tradimenti
Un’isola lontana…
Unpodileggerezza
21.05.2025 |
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"Sollevò appena il vestito, lasciando intravedere le cosce pallide, luminose nella luce lunare..."
Non cercavo nulla. Solo il silenzio, una pausa, qualcosa che assomigliasse a pace. Il resort era un rifugio fuori dal tempo: capanne in legno adagiate su un prato perfetto, piscine che sembravano scivolare nel cielo, e una spiaggia bianca come zucchero che sfumava in un reef lontano, vivo, pulsante.La vidi il primo giorno. Era stesa su un lettino vicino alla piscina, il sole le disegnava linee dorate sulla pelle chiara. Indossava un costume bianco, semplice, elegante. Un cappello le copriva in parte il volto, ma bastava uno sguardo per restare fermo: occhi chiari, freddi, tristi. Vicino a lei c’era un uomo, più grande, abbronzato e sicuro. Parlava da solo. Lei sorrideva appena. Ma quegli occhi non erano con lui. Erano altrove.
Ogni giorno la vedevo. A volte in spiaggia, a volte al bar. Lui era sempre con lei. Ma ogni volta che i nostri sguardi si incrociavano, il mondo rallentava. Lei abbassava subito gli occhi, ma sorrideva appena. Un sorriso segreto.
Poi una sera, era sola.
Al bar all’aperto, sotto le lanterne appese alle palme, ordinava qualcosa. Mi avvicinai. Mi aspettavo il gelo. Invece mi guardò come se mi aspettasse.
“Anya,” disse, accennando un sorriso che non arrivava agli occhi.
Non servivano troppe parole. Parlammo poco. Lei beveva lentamente, sfiorava il bicchiere con le dita come se volesse sentire qualcosa attraverso il vetro. Io ascoltavo. O meglio, osservavo: il collo sottile, il modo in cui respirava, il ritmo calmo, contenuto, di chi ha imparato a trattenersi.
Ogni sera ci ritrovammo lì. Nessun appuntamento. Solo silenzi, sguardi, e piccoli sorrisi che sembravano promesse non dette.
Il marito era sempre lì, di giorno. Come un’ombra, come una cornice imposta. Ma lei guardava altrove. Sempre più spesso, verso di me.
Poi, una notte, il vento era caldo, e il cielo limpido. Camminavo sulla spiaggia con il bicchiere ancora mezzo pieno, quando sentii i suoi passi nella sabbia. Mi voltai.
Era sola.
“Non riesco a dormire,” disse.
“Nemmeno io.”
Camminammo fianco a fianco. Il mare sussurrava. Nessuno parlava. Solo il rumore delle onde e del cuore che batteva, forte. Ogni tanto le dita si sfioravano. Nessuno le tirava indietro.
Una piccola barca da pesca, tirata a secco, stava lì da giorni. Salì per prima. Sollevò appena il vestito, lasciando intravedere le cosce pallide, luminose nella luce lunare. Mi sedetti accanto a lei. Le nostre gambe si toccavano. Il silenzio era diventato un corpo.
“È sbagliato?” sussurrò.
“Sì,” risposi.
Poi smettemmo di pensarci.
Il primo bacio fu lento. Ma non c’era più nulla da frenare.
Le sue mani erano decise, affamate. Cercavano. Io rispondevo. La barca si muoveva appena, come se il mare volesse partecipare. Il suo respiro si faceva corto, spezzato. I suoi occhi mi guardavano come se stessi facendola tornare viva.
La pelle calda, le labbra salate, i corpi stretti l’uno all’altro mentre la notte ci copriva. Tutto era istinto, desiderio, fame. Non ci fu bisogno di parlare. Non servivano parole, solo mani, fiato e la sabbia fredda sotto di noi.
La luna ci guardava. Complice. Silenziosa.
All’alba, c’erano solo le nostre impronte sulla sabbia.
Si alzò prima di me. Il vestito sgualcito, i capelli sciolti, la pelle segnata dalla notte. Mi guardò. Gli occhi ancora tristi, ma diversi. Più vivi.
“Non dire nulla,” disse. “Mai.”
Poi tornò verso le capanne, lenta, senza voltarsi.
Non la rividi più.
Ma il ricordo di lei resta lì, nella sabbia, sulla barca, tra le onde. In quell’unico momento in cui il mondo si era fermato — e noi con lui.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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