciando cerchi pigri sul mio petto con un dito. «Chi ha vinto?»
Rido, passandole una mano tra i capelli sudati. «Tutti quanti.»
E per una volta, non è una bugia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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