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Lui & Lei

Il negozio


di Membro VIP di Annunci69.it Unpodileggerezza
21.05.2025    |    71    |    0 8.0
"Le mani, sottili ma forti, mi cercavano ovunque, mi stringevano, mi spingevano più dentro, più vicino, più vero..."
Non avevo programmato nulla. Era una chiusura come tante. Le luci spente, solo quelle d’emergenza a disegnare le sagome degli scaffali. Il silenzio rarefatto di fine turno, quando il mondo si ferma appena un istante prima di spegnersi del tutto. E lei era lì.

Mi ero accorto di lei fin dal primo giorno. Non c’era bisogno che parlasse molto: bastava il modo in cui camminava tra gli scaffali, quel passo sicuro e insieme distratto, come se l’intero spazio le appartenesse. I capelli neri raccolti male, una matita infilata tra le ciocche come un fermaglio improvvisato. Magra, quasi fragile, eppure piena di forza in ogni movimento. E quegli occhi scuri che non chiedevano mai il permesso.

Ero il suo superiore. Tecnicamente. Ma con lei non esisteva gerarchia. C’era solo una linea sottile tra autorità e attrazione, tra i miei sguardi che cercavano di restare neutri e la sua calma assoluta, come se sapesse già cosa sarebbe successo. Come se aspettasse solo che fossi io a capirlo.

Quella sera restammo solo noi. Gli altri erano usciti in fretta, qualcuno con la scusa di un aperitivo, altri con la voglia di casa. Lei restò a sistemare l’ultima scaffalatura, quella vicino al retro, nascosta alla vista. Ci passai vicino per caso, o forse no. Il suo profumo — non quello di un profumo vero, ma della sua pelle dopo una giornata — era rimasto sospeso tra i cartoni. Mi fermai. Lei si voltò.

Nessuna parola. Solo uno sguardo. E in quello sguardo non c’era esitazione. Nessuna sfida, solo certezza.

Mi avvicinai. Potevo sentire il mio stesso respiro cambiare ritmo, il sangue rallentare e poi accelerare tutto insieme. Il neon d’emergenza alle nostre spalle proiettava ombre tremolanti sulle corsie. Lei si girò senza dire nulla, appoggiandosi allo scaffale. Il suo corpo sembrava fatto apposta per quello spazio. Le curve appena accennate, il fondoschiena pieno, teso nel tessuto leggero dei pantaloni. Le mani appoggiate davanti, il volto voltato verso di me, serio, presente.

Le toccai la schiena, appena sotto la maglia. La sua pelle era calda, liscia. Lei non si mosse, ma il respiro cambiò appena. Salì, poi scese più lentamente. Era come toccare una corda tesa tra due possibilità: il rischio e il desiderio.

Le infilai le dita tra i fianchi e il tessuto, come se ogni gesto fosse già stato deciso. Si voltò leggermente e mi guardò ancora. Un sì, muto. Il sì che aspettavo da settimane, forse da mesi.

Non c’era bisogno di spogliarsi. Bastava aprire, spostare, scoprire. I corpi si conoscono bene anche attraverso gli ostacoli. Ogni suono sembrava amplificato: il fruscio dei vestiti, un sospiro spezzato, il metallo degli scaffali che vibrava sotto il peso.

La presi come se il tempo non esistesse più. Lei rispondeva senza una parola, solo col corpo, aderente e vivo. Era selvaggia e precisa insieme, guidava e seguiva, lasciava spazio e poi lo toglieva. Si piegava al mio ritmo, ma sapeva deviarlo con una sola pressione, una rotazione del bacino, un gemito trattenuto che mi esplodeva addosso come un ordine.

La sua pelle sapeva di caldo, di stanchezza e di voglia. Le mani, sottili ma forti, mi cercavano ovunque, mi stringevano, mi spingevano più dentro, più vicino, più vero. Non c’era dolcezza. Solo fame. Solo bisogno.

Durò poco o forse un’eternità. Quando finì, non c’era sudore: c’era silenzio. Uno di quei silenzi pieni che non fanno domande. Restammo fermi qualche secondo, poi ci sistemammo senza fretta, senza vergogna. Non c’era niente da spiegare. Niente da giustificare.

Lei si voltò di nuovo, prima di andarsene. Un mezzo sorriso appena accennato, come a dire lo sapevamo. E io annuii, senza aggiungere nulla. Il neon tremolò ancora. Le ombre si riassorbirono dentro gli scaffali.

Ero tornato solo. Ma diverso.
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