Lui & Lei
Lezioni di potere
14.06.2026 |
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"Fece scivolare il borsone di lato e si tese verso la poltrona della preside, appoggiando entrambe le mani sui braccioli della sedia di lei, bloccandola visivamente nel suo spazio, proprio come..."
Il sole di giugno batteva forte contro le veneziane dell'ufficio della preside, tagliando la stanza in strisce di luce e ombra. La dottoressa Elena Marini, trentadue anni, una laurea brillante e la responsabilità di un intero istituto sulle spalle, sospirò, massaggiandosi le tempie. Davanti a lei, seduto sulla sedia di pelle con un'aria fin troppo rilassata, c'era Marco. Diciannove anni, l'ultimo anno da completare, un potenziale enorme ma un registro scolastico che sembrava un bollettino di guerra: assenze ingiustificate, ritardi cronici e un rendimento crollato a picco negli ultimi mesi.«Allora, Marco,» esordì lei, incrociando le dita sulla scrivania di noce e cercando di mantenere il tono distaccato e istituzionale che la sua posizione richiedeva. «Vogliamo parlare di cosa ti sta succedendo? Sei a un passo dall'esame di Stato e sembri completamente sparito dai radar. Qual è la scusa questa volta?»
Marco si sistemò meglio sulla sedia, accennando un sorriso che non aveva nulla di strafottente, ma che trasudava una sicurezza quasi magnetica. Un tipo di fascino che Elena, nonostante cercasse di ignorarlo, non poté fare a meno di notare: lo sguardo scuro, la camicia bianca con le maniche arrotolate sugli avambracci e quell'aria di chi la sa lunga.
«Nessuna scusa, preside,» rispose lui, la voce calma e profonda. «È solo che... ultimamente la mia vita è diventata decisamente complicata. Diciamo che ho un problema di gestione del tempo. E delle energie.»
Elena sollevò un sopracciglio, incuriosita malgrado se stessa. «Un problema di energie? Spiegati meglio. Perché a giudicare dalle ore che salti, si direbbe che tu preferisca dormire.»
«Magari fosse così semplice,» disse Marco, inclinando leggermente la testa. «La verità è che da qualche tempo sta succedendo una cosa assurda. Non so come spiegarlo, ma è come se avessi addosso una specie di calamita. Le ragazze... beh, sembra che abbiano deciso tutte insieme di non potere più fare a meno di me.»
La preside trattenne una mezza risata, anche se sentì una strana e improvvisa scossa di calore attraversarle la schiena. «Marco, per favore. Siamo in un ufficio scolastico, non al bar con i tuoi amici. Stai cercando di dirmi che salti le lezioni di fisica per motivi... sentimentali?»
«Niente affatto. Niente di sentimentale,» ribatté lui, avvicinandosi leggermente alla scrivania. Il suo tono era serio, confidenziale, quasi come se stesse svelando un segreto proibito. «Prenda martedì scorso. Volevo venire a scuola, lo giuro. Ero sul bus delle otto. C'era Chiara, la barista del locale qui vicino, ventiquattro anni, una tipa che di solito non degna di uno sguardo nessuno. Ha iniziato a guardarmi. Ma non un’occhiata qualunque. Mi si è seduta vicina, il bus era strapieno, e ha cominciato a parlarmi all'orecchio. Sentivo il profumo della sua pelle, il calore del suo corpo contro il mio. Mi ha preso la mano, preside. E mi ha letteralmente trascinato giù alla prima fermata, dritta verso casa sua.»
Elena deglutì, muovendosi impercettibilmente sulla poltrona. L'aria nell'ufficio sembrava improvvisamente diventata più densa. Il condizionatore ronzava in sottofondo, ma il caldo sembrava aumentare. «E tu... saresti la vittima di questa situazione?» chiese, cercando di dare alla voce un tono ironico che però le uscì leggermente più basso del normale.
«Se avesse visto come continuava la storia, non lo chiamerebbe un gioco,» continuò Marco, tenendo lo sguardo fisso nei suoi occhi, leggendo perfettamente il leggero imbarazzo che stava nascendo in lei. «Appena chiusa la porta, non abbiamo nemmeno fatto in tempo a raggiungere la camera. Mi ha spinto contro la parete dell'ingresso. Aveva le mani ovunque, mi accarezzava il petto, mi sbottonava la camicia con una fretta pazzesca, respirando corto. Sentivo il suo cuore battere all'impazzata contro il mio. È stato... travolgente. Non c'era spazio per pensare alla scuola.»
Elena sentì le proprie mani farsi improvvisamente fredde, mentre un brivido ben più caldo le scendeva lungo il collo.
Ascoltare quel racconto, fatto con una naturalezza così dettagliata e ravvicinata da quel ragazzo, stava creando una tensione strana, quasi elettrica, tra le quattro mura dell'ufficio. Si schiarì la voce, provando a riprendere il controllo. «Marco, penso che questo sia... decisamente troppo informativo. Concentriamoci sul tuo rendimento.»
«Ma è questo il punto, dottoressa,» la interruppe lui, usando volutamente quel titolo per accorciare le distanze e renderla complice. Fece una pausa, lo sguardo che scese per un millesimo di secondo sulle labbra di lei, prima di risalire. «E non è stata l'unica. Mercoledì pomeriggio, dopo i corsi di recupero, sono rimasto in biblioteca con Sofia. La ragazza dell'aula accanto, quella tutta casa e chiesa. Beh, è bastato che ci trovassimo da soli tra gli scaffali dell'archivio. Cercavamo un testo di storia, ma l'unica storia che le importava era in mezzo alle mie gambe. Ha iniziato a tremare, mi ha guardato negli occhi e mi ha confessato che non ci dormiva la notte. Mi ha preso per il colletto della giacca e mi ha baciato. Un bacio disperato, intenso, togliendomi il fiato. Ci siamo nascosti dietro lo scaffale della letteratura francese... e le assicuro che la letteratura non è mai stata così viva e appagante.»
Il silenzio che seguì nell'ufficio era quasi palpabile. Elena sentiva il proprio respiro farsi più frequente. Quel racconto, la voce vellutata di Marco, la vicinanza del ragazzo e il modo in cui descriveva quelle situazioni con un’intensità così vivida stavano scardinando ogni sua difesa professionale. Si accorse di aver iniziato a giocherellare nervosamente con una penna, mentre lo sguardo le cadeva inevitabilmente sulle spalle larghe di Marco e sulla linea della sua mascella.
Marco notò il leggero rossore sulle guance della preside e il modo in cui il suo petto si alzava e si abbassava sotto la camicetta di seta azzurra. Capì che il confine tra l'autorità e il desiderio si stava assottigliando fino a sparire. Si alzò lentamente dalla sedia, senza spezzare il contatto visivo, e fece il giro della scrivania, fermandosi a pochi centimetri da lei.
«Quindi, capisce, preside?» sussurrò, chinandosi leggermente verso di lei, abbastanza vicino da farle avvertire il calore del suo corpo e quel profumo pulito e mascolino che sembrava riempire la stanza. «È difficile concentrarsi sullo studio quando il mondo fuori sembra bruciare. E quando... anche qui dentro l'aria diventa così calda.»
Elena alzò lo sguardo su di lui. La logica le diceva di fermarlo, di cacciarlo dall'ufficio, di mantenere il suo ruolo. Ma il battito del suo cuore, accelerato e potente, diceva tutt'altro. Sentiva una tensione magnetica che la spingeva verso di lui, un'attrazione irrazionale e totalizzante che stava mandando in fumo mesi di rigore e autocontrollo.
«Marco... tu non dovresti...» mormorò lei, ma la voce le uscì come un soffio, priva di qualsiasi reale convinzione.
«Lo so,» rispose lui, la voce ridotta a un sussurro magnetico, mentre muoveva la mano con estrema lentezza, sfiorando appena, con il dorso delle dita, il profilo della mascella di Elena, salendo poi verso la sua guancia accaldata.
Quel tocco, leggero ma carico di una promessa elettrica, fu la scintilla definitiva. Elena chiuse gli occhi per un istante, abbandonandosi a quella sensazione, prima di riaprirli, completamente sopraffatta da un desiderio che non poteva e non voleva più arginare.
L'atmosfera nella stanza era ormai completamente cambiata. La dottoressa Elena Marini era seduta immobile sulla sua poltrona di pelle, le dita strette attorno ai braccioli. Il rigore istituzionale che l'aveva sempre contraddistinta era svanito, sostituito da una curiosità intensa e da un calore improvviso tra le cosce che non riusciva più a controllare.
Davanti a lei, Marco non aveva più l'aria del tipico studente convocato per un richiamo. Si muoveva con una disinvoltura assoluta, come se fosse lui a dettare le regole di quel colloquio.
«Vede, preside,» continuò Marco, la voce che manteneva quel tono basso e calibrato, capace di riempire la stanza. «Il punto non è solo che mi cadono ai piedi. È che quando succede, capiscono subito che sono io a decidere il ritmo. E la cosa assurda è che a loro va benissimo così. Anzi, sembra che non aspettino altro.»
Elena deglutì a vuoto, lo sguardo fisso sui movimenti del ragazzo. «In che senso, Marco?» chiese, con la voce leggermente incrinata dal respiro corto.
«Prenda l'episodio di giovedì scorso con Valeria, la studentessa universitaria che fa il tirocinio in segreteria. Una ventiquattrenne seria, sempre impeccabile, che non rivolge la parola a nessuno degli studenti. Eravamo nell'archivio sul retro a fotocopiare dei documenti. È bastato che le ordinassi di chiudere la porta a chiave. Non gliel'ho chiesto, gliel'ho detto. Lei mi ha guardato, ha esitato un secondo, e poi ha eseguito senza dire una parola.»
Marco fece un passo verso la scrivania, lo sguardo magnetico piantato in quello di Elena, che non riusciva a distogliere gli occhi da lui.
«Le ho detto di sedersi sulla scrivania metallica dell'archivio e di non muoversi. Valeria tremava, ma ha fatto esattamente quello che volevo. Ho preso il controllo della situazione dall'inizio alla fine, decidendo ogni singolo istante, ogni carezza, ogni bacio, senza lasciarle spazio per fare altro se non assecondarmi. E più ero deciso, più lei perdeva la testa, completamente in balia di quello che decidevo di fare. Quando abbiamo finito, mi ha guardato come se fossi il suo padrone, ringraziandomi per averla trattata in quel modo.»
Il silenzio che seguì nell'ufficio era interrotto solo dal ronzio quasi impercettibile del condizionatore. Elena sentiva il battito del proprio cuore accelerare vistosamente. La descrizione di quel potere, di quella capacità di dominare la situazione e di piegare la volontà di ragazze più grandi, stava scardinando le sue ultime difese professionali.
«E non è tutto,» riprese Marco, avvicinandosi ancora di più, tanto che Elena poteva ormai percepire distintamente il calore che emanava dal suo corpo. «Venerdì sera è successa la stessa cosa con un'amica di mia cugina, una modella che lavora a Milano, abituata ad avere file di uomini pronti a tutto per lei. Siamo rimasti soli in auto. Ha provato a fare la difficile, a fare i suoi soliti giochi di sguardi per mettermi in difficoltà. L'ho bloccata subito. Le ho preso il polso, non forte, ma abbastanza da farle capire chi decidesse le regole in quel momento. Le ho detto chiaramente cosa doveva fare e come doveva farlo, senza ammettere repliche.»
Elena si schiarì la voce, ma il suono che produsse fu poco più di un sussurro. La sua mente stava visualizzando ogni dettaglio, e l'idea di trovarsi di fronte a un ragazzo capace di una tale determinazione la faceva sentire incredibilmente vulnerabile.
«E lei... cosa ha fatto?» domandò la preside, ormai completamente rapita dal racconto.
«Ha obbedito, dottoressa. Senza fiatare,» rispose Marco, arrivando a ridosso della scrivania e appoggiando le mani sul legno massiccio, sporgendosi leggermente verso di lei. «Ha messo da parte l'orgoglio, la spocchia, tutto. Si è lasciata guidare completamente, eseguendo ogni mio comando con un'intensità e una sottomissione che non avrebbe mai ammesso davanti a nessun altro. Doveva vedere come me lo succhiava con gusto. Non si è tirata indietro nemmeno quando glielo ho infilato tutto in gola. Perché la verità è che, dietro la facciata, molte donne desiderano solo trovare qualcuno abbastanza sicuro di sé da prendere in mano le redini del gioco.»
L'ultima frase rimase sospesa nell'aria calda dell'ufficio come una sfida diretta. Elena alzò lo sguardo, incrociando gli occhi scuri di Marco. Sentiva una tensione erotica quasi insostenibile. Il contrasto tra il suo ruolo di autorità e la strabiliante sicurezza di quel diciannovenne la stava portando oltre il punto di non ritorno.
Marco notò il respiro affannoso della preside, lo sguardo lucido e il modo in cui le sue labbra si erano leggermente schiuse. Con la stessa calma con cui aveva gestito le altre ragazze, fece il giro della scrivania, posizionandosi esattamente di fianco alla sua poltrona.
Elena non si mosse. Sapeva perfettamente cosa stava per accadere, ma la sensazione di trovarsi di fronte a qualcuno capace di dominare la situazione in quel modo aveva annullato qualsiasi sua intenzione di opporsi.
Marco colse al volo il silenzio di Elena, quel misto di totale rapimento e vulnerabilità che ormai riempiva lo spazio tra di loro. Fece un passo indietro, ma solo per afferrare lo zaino di pelle scura che aveva appoggiato a terra vicino alla sedia. Lo sollevò e lo poggiò sul bordo della scrivania di noce, aprendo la cerniera principale con un gesto lento, quasi teatrale.
Elena abbassò involontariamente lo sguardo. All'interno non c'erano libri di testo o quaderni di appunti. C'erano oggetti che nulla avevano a che fare con un'aula scolastica: il riflesso metallico di un paio di manette lucide, la pelle nera di un frustino, e un collare sottile con una piccola fibbia d'argento.
La vista di quegli strumenti, lì, sulla scrivania dove ogni giorno firmava circolari e documenti ufficiali, le provocò un brivido violento.
«Vede, dottoressa,» riprese Marco, la voce che scendeva di un'ottava, diventando un sussurro confidenziale. «Il segreto non sta negli oggetti in sé, ma nel modo in cui trasformano l'atmosfera. Sabato sera, ad esempio. Ero a casa di Elena, una ragazza che in pubblico fa sempre la parte della manager distaccata e algida. Quando ha visto queste», disse sfiorando appena le maniche metalliche con le dita, «ha capito subito che la sua maschera di controllo non avrebbe funzionato con me.»
Il ragazzo fissò la preside, notando come il suo sguardo fosse inchiodato allo zaino.
«Le ho bloccato i polsi dietro la schiena, senza stringere troppo, ma abbastanza da farle capire che non aveva vie d'uscita. C'è un momento preciso in cui l'orgoglio cede il passo alla resa totale, ed è bellissimo da vedere. Con il frustino ho solo sfiorato la sua pelle, quel tanto che bastava per farle sentire il brivido dell'attesa. Ogni comando che le davo diventava assoluto. Più la limitavo nei movimenti, più il suo respiro si faceva spezzato, implorante. Ha rinunciato a decidere, lasciando che fossi io a governare ogni sua sensazione, ogni respiro.»
Marco richiuse lentamente lo zaino, ma la tensione accumulata nella stanza era ormai arrivata al punto di rottura. Fece scivolare il borsone di lato e si tese verso la poltrona della preside, appoggiando entrambe le mani sui braccioli della sedia di lei, bloccandola visivamente nel suo spazio, proprio come aveva appena descritto nei suoi racconti.
Il profumo del ragazzo era ovunque. Elena sentiva il calore della sua vicinanza, la pelle del viso che le bruciava per l'emozione e il cuore che le batteva fin dentro la gola. L'autorità della sua carica si era completamente dissolta di fronte alla pura determinazione di Marco.
«Ora,» sussurrò lui, i suoi occhi scuri a pochi centimetri da quelli di lei, «credo che abbiamo parlato anche troppo del mio rendimento scolastico. Non trova, preside?»
Elena cercò la forza per dire qualcosa, per ristabilire una distanza, ma le sue labbra si schiusero soltanto in un sospiro profondo. L'ultima barriera era caduta, e il silenzio dell'ufficio divenne lo scenario di una dinamica del tutto nuova, dove le regole della scuola non avevano più alcun valore.
Marco non si mosse di un millimetro. Rimase lì, inclinato sopra di lei, stringendo i braccioli della poltrona con una presa salda che riduceva ogni via di fuga, reale o metaforica. Il silenzio che avvolgeva l'ufficio era rotto solo dal suono dei loro respiri, ormai sintonizzati sullo stesso ritmo accelerato.
Elena teneva lo sguardo piantato in quello del ragazzo. Sentiva il contrasto stridente tra l'ambiente circostante, i faldoni ordinati, la targa con il suo nome sulla porta, i decreti ministeriali appesi alle pareti, e la scarica di adrenalina pura che le bloccava le gambe.
«Marco... questa è una follia,» riuscì finalmente a dire, ma la voce era un filo sottile, priva di qualsiasi reale autorità. Le mancava il tono fermo con cui gestiva professori e consigli d'istituto; restava solo la reazione spontanea di una donna messa davanti a un desiderio improvviso e totalizzante.
«La follia è far finta di nulla, dottoressa,» rispose lui, con quella calma serena di chi sa di aver già vinto.
Con un movimento deliberato e lento, Marco sollevò la mano destra dal bracciolo. Fece scivolare le dita lungo la manica della camicetta azzurra di Elena, risalendo fino alla spalla, per poi sfiorarle il collo. Il calore della sua pelle accesa contrastava con le dita fresche del ragazzo. Elena ebbe un brivido visibile, gli occhi che le si chiusero per un istante prima di riaprirsi, ancora più lucidi.
«Lei passa le giornate a organizzare la vita degli altri, a decidere cosa è giusto e cosa è sbagliato,» continuò Marco, parlando a pochissimi centimetri dalle sue labbra, tanto che Elena poteva sentire il movimento dell'aria a ogni parola. «Per una volta, lasci che sia qualcun altro a decidere. Si fidi di me.»
Quella frase fu la chiave che scardinò l'ultima resistenza. L'idea di cedere il controllo, di spogliarsi del peso del proprio ruolo all'interno di quelle quattro mura protette, divenne un'esigenza irresistibile. Elena abbandonò la testa all'indietro contro lo schienale della poltrona, un lungo sospiro che le uscì dalle labbra come un segnale di resa incondizionata.
Marco non aspettò oltre. Annullò l'ultima distanza e la baciò.
Fu un bacio profondo, deciso, che non lasciava spazio a esitazioni. Elena rispose subito, stringendo le dita attorno alle spalle larghe del ragazzo, tirandolo a sé come se temesse che quel momento potesse svanire. La scrivania di noce, i registri e le assenze non contavano più nulla; la distanza anagrafica e professionale si era azzerata nell'istante in cui le loro labbra si erano toccate, lasciando spazio solo alla tensione accumulata durante tutto quel lungo, provocatorio colloquio.
La tensione nell'ufficio, accumulata parola dopo parola, aveva ormai superato il punto di rottura. Elena si trovava completamente immersa in una situazione che, fino a mezz'ora prima, avrebbe ritenuto impensabile. Il contrasto tra la sua figura pubblica — la preside impeccabile, inflessibile e distante — e la realtà di quel momento creava un cortocircuito psicologico potente, che alimentava il suo desiderio di cedere del tutto il controllo.
Marco la fece alzare dalla poltrona con un gesto fermo, guidandola verso la grande scrivania di noce. Elena si appoggiò al bordo del legno massiccio, con le mani tese in avanti, mentre il cuore le martellava nel petto. Sentiva il peso del proprio ruolo istituzionale crollare definitivamente, e quella sensazione di vulnerabilità le provocava una scossa di eccitazione mai provata prima.
«Vuole davvero dimenticarsi del suo ruolo per oggi, dottoressa?» le sussurrò Marco alle spalle, la voce bassa e decisa, mentre le bloccava delicatamente i polsi contro la superficie della scrivania.
«Sì...» mormorò lei, con il respiro affannoso, gli occhi specchiati sulla superficie lucida del legno dove di solito firmava i provvedimenti disciplinari. «Non voglio pensare a niente. Fa' quello che vuoi.»
Il ragazzo non se lo fece ripetere. Sfruttando la posizione, colpì il retro delle sue cosce con il palmo della mano, un colpo secco e sonoro che rimbombò nel silenzio dell'ufficio. Il contrasto tra il calore della mano e la sorpresa del gesto fece sfuggire ad Elena un piccolo grido, un misto di sorpresa e piacere intenso.
«Questo è per tutte le volte che ha cercato di fare la severa con me,» disse Marco, assestando un altro colpo deciso.
La pelle di Elena iniziò a bruciare, e quel dolore leggero e improvviso non fece che amplificare il suo senso di sottomissione. Sentirsi trattare in quel modo, proprio nel luogo in cui esercitava il massimo potere, la faceva sentire incredibilmente libera. L'eccitazione prese il sopravvento sulla razionalità, spingendola a verbalizzare quel crollo totale delle sue difese.
«Hai ragione... sono stata cattiva... ho provato a punirti,» ansimò lei, stringendo le dita attorno al bordo della scrivania, mentre un altro colpo ravvivava il bruciore. «Ti prego, Marco, continua... non fermarti.»
Marco colpì ancora, mantenendo un ritmo regolare e possessivo, dominando completamente la situazione e godendosi la resa totale della donna che, fino a pochi minuti prima, teneva in mano il suo destino scolastico. Elena, ormai del tutto priva di inibizioni, continuava a implorarlo a voce bassa, abbandonandosi completamente al potere e al carisma del ragazzo.
L'eco degli ultimi colpi sembrava ancora vibrare nell'aria pesante dell'ufficio, mentre il respiro di Elena si faceva sempre più corto, rotto da piccoli respiri affannosi. La scrivania di noce, fredda sotto le sue mani tese, era diventata l'unico punto di appoggio in un mondo che girava troppo velocemente. Ogni frammento del suo rigore professionale si era sciolto, sostituito da un'urgenza primitiva, l'attesa febbrile di ciò che Marco avrebbe deciso di fare dopo.
Marco la teneva bloccata con una facilità disarmante. Sentiva il tremito sottile che attraversava il corpo della donna, la tensione muscolare di chi è completamente alla mercé di un altro. Senza fretta, fece scivolare la mano lungo la schiena di lei, risalendo la colonna vertebrale fino alla nuca, dove le dita si intrecciarono tra i capelli per costringerla a voltare leggermente il viso verso di lui.
«Guardami, Elena,» ordinò a bassa voce, mentre con la mano scostava gli slip e infilava due dita nella figa fradicia della donna.
Lei obbedì, gli occhi lucidi, le guance arrossate dal calore e dalla vergogna mista a un piacere indicibile. In quello sguardo c'era una richiesta muta, totale, la preghiera di andare fino in fondo, di consumare quella follia prima che la realtà potesse bussare alla porta.
«Ora diventerai una delle mie puttane. Sei la mia preside e pe questo credo che meriti una umiliazione maggiore delle altre, non trovi?»
«Sii» rispose Elena senza avere la forza di dire altro, la sua mente era completamente annebbiata dall’eccitazione.
Il ragazzo si slacciò i pantaloni ed estrasse il cazzo eretto, premendo il proprio corpo contro quello di lei e prendendo possesso della sua figa con un colpo di bacino deciso, che sapeva di possesso e di vittoria. Elena si lasciò guidare, assecondando ogni movimento, stringendosi a lui con la disperazione di chi sa che non c'è più modo di tornare indietro.
Il ritmo della stanza divenne un crescendo di respiri spezzati, di sussurri soffocati e del rumore dei loro corpi che si muovevano all'unisono nell'ombra delle veneziane accostate. Marco gestì ogni istante, portando la tensione psicologica e fisica al culmine, fino a quando l'intensità del momento divenne insostenibile per entrambi. Con un ultimo, profondo respiro, il ragazzo si irrigidì contro di lei, estrasse il cazzo mentre prendendola per i capelli la fece inginocchiare, scaricando la sua sborra sul viso e il vestito della professoressa, mentre Elena era in ginocchio, con la bocca oscenamente aperta sopraffatta da un crollo emotivo e fisico totale.
Mentre la professoressa era inginocchiata ai suoi piedi si masturbava presa da una eccitazione sconvolgente il ragazzo le teneva stretta i capelli mentre l’altra mano gli pizzicava e tirava i capezzoli. Il ragazzo avvicinò la bocca e le sussurrò all’orecchio «Credo che abbiamo chiarito il motivo dei miei ritardi, non credo che le mie assenze future debbano essere giustificate» e se ne andò lasciandola a terra fradicia di umori.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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