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bdsm

Estasi


di Remember_Me_Passion
15.02.2026    |    152    |    0 6.0
"Il suo cazzo affondava dentro di lei con colpi sempre più profondi, la carne gonfia che si apriva per accoglierlo, stretta e bagnata, mentre la catena d’acciaio tra i loro corpi si tendeva ad..."
La stanza era avvolta in una luce dorata e soffusa, filtrata dalle tende di seta nera che ondeggiavano lievemente al ritmo dell’aria condizionata.
Il letto, coperto da lenzuola di un color avorio, occupava il centro della camera, i cuscini di cotone scuro sparsi con noncuranza, come se qualcuno li avesse gettati via in un impeto di passione.
L’odore di vaniglia si mescolava, eccitazione, il muschio mascolino che aleggiava nell’aria come una promessa.
Lui era seduto sul bordo del letto, le gambe leggermente divaricate, i muscoli delle cosce tesi sotto i jeans scuri che aderivano come una seconda pelle.
Le mani, grandi e callose, si appoggiavano alle ginocchia, le dita che si contraevano in attesa. Non indossava la maglietta, e il torace scolpito, solcato da un leggero velo di sudore, si alzava e abbassava a un ritmo lento, controllato.
Ma era l’ingombro tra le sue gambe a catturare l’attenzione: il cazzo, già semi eretto, si stagliava contro il tessuto dei jeans, la forma allungata e le vene gonfie che pulsavano sotto la stoffa, come se stesse lottando per liberarsi. Quando finalmente si sfilò i pantaloni, il membro saltò fuori con un leggero snap elastico, spesso alla base e affusolato verso la punta, la pelle tirata su vene scure e sporgenti che lo percorrevano come sentieri in rilievo.
La testa, larga e umida, già luccicava di precum, una goccia trasparente che scivolava lungo il solco prima di essere raccolta dal pollice di lui, che la portò sulnaso di lei con un sorrisetto .
Di fronte a lui, lei si muoveva con una lentezza calcolata, come una predatrice che sa di avere già la preda in pugno.
I capelli biondi, lunghi fino a metà schiena, le cadevano in onde setose sulle spalle nude, incorniciando un viso dai lineamenti delicati ma dagli occhi verdi e penetranti, quasi felini.
Le labbra, carnose e leggermente dischiuse, erano dipinte di un rosso scuro che richiamava il colore delle ciliegie mature.
Ma era il suo seno a rubare lo sguardo: due globi enormi, di una sesta misura generosa, pesanti e sodi, che oscillavano lievemente ad ogni suo movimento.
Le areole, larghe e di un rosa intenso, si contraevano intorno a capezzoli sporgenti, della forma allungata di un piccolo barilotto, quasi come il muso di un topolino quando erano eccitati.
E in quel momento, erano duri come sassi, pronunciatissimi, quasi doloranti.
Indossava solo un paio di mutandine di pizzo nero, così strette che il tessuto si incuneava tra le natiche rotonde, lasciando intravedere l’ombra scura del suo sesso già umido.
Ma era ciò che adornava i suoi capezzoli a renderla ancora più provocante: due anelli di gomma, neri e giallo fluo, strette attorno alla base dei capezzoli, collegati tra loro da una catenella sottile che pendeva tra i seni, oscillando ad ogni suo respiro.
Quando si chinò in avanti, la catena si tese leggermente, facendola sospirare.
«Ti piace guardare, vero?»
La sua voce era un sussurro , carico di malizia. Non aspettò una risposta.
Si avvicinò a lui, le ginocchia che affondavano nel materasso mentre si metteva carponi, i seni che si riversavano in avanti, pesanti e invitanti. La catenella tintinnò quando si protese, le labbra che si aprivano per accogliere la punta del suo cazzo in un bacio umido e lento.
La lingua, calda e vellutata, si avvolse attorno al gland, raccogliendo il precum con un gemito soffocato.
Lui emise un ringhio basso, le dita che si intrecciavano tra i suoi capelli, afferrandoli con forza senza però costringerla.
Non ce n’era bisogno.
Lei sapeva esattamente cosa fare.
Le labbra si serrarono attorno alla base, la guancia che si incavava mentre lo inghiottiva centimetro dopo centimetro, la gola che si apriva per accoglierlo.
Il cazzo di lui era enorme, spesso quasi quanto il polso di lei, e ogni volta che scendeva più in profondità, le lacrime le pungevano gli occhi, ma non si fermava.
No, anzi, accelerava, la bocca che diventava una manica bagnata e stretta, i denti che sfioravano appena la pelle sensibile, abbastanza da fargli serrare i pugni.
La saliva colava dagli angoli della sua bocca, gocciolando sul suo seno, dove la catenella si muoveva al ritmo dei suoi movimenti, tirando leggermente gli anelli attorno ai capezzoli. Ogni strattone le provocava un brivido che si propagava dritto tra le gambe, facendola inumidire ancora di più.
«Cazzo, così… così brava» ansimò lui, la voce rotta dal piacere.
Le sue dita si strinsero nei suoi capelli, guidandola con movimenti lenti ma decisi, spingendola giù fino a quando il suo naso non si schiacciò contro il pube rasato di lui, il cazzo sepolto completamente nella sua gola.
Lei rimase lì, immobile, la lingua che massaggiava la parte inferiore dell’asta, prima di risalire con un colpo di reni, le labbra che si chiudevano attorno alla corona con un pop umido.
«Vuoi che ti riempia la bocca, baby?»
Lei non rispose a parole. Invece, accelerò il ritmo, le mani che si avvolgevano attorno alla base del suo cazzo, strofinando i pollici sulle vene gonfie mentre la bocca lavorava senza sosta.
Lui gemette, il corpo che si tendeva, i muscoli dell’addome che si contraevano.
Poi, con un ringhio, le afferrò la testa con entrambe le mani e cominciò a fotterle la bocca con colpi secchi e profondi, il cazzo che le martellava la gola, i testicoli che sbattevano contro il suo mento ad ogni spinta.
Lei ansimava attraverso il naso, le lacrime che le solcavano le guance, ma non si ritraeva. Anzi, gemette attorno al suo membro, la lingua che continuava a leccare, a solleticare, a supplicare silenziosamente per il suo seme.
«Pronta?»
La sua voce era un growl animale.
Lei annuì, gli occhi che si alzavano a incontrare i suoi, supplichevoli.
Lui non si fece pregare.
Con un ultimo affondo, il cazzo pulsò violentemente, e il primo getto di sperma caldo le esplose in gola.
Lei deglutì istintivamente, le labbra serrate attorno all’asta mentre lui continuava a venire, riempiendola, il seme denso che le colava dagli angoli della bocca, scivolando sul mento e gocciolando sui suoi seni.
Non ne perse una goccia.
Quando finalmente lui si ritrasse, lei leccò le labbra, raccogliendo ogni residuo con la punta della lingua, gli occhi che brillavano di soddisfazione.
Ma non era finita lì.
Lui si sdraiò sul letto, il cazzo ancora duro come la pietra, luccicante di saliva e sperma. Con un gesto rapido, si infilò un anello di gomma nero attorno alla base dell’asta, spesso e stretto, collegato a una catena corta che pendeva come quella di lei.
Senza dire una parola, agganciò l’anello alla catenella che le legava i capezzoli, tirandola verso di sé.
Lei cadde in avanti con un gridolino, le mani che si appoggiavano sul suo petto per non schiantarsi contro di lui.
«Ora sei mia» ringhiò lui, le dita che si insinuavano sotto le mutandine, strappandole con un movimento secco.
Il tessuto si lacerò, lasciando esposta la sua fica, già fradicia e gonfia, le labbra interne che sporgevano, rosate e lucide di eccitazione.
Lui non perse tempo.
La afferrò per i fianchi e la sollevò, facendola cavalcare a cavallo delle sue cosce, il cazzo che premeva contro il suo ingresso.
«Mettimelo dentro» ordinò, la voce un comando che non ammetteva repliche.
Lei obbedì, afferrando la base del suo membro con una mano, guidandolo verso la sua apertura.
Quando la punta sfiorò le sue labbra, entrambi gemettero.
Poi, con un movimento lento e rotatorio dei fianchi, cominciò ad abbassarsi, centimetro dopo centimetro, il cazzo enorme che la dilatava senza pietà.
Era stretta, bagnatissima, e ogni volta che scendeva un po’ più giù, la catena che collegava i loro corpi si tendeva, tirando gli anelli sui suoi capezzoli e facendola sussultare.
«Dio, sei così… così stretta» ansimò lui, le mani che le affondavano nei fianchi, le unghie che lasciavano solchi rossi sulla pelle.
Lei gemette, la testa che cadeva all’indietro, i capelli che le sfioravano la schiena.
Quando finalmente lo ebbe tutto dentro, rimase immobile per un istante, assaporando la sensazione di essere riempita completamente, il cazzo che pulsava dentro di lei, premendo contro punti che le facevano vedere le stelle.
Poi cominciò a muoversi.
Su e giù, lentamente all’inizio, i seni che rimbalzavano ad ogni movimento, la catena che tintinnava, gli anelli che le torcevano i capezzoli fino a farle male.
Ma era un dolore delizioso, che si mescolava al piacere che le esplodeva tra le gambe.
Lui la guardava, gli occhi fissi sui suoi seni, sulle labbra socchiuse, sul modo in cui la sua fica si stringeva attorno al suo cazzo ad ogni discesa.
«Più forte» supplicò lei, le unghie che gli graffiavano il petto.
Lui non si fece pregare due volte.
Con un movimento brusco, la spinse giù sul letto, facendola rotolare sulla schiena.
Le afferrò le caviglie e gliele sollevò, appoggiandole sulle sue spalle, aprendola completamente.
Poi si abbassò su di lei, il cazzo che scivolava fuori dalla sua fica solo per un istante, prima di affondare di nuovo dentro con un colpo secco che le strappò un grido.
«Così ti piace, troia?» le chiese, il respiro caldo contro il suo collo mentre cominciava a fotterla senza pietà, i fianchi che sbattevano contro i suoi, il letto che scricchiolava sotto i loro corpi sudati.
La catena tra i loro corpi si tendeva e allentava ad ogni spinta, gli anelli che le torcevano i capezzoli, mandandole scariche elettriche dritto all’utero.
«Sì! Cazzo, sì!» urlò lei, le mani che si aggrappavano alle lenzuola, i seni che ballonzolavano ad ogni affondo.
Lui allungò una mano tra i loro corpi, le dita che trovavano il suo clitoride gonfio, strofinandolo in cerchi veloci e duri mentre continuava a martellarla.
«Vieni per me» le ordinò, la voce un ringhio. «Vieni sul mio cazzo.»
E lei obbedì.
L’orgasmo la colpì come un treno, le pareti della sua fica che si contraevano attorno al suo membro, i muscoli che si stringevano, il piacere che le esplodeva nelle vene.
Gridò, il corpo che si inarcava, i capezzoli che sembravano scoppiare per la tensione degli anelli, la catena che si tendeva al massimo.
Lui non si fermò.
Con un movimento fluido, estrasse il cazzo dalla sua fica fradicia e lo guidò verso l’altro buco, quello stretto e proibito, già lubrificato dai suoi stessi succhi.
Lei gemette, il corpo che si tendeva in anticipazione, ma non protestò.
Anzi, si morse il labbro, gli occhi che si chiudevano mentre sentiva la pressione della punta contro il suo ano.
«Respira» le ordinò lui, la mano che le accarezzava il ventre per calmarla.
Lei obbedì, inspirando profondamente mentre lui spingeva, centimetro dopo centimetro, il cazzo enorme che la dilatava in un modo completamente nuovo.
Era stretto, bruciava, ma il dolore si mescolava a un piacere così intenso da farle girare la testa.
Quando finalmente fu tutto dentro, rimase immobile, lasciandole il tempo di abituarsi.
Poi cominciò a muoversi, con colpi lenti e profondi, la mano che tornava a strofinarle il clitoride, mandandola di nuovo verso l’orlo di un altro orgasmo.
«Sei mia» le sussurrò all’orecchio, i denti che le mordevano il lobo.
«Ogni buco, ogni gemito, ogni goccia di sudore.
Tutto mio.»
E lei, incapace di parlare, annuì, il corpo che si abbandonava al piacere, alla sottomissione, alla pura, animalesca lussuria che li avvolgeva entrambi.
Il suo cazzo affondava dentro di lei con colpi sempre più profondi, la carne gonfia che si apriva per accoglierlo, stretta e bagnata, mentre la catena d’acciaio tra i loro corpi si tendeva ad ogni spinta, tirando senza pietà gli anelli di gomma che le trapassavano i capezzoli.
Ogni strappo metallico le strappava un gemito strozzato, un misto di dolore e piacere che le faceva contrarre le pareti interne attorno a lui, come se il suo corpo volesse trattenerlo anche quando la mente cominciava a cedere.
Le sue unghie si conficcavano nelle sue spalle, le dita che si arricciavano nella carne mentre lui la teneva saldamente per i fianchi, le dita che affondavano nella carne morbida, lasciando segni rossi che presto sarebbero diventati lividi.
«Ti… ti prego, è troppo…» ansimò lei, la voce rotta da un singhulto quando un altro strattone della catena le fece schizzare un lampo di dolore dai capezzoli direttamente tra le gambe. Il suo clitoride pulsava, gonfio e sensibile, ogni sfregamento contro il suo pube rasato la avvicinandava a quel baratro che non era sicura di voler oltrepassare di nuovo.
Ma lui non aveva intenzione di fermarsi.
Anzi, il suo sorriso si allargò, crudele e trionfante, mentre le afferrò i capelli con una mano, tirandole indietro la testa con forza enough da farle inarcare la schiena in un arco perfetto, esponendo ancora di più i seni pesanti, i capezzoli turgidi e violacei per il sangue che vi affluiva, strette nelle mordacchie di gomma nera.
«Troppo per cosa, puttana?» ringhiò lui, accelerando il ritmo, le palle che battevano contro il suo culo ad ogni affondo, il suono umido dei loro corpi che si scontravano riempiva la stanza.
«Troppo per la mia troietta che adora essere usata come una cagna in calore?»
Ogni parola era accompagnata da una spinta più violenta, il suo cazzo che si gonfiava ancora di più dentro di lei, premendo contro quel punto sensibile che la faceva urlare.
La catena tintinnava, tesa al massimo, gli anelli che le torcevano i capezzoli fino a farle venire le lacrime agli occhi, ma non c’era scampo.
Era legata a lui, letteralmente e figurativamente, e lui non avrebbe concesso quartiere.
«N-no… io… Dio!»
Le parole le morirono in gola quando lui cambiò angolo, colpendo quel punto dentro di lei che la fece esplodere in un orgasmo così violento che per un momento perse la capacità di respirare.
Le gambe le tremavano, le cosce che si stringevano attorno ai suoi fianchi mentre il piacere la travolgeva in ondate roventi, il suo corpo che si contraeva attorno al suo cazzo come una morsa.
Ma lui non si fermò.
Anzi, approfittò di quel momento di debolezza per affondare ancora più a fondo, le dita che le artigliavano i fianchi mentre la catena le strappava un altro grido.
«Guarda quanto ti piace, anche se piangi» sibilò lui, la voce roca per l’eccitazione, mentre con l’altra mano le torceva un capezzolo, tirando la catenella fino a farle uscire un lamento disperato.
«Sei fatta per questo, per essere riempita, usata, marchiata.»
Le sue parole erano una frustata, ogni sillaba che la spingeva più vicino al limite.
Lei sentiva il suo cazzo pulsare dentro di sé, grosso e duro come l’acciaio, e sapeva che stava per venire.
Lo voleva. Lo odiava.
Ma più di tutto, ne aveva bisogno.
Non ebbe nemmen il tempo di riprendere fiato che lui la sollevò con un movimento brusco, strappandola dal suo cazzo con un pop umido che le fece sentire vuota, troppo vuota.
Prima che potesse protestare, lui la spinse giù, facendola inginocchiare davanti a sé, il suo membro enorme e lucido per i suoi succhi che le oscillava davanti al viso.
«Pulisci» ordinò, la voce un comando che non ammetteva repliche.
«Ogni goccia.
O giuro che ti lego i capezzoli al soffitto e ti lascio lì fino a domani.»
Lei non esitò.
La sua lingua scivolò fuori, calda e vellutata, mentre avvolgeva la punta del suo cazzo, ancora umido del suo stesso piacere.
Il sapore salmastro di sé stessa mescolato al suo pre-seme le esplose in bocca, e nonostante tutto, sentì un altro brivido di eccitazione percorrerle la spina dorsale.
Le sue labbra si chiusero attorno all’asta, le guance che si incavavano mentre cominciava a succhiare con avidità, la mano che si avvolgeva attorno alla base, le dita che non riuscivano a chiudersi del tutto attorno a quella circonferenza mostruosa.
Lui gemette, le dita che le affondavano nei capelli mentre cominciava a muovere i fianchi, spingendo il suo cazzo sempre più a fondo nella sua gola.
«Così, brava puttana» ansimò, la catena che penzolava tra di loro, gli anelli che le pizzicavano i capezzoli ad ogni movimento, ricordandole che era ancora sua, sempre sua. «Prendilo tutto.»
E lei ci provò. Davvero.
Ma quando il primo fiotto di sperma caldo le esplose in bocca, denso e salato, non poté fare a meno di tossire, un rivolo bianco che le colava dall’angolo delle labbra, scivolando giù sul mento e gocciolando sui suoi seni gonfi.
Lui non si fermò.
Continuò a venire, i fianchi che si contraevano mentre le riempiva la bocca, il seme che le scivolava sulla lingua, sulla gola, alcuni fiotti che finivano direttamente sulle sue tette, bianche e lucide, marcandola come sua proprietà.
Lei ingoiò quanto poteva, leccando avidamente la punta mentre lui si svuotava dentro di lei, la sua lingua che si avvolgeva attorno al gland sensibile, strappandogli un altro gemito.
La catenella oscillava, tirando appena i suoi capezzoli ad ogni movimento, enough da tenerla sul filo, tra il dolore e il piacere, mentre lei continuava a leccare, a pulire, le sue labbra che scivolavano su e giù per l’asta, raccogliendo ogni goccia residua con devozione.
Quando finalmente lui si ritirò, il suo cazzo ancora semi-duro che luccicava per la saliva e il seme, lei rimase in ginocchio, il respiro affannoso, i seni coperti di sperma che colava lentamente verso il basso, tracciando sentieri bianchi sulla sua pelle.
Sollevò lo sguardo verso di lui, gli occhi lucidi, le labbra gonfie e rosse, e per un momento ci fu solo silenzio, rotto solo dal tintinnio della catena che penzolava tra di loro, una promessa non detta di tutto ciò che sarebbe venuto dopo.
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