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Lui & Lei

Il seme del contadino


di Membro VIP di Annunci69.it GlamMan
15.06.2026    |    203    |    0 4.0
"» Camilla si sollevò con calma, ignorando il tremore delle gambe e la sensazione di bagnato sulla pelle..."
Il pesante portone di legno della stalla cigolò cupamente, interrompendo il silenzio di quell'antro saturo dell'odore acre del fieno bagnato, del letame fermentato e del cuoio vecchio. Camilla avanzò con la consueta, impeccabile grazia, un miraggio di alta sartoria in mezzo alla polvere. Ogni passo sui tacchi a spillo era una sfida alla gravità sulla terra battuta cosparsa di paglia, e sotto il cappotto di cashmere chiaro il fruscio della seta tradiva la presenza di una lingerie ancora più preziosa, un completo color perla ricamato a mano che sembrava fatto per i palazzi, non per la terra.
In fondo alla corsia, l'uomo interruppe il suo lavoro. Era un contadino immenso, la schiena larga curvata da anni di fatica nei campi, la pelle del collo bruciata dal sole e le braccia nodose, coperte di peli scuri e incrostate di polvere e sudore asciutto. Le sue mani erano enormi, con le unghie nere di terra e i palmi duri come corteccia d'albero. Non conosceva la cortesia del linguaggio, la sua mente rispondeva solo ai cicli delle stagioni e alla sottomissione della natura con la forza delle braccia.
«Siete lontana dai vostri salotti, signora,» disse l'uomo, la voce che era un grugnito ruvido, profondo come la terra smossa dall'aratro. «Qui c'è solo fango e roba che puzza. I vostri piedi delicati non dovrebbero calpestare questa merda.»
Camilla sollevò il mento, lo sguardo che brillava di una luce fredda e calcolata. «La terra migliore è quella che si lavora con gli attrezzi più rozzi, contadino. E io sono venuta a vedere se la tua forza è pari alla tua taglia. Mostrami come ari i tuoi campi.»
L'uomo non si fece pregare. Conficcò il forcone nel fieno e si avvicinò con passi pesanti e felpati, l'andatura fiera di chi è padrone assoluto del proprio territorio. Quando le fu sopra, l'odore selvatico del suo corpo, un misto di terra, fieno e sudore animale, investì Camilla, annullando la fragranza del suo profumo costoso. Senza la minima traccia di rispetto, le afferrò i fianchi. Le dita spesse e sporche di terra affondarono nel tessuto chiaro del cappotto, lasciando subito due vistose impronte scure, e con una spinta brutale la scaraventò contro una pila di balle di fieno pressate, alte fino al petto.
«Guarda come ti sporco, contessina,» ansimò lui, l'alito pesante che le accarezzava il viso mentre le sollevava la gonna con un gesto secco e privo di grazia. «Tutta pulita, tutta profumata... ma adesso ti riduco come una delle mie vacche dopo la monta.»
«Puoi sporcare la mia stoffa, villano,» rispose lei, la voce che tremava per l'eccitazione ma che manteneva una cadenza imperiosa, quasi di disprezzo. «Ma non dimenticare chi hai davanti. Fa' il tuo lavoro e taci.»
La paglia secca pungeva la pelle nuda delle cosce di Camilla mentre il contadino, con un grugnito rabbioso, afferrava l'orlo della lingerie di seta perla e la strappava con un colpo solo, liberando la carne. La spinta che seguì fu immediata, un urto devastante che la penetrò da dietro senza alcun preambolo, con la stessa cieca violenza con cui il ferro dell'aratro squarcia la terra dura a inizio autunno.
Camilla soffocò un grido, artigliando le dita nella paglia pungente della balla di fieno. La forza dell'uomo era immensa, un ritmo implacabile, pesante, che la spingeva in avanti a ogni colpo, facendo scricchiolare la struttura di legno della stalla dietro di loro. Era una monta pura, animalesca, priva di calore umano ma carica di una potenza primordiale. Il corpo massiccio del contadino la schiacciava sotto il suo peso, e la sua pelle ruvida e bagnata di sudore si incolpava a quella di lei a ogni affondo.
«Senti come spinge il servo della terra, eh, signora?» ringhiò lui nell'orecchio di lei, afferrandole una spalla con la mano lorda per tenerla ferma, mentre aumentava la violenza dei colpi, incurante delle calze velate che si laceravano contro la paglia. «Questo non è il lusso a cui sei abituata. Questo è il fango che ti entra dentro.»
Nonostante il dolore sordo dell'impatto e la vertigine di quel piacere brutale che le incendiava il ventre, Camilla mantenne la testa sollevata. Con i capelli biondi che cominciavano a sciogliersi e a riempirsi di fili di paglia, si rifiutò di mostrare debolezza. Rigida nella sua alterigia, inarcò la schiena con una grazia regale, assecondando la spinta devastante del contadino ma dominando la situazione con il suo distacco mentale.
«Sei solo una bestia da soma,» mormorò lei tra i denti, gli occhi lucidi di orgoglio. «Spingi questo vomano fino in fondo, se ne sei capace. Voglio vedere quanta forza hai in questo corpo rozzo.»
Quella provocazione scatenò la furia finale dell'uomo. Il contadino emise un verso gutturale e aumentò ancora di più la frequenza e la profondità dei colpi, diventando spietato. Ogni affondo era una frustata che le scuoteva il corpo, i suoi tacchi cercavano invano una presa sulla terra battuta, costringendola a dipendere unicamente dalla presa feroce di lui. L'uomo si muoveva dentro di lei con l'unico obiettivo di possederla e svuotarsi, trattandola come un pezzo di terra da conquistare.
Il contrasto era assoluto: il corpo enorme e sporco di lui, madido di sudore, che si abbatteva con foga ritmica sulla pelle candida e sui resti della lingerie di seta di lei. Il rumore dei loro corpi e il respiro affannoso dell'uomo riempivano l'aria pesante della stalla, mentre un cavallo nel box vicino nitriva nervosamente.
Il contadino arrivò al limite. Le afferrò i capelli con una mano, tirandole indietro la testa per costringerla a subire l'ultimo, immenso affondo. Rimase immobile dentro di lei, i muscoli tesi allo spasmo, e con un gemito rauco che parve salirgli dal profondo del petto, rilasciò il suo sperma profondo, direttamente nella vagina di lei.
Fu un getto caldo, denso, sconsiderato. Lo riversò dentro di lei con spinte sussultorie, usandolo come un marchio, l'impronta indelebile del plebeo impressa nella carne della nobile. Camilla incassò il colpo finale sbarrando gli occhi, sentendo quel calore viscerale invaderla e colmarla. Aspettò che l'uomo si svuotasse del tutto, accogliendo quel marchio biologico con una compostezza quasi sacrale, fiera di non aver ceduto lo spirito alla furia della bestia.
L'uomo si ritirò lentamente, ansimando come un bue esausto, lasciando che il suo umore denso colasse lungo le gambe di lei, mischiandosi alla polvere della stalla. Si ripulì la bocca con il dorso della mano, guardandola con un sorriso sfacciato. «Ecco fatto, contessina. Ora portati a casa il raccolto.»
Camilla si sollevò con calma, ignorando il tremore delle gambe e la sensazione di bagnato sulla pelle. Si sistemò i capelli con gesti precisi, ripulendosi dai fili di paglia con olimpica indifferenza. Si rivestì, riallacciando il cappotto sopra i pizzi distrutti. Quando si voltò verso di lui, era tornata la dama algida di sempre.
«Grazie per il lavoro, contadino,» disse lei, lasciando cadere una banconota di grosso taglio sulla balla di fieno sporca. «La terra era dura, ma l'hai girata bene. La prossima volta, però, vedi di lavarti prima.»
Senza attendere risposta, girò i tacchi e uscì nella luce del giorno, lasciandosi alle spalle l'odore della stalla e portando dentro di sé, come un segreto inconfessabile, il secondo, pesante marchio della terra.
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