Lui & Lei
Il bar e la fede al dito
Unpodileggerezza
14.06.2026 |
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"Un silenzio pieno di emozioni, di esitazioni superate, di desideri custoditi troppo a lungo..."
Ogni mattina, più o meno alla stessa ora, entravo in quel piccolo bar all’angolo della piazza.Era diventata un’abitudine. Il caffè era buono, il locale tranquillo, ma non era quello il vero motivo per cui ci tornavo.
C’era lei.
La vidi per la prima volta in autunno. Piccola di statura, capelli biondi lisci che le arrivavano appena alle spalle, un modo di camminare discreto, quasi timido. Non attirava l’attenzione perché cercava di farlo; anzi, sembrava fare il contrario. Eppure, quando entrava, finivo sempre per accorgermene.
Con il tempo imparai i suoi orari. Lei imparò i miei.
Non ci presentammo mai. Non all’inizio.
Eravamo due clienti qualsiasi che si incrociavano davanti alla macchina del caffè, che aspettavano il proprio turno alla cassa, che si scambiavano un sorriso cortese quando il locale era particolarmente affollato.
Poi arrivarono i saluti.
Un semplice “buongiorno”.
Nulla di più.
Sul dito anulare portava una fede sottile. Io la notai subito. Era sposata. Era una di quelle informazioni che non hanno bisogno di essere spiegate.
Eppure qualcosa cresceva ugualmente.
Non era una questione di bellezza. Era qualcosa di più difficile da definire.
Forse il modo in cui i suoi occhi si fermavano sui miei per una frazione di secondo più del necessario.
Forse quel sorriso che appariva ogni volta che mi vedeva entrare.
O forse il fatto che, pur senza esserci mai raccontati niente, avevo l’impressione di conoscerla da sempre.
Passarono mesi.
Le nostre conversazioni rimasero brevi.
“Come va?”
“Tutto bene.”
“Giornata lunga?”
“Abbastanza.”
Frasi normali. Banali.
Ma sotto quelle parole scorreva qualcos’altro.
Qualcosa che entrambi vedevamo e che nessuno dei due nominava.
Una mattina di primavera il sole entrava dalle vetrate del bar e illuminava la polvere sospesa nell’aria. Lei era già lì quando arrivai.
Seduta al tavolino vicino alla finestra.
Quando alzò lo sguardo e mi vide, sorrise.
Un sorriso diverso.
Più caldo.
Più aperto.
Mi sedetti poco distante.
Per qualche minuto fingemmo entrambi di leggere il telefono.
Poi i nostri occhi si incontrarono.
E questa volta nessuno distolse lo sguardo subito.
Fu un attimo.
Ma bastò.
Lei abbassò gli occhi, quasi imbarazzata, e si morse appena il labbro.
Sentii il cuore accelerare.
Non successe nulla.
Almeno non subito.
Passarono ancora alcune settimane.
Poi arrivò quel giorno.
Un giorno qualsiasi, apparentemente identico agli altri.
Entrai nel bar. Lei era al bancone.
Ordinammo quasi insieme.
Ci scambiammo il solito sorriso.
Ma c’era qualcosa di diverso nell’aria.
Una tensione sottile.
Come l’elettricità che precede un temporale.
Parlammo qualche minuto.
Del tempo.
Del lavoro.
Di niente.
Eppure sembrava che stessimo dicendo molto di più.
A un certo punto lei guardò verso il corridoio che portava ai servizi.
Poi tornò a guardare me.
I suoi occhi non lasciavano spazio ai dubbi.
Non disse una parola.
Si limitò a sostenere il mio sguardo per qualche secondo.
Poi si alzò.
E si allontanò.
Rimasi fermo.
Il cuore che batteva forte.
Avrei potuto ignorare tutto.
Restare seduto.
Finire il mio caffè.
Continuare la giornata.
Invece mi alzai anch’io.
Il corridoio era silenzioso.
Quando arrivai davanti alla porta del bagno, la trovai socchiusa.
Lei era lì.
Immobile.
Mi guardava.
Per un istante nessuno parlò.
Sembrava che tutti i mesi trascorsi a sfiorarci senza toccarci, a sorriderci senza dirci niente, fossero arrivati in quel preciso momento.
Mi avvicinai.
Lei fece un piccolo passo verso di me.
Il resto accadde nel silenzio.
Un silenzio pieno di emozioni, di esitazioni superate, di desideri custoditi troppo a lungo.
Non c’erano promesse.
Non c’erano progetti.
Non c’era il futuro.
Esisteva soltanto quell’istante.
Quando ci allontanammo, nessuno dei due sembrava felice o triste.
Sembravamo semplicemente vivi.
Lei abbassò lo sguardo per un momento.
Poi sorrise.
Un sorriso piccolo, autentico.
Di quelli che non si dimenticano.
Io ricambiai.
Nessuna parola sarebbe stata all’altezza.
Pochi minuti dopo eravamo di nuovo nel locale.
Seduti ai nostri posti.
Due clienti qualsiasi.
Lei terminò il suo cappuccino.
Io il mio caffè.
Pagammo.
Uscimmo.
Lei da una parte della piazza.
Io dall’altra.
E da quel giorno tutto tornò esattamente come prima.
O quasi.
Continuammo a incontrarci ogni mattina.
Gli stessi orari.
Lo stesso bar.
Gli stessi saluti.
Le stesse conversazioni brevi.
Nessuno avrebbe notato nulla.
Ma noi sì.
Perché ogni tanto, mentre prendevamo il caffè, i nostri occhi si incrociavano.
E in quel momento riaffiorava il ricordo di quell’unico giorno.
Di quell’unica scelta.
Di quell’avventura che non aveva cambiato le nostre vite e che, proprio per questo, era rimasta perfetta.
Mai più ripetuta.
Mai raccontata.
Custodita soltanto dentro due sorrisi leggermente più luminosi degli altri.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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