Prime Esperienze
Milano, quasi 20 anni fa
Unpodileggerezza
21.05.2025 |
86 |
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"E capisco che quella notte, in quel bus fermo alle spalle del palco, per un attimo, mi aveva lasciato entrare nel suo mondo..."
Avevo guidato per ore per arrivare a Milano. Non era la prima volta che facevo un viaggio così solo per un concerto, ma quella sera sapeva di qualcosa di diverso. Una specie di vibrazione sotto pelle, come se l’aria stessa mi stesse suggerendo di non avere fretta, di lasciarmi sorprendere.Il Filaforum di Assago era una cattedrale per i disperati belli, i romantici neri, quelli che avevano trovato rifugio in una voce che ti parla dentro anche quando tutto fuori tace. E quella sera, quella voce, era lì, viva, davanti a me.
Lei. La cantante.
Quando spense l’ultima nota e le luci scesero, rimasi fermo. La gente si muoveva attorno, applaudiva, piangeva, rideva. Io restavo lì, inchiodato nel mio posto in platea come se qualcosa dovesse ancora succedere.
Uscito dall’arena, senza una direzione precisa, vagai un po’ dietro al complesso. Era tardi. Il parcheggio si stava svuotando. Avevo bisogno di decomprimere, di allontanarmi dal rumore. Mi avvicinai alla zona dei bus tecnici, quasi per caso. Nessuno sembrava farci troppo caso: un paio di addetti fumavano e parlavano in fretta, in inglese. Uno di loro mi guardò, poi, senza dire nulla, aprì il portellone laterale di uno dei pullman neri parcheggiati in fila.
Lo feci senza pensarci. Salii.
L’interno era caldo, ovattato. Luci soffuse, sedili larghi, tavolini con bottigliette d’acqua mezze vuote, cuscini buttati di traverso. Profumava di pelle, incenso e musica vissuta. E lì, seduta da sola, con le gambe raccolte sul sedile, c’era lei.
La riconobbi subito. Impossibile non farlo.
Portava ancora l’abito di scena, ma aveva tolto gli stivali. I piedi nudi sfioravano il tessuto vellutato del sedile. Si voltò, mi guardò. Nessuna sorpresa nei suoi occhi. Nessuna domanda. Solo una presenza piena. Come se mi stesse aspettando.
— “Anche tu eri là?”
Annuii. Sentivo il sangue nelle tempie.
— “Terza fila, lato destro,” disse, e sorrise appena. “Sei rimasto fino alla fine. Anche dopo la luce.”
Non dissi niente. Non sapevo cosa dire. Lei fece spazio accanto a sé con un gesto lieve della mano. Mi sedetti. Il bus sembrava lontano dal mondo. Non si muoveva, ma respirava.
Parlammo poco. Il rumore della strada là fuori era distante. Lei era stanca, ma non spenta. Aveva quella luce negli occhi di chi ha dato tutto, ma non ha ancora smesso di cercare. A un certo punto mi chiese:
— “Perché sei salito?”
Pensai a mille risposte. Scelsi l’unica vera.
— “Non lo so. Ma era giusto così.”
Le nostre mani si sfiorarono. Poi si intrecciarono. Non c’era fretta, ma nemmeno esitazione. Era come se ci fossimo riconosciuti. Come se ci fosse stato un tempo prima di quello, che non ricordavamo, ma che ci portava dritti lì.
Ci baciammo. Fu semplice, silenzioso. Un gesto fatto di pelle e respiro. E poi ci lasciammo andare. Il bus era vuoto, calmo. Le luci tremolanti creavano riflessi che danzavano sui vetri. Le tende tirate, il mondo chiuso fuori.
Non fu istinto. Fu fame d’intimità. La sua pelle era fredda in certi punti, calda in altri. La mia voce si ruppe quando lei mi sussurrò qualcosa all’orecchio in una lingua che non capii. I nostri corpi si cercarono con rispetto, come se si conoscessero da tempo e finalmente si fossero ritrovati. Non fu sporco. Non fu neanche casto. Fu reale.
Quando il silenzio tornò, era pieno. Lei si appoggiò a me, la testa sulla mia spalla. Il suo respiro rallentato. Il battito, regolare.
Poi si alzò. Si rivestì senza fretta. Si avvicinò al piccolo specchio laterale, si sistemò i capelli. Mi guardò da lì.
— “Non dirai niente, vero?”
— “A chi potrei raccontarlo?”
Rise. Il tipo di risata che ti resta dentro. Si avvicinò e mi baciò una seconda volta, con più dolcezza che passione.
— “La prossima volta, canta con me.”
Poi aprì la portiera e uscì nel buio. Rimasi lì qualche minuto ancora, solo. Il sedile era ancora caldo. Il bus, immobile.
Quando scesi, l’aria era cambiata. Le luci del Filaforum si erano spente. La notte sembrava essersi portata via tutto. O forse no.
Non l’ho mai più rivista. Di persona. Ma ogni tanto, quando la sento cantare da qualche parte, riconosco un accento in una parola, una piega nella voce. E capisco che quella notte, in quel bus fermo alle spalle del palco, per un attimo, mi aveva lasciato entrare nel suo mondo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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