Lui & Lei
Velluto e Mannaia
GlamMan
15.06.2026 |
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"I muscoli delle sue cosce, tesi nei collant velati ancora intatti, si stringevano d'istinto nel tentativo di contenere quell'invasione totale..."
Il campanello sopra la porta della macelleria rintoccò con un suono nitido, quasi ridicolo in quell'antro dominato dall'odore ferroso della carne fresca e dal sentore persistente di grasso freddo. Camilla entrò muovendosi con un'eleganza innata, l'aria aristocratica che la precedeva come una scia del suo profumo al gelsomino. Ogni passo sui tacchi alti era un ticchettio preciso e calcolato sul pavimento cosparso di segatura. Sotto il cappotto di sartoria si indovinava il fruscio della seta e il disegno geometrico di una lingerie di pizzo nero, un segreto di lusso esibito appositamente per quell'appuntamento clandestino.Dietro il bancone, il macellaio sollevò lo sguardo. Era un uomo immenso, la camicia tesa all'inverosimile su un ventre prominente, le braccia grosse come ceppi d'albero e le mani sporche del sangue del lavoro quotidiano. Non c'era spazio per le finezze nel suo mondo; la sua esistenza era fatta di tagli, fendenti e forza bruta.
«Siete fuori zona, signora,» grugnì l'uomo, la voce che era un rombo basso, catramoso, che vibrava nel petto massiccio. «Qui si vende roba per chi ha fame, non per chi porta i guanti di seta.»
Camilla sollevò il mento, fissando gli occhi nei suoi con una fermezza che non ammetteva repliche. «Forse ho una fame che solo tu puoi soddisfare, macellaio. Mostrami cosa sai fare oltre a spaccare le ossa.»
L'uomo non rispose a parole. Si pulì le mani unte sulla parannanza già macchiata e aggirò il bancone con l'andatura dondolante e pesante di un toro. Quando le fu vicino, l'odore di sudore e selvatico coprì ogni traccia di profumo francese. Senza un briciolo di delicatezza, la afferrò per un braccio. Le sue dita corte e callose affondarono nella stoffa pregiata del cappotto, spingendola con violenza contro il massiccio ceppo di legno che portava ancora i segni profondi della mannaia.
«Guardati,» ansimò lui, l'alito caldo che sapeva di vino e fumo sul viso di lei. «Tutta pizzi e boria. Ma sotto sotto sei carne, uguale a quella che tengo appesa ai ganci là dietro.»
«E allora trattami come tale,» sussurrò lei, la voce che tremava impercettibilmente per l'eccitazione ma che manteneva una cadenza imperiosa. «Ma non sperare di vedermi implorare.»
Il legno del ceppo era freddo, inciso da mille colpi e impregnato dell'odore antico del grasso animale, un contrasto brutale con la pelle di Camilla. Quando lui la voltò di scatto, la costrinse a piegare il busto in avanti, premendole il ventre contro quella superficie ruvida. La seta del cappotto si aprì, rivelando la schiena nuda e la filigrana nera del reggicalze che stringeva le cosce sode. I tacchi a spillo affondarono nella segatura umida del pavimento, mentre le mani dell'uomo, enormi e pesanti come badili, le afferrarono i fianchi con una violenza che non ammetteva repliche.
«Stai ferma,» grugnì lui, il fiato corto e caldo che le sferzava la nuca. Con un gesto secco, strappò l'ultimo velo di pizzo. Il tessuto costoso cedette con un rumore nitido, un gemito di fili spezzati che parve eccitare ancora di più il macellaio. L'uomo si spinse contro di lei con tutta la mole del suo corpo massiccio. Senza alcun preambolo, con la stessa foga cieca con cui avrebbe conficcato un gancio in un quarto di bue, lui la penetrò.
Il colpo fu così profondo che Camilla emise un gemito soffocato. Le sue dita, dalle unghie perfettamente curate, si artigliarono ai bordi del ceppo. La spinta del macellaio era rozza, animalesca, un ritmo implacabile che faceva cigolare le giunture del bancone.
La carne cominciò a sbattersi contro la carne con una cadenza spietata. L'uomo aumentò la pressione, sfruttando tutto il peso del suo ventre prominente e peloso che si schiacciava ritmicamente contro i glutei candidi di lei. Ogni affondo era totale, profondo, privo di qualsiasi intenzione di cortesia erotica. Il macellaio la usava per il proprio sollievo, spingendo con la forza delle reni e delle gambe massicce, mentre il rumore viscido della sottomissione fisica riempiva l'aria pesante della bottega, mescolandosi al ronzio di una mosca solitaria e al freddo dell'acciaio dei ganci appesi al soffitto.
«Guarda dove sei finita, contessina...» ansimò lui, la voce ridotta a un grugnito rauco, mentre le sue mani ruvide risalivano lungo i fianchi di lei, lasciando impronte rossastre sulla pelle sensibile. «A farti sbattere in mezzo al sangue. È questo che volevi, eh? Sentirti trattare come una bestia da macello?»
Camilla esalò un respiro tremante, ma nei suoi occhi non c’era ombra di sottomissione psicologica. Sentiva le schegge del ceppo che le pungevano i palmi delle mani e l'attrito spietato di quell'uomo rozzo che la apriva ed esplorava senza sosta, ma la sua mente rimaneva un castello inattaccabile. Voltò parzialmente la testa, incrociando lo sguardo selvaggio dell’uomo con una freddezza che tagliava come un rasoio.
«È esattamente dove volevo essere,» rispose lei, la voce incredibilmente ferma nonostante i colpi brutali la scuotessero tutta, modificando il ritmo del suo respiro. «Ma non crederti speciale, macellaio. Vali solo per questo. Per la tua forza lorda, per questo tuo corpo pesante che sa solo spingere. Quindi usala e sbrigati, prima che mi annoi.»
Un grugnito di pura rabbia rimbombò nel petto dell’uomo. Quell’insulto aristocratico, pronunciato proprio mentre la possedeva con tanta foga, fece scattare qualcosa di primitivo nel suo cervello. Il macellaio smise di seguire un ritmo regolare e divenne caotico, furioso. Cominciò a colpirla dall'alto, sollevandole leggermente un fianco con la mano callosa per angolare ancora di più la penetrazione, cercando il punto più profondo, quasi volesse spaccarla in due come una delle sue mezzene appese.
«Adesso ti faccio vedere io se ti annoi,» ringhiò lui, i denti stretti e le vene del collo gonfie per lo sforzo. «Ti lascio un ricordo che non ti levi più di dosso, signora dei miei stivali. Senti come pulsa qua dentro? Ti riempio così tanto che dovrai camminare dritta per una settimana. Ti smonto questa boria che ti ritrovi.»
«Fallo e basta,» ordinò lei, stringendo le dita sul legno con accanimento, mentre un piacere acuto e violento, quasi doloroso, cominciava a morderle le viscere. I muscoli delle sue cosce, tesi nei collant velati ancora intatti, si stringevano d'istinto nel tentativo di contenere quell'invasione totale. «Voglio vedere se sai solo abbaiare o se hai davvero il coraggio di prendermi tutta. Dimostramelo, bestia.»
La monta divenne una tempesta di sudore e respiri spezzati. Il macellaio la pressò ancora di più contro il ceppo, togliendole lo spazio per muoversi, riducendola a pura materia ricettiva. Ogni spinta era accompagnata dal rumore sordo dei loro corpi che si sorgevano e si univano, un impatto continuo che faceva tremare le ginocchia di Camilla sui tacchi instabili. L'uomo la teneva bloccata per i capelli biondi con una mano, tirandole indietro la testa per esporre la linea tesa del collo, mentre continuava a possederla da dietro con colpi rapidi, corti, devastanti, infierendo su quel corpo nobile con la stessa metodica precisione con cui lavorava al banco.
Il macellaio non rispose più. La sua mente si svuotò di ogni pensiero, concentrata unicamente sul calore viscerale che lo stringeva e che minacciava di farlo cedere da un momento all'altro. Sentiva l'orgasmo salire, violento e inarrestabile, come una marea nera.
Con un ultimo, immenso affondo che la spinse completamente contro l'orlo del tavolo di legno, l'uomo arrivò al limite. Rimase immobile dentro di lei, teso come una corda di violino, il ventre enorme schiacciato contro le sue natiche. Un brivido violento gli scosse la schiena e, con un gemito gutturale che parve strappargli le viscere, rilasciò il suo sperma profondo, direttamente nella vagina di lei.
Fu un getto caldo, abbondante, sconsiderato. Lo riversò dentro di lei senza tirarsi indietro, con spinte sussultorie che prolungavano l'estasi della carne, usandolo come un marchio di fabbrica, un'impronta indelebile impressa a fuoco sulla porcellana di quel corpo nobile. In quel fluido denso c’era tutta la sua rozzezza, la sua totale mancanza di controllo, la firma del plebeo sulla carne dell’aristocratica.
Camilla incassò il colpo finale sbarrando gli occhi; sentiva quel calore invaderla, colmarla e ridefinire i suoi confini interni. Un brivido elettrico le corse lungo la colonna vertebrale, strappandole un respiro mozzo. Eppure, non emise un lamento di sconfitta. Aspettò che l'uomo si svuotasse del tutto, accogliendo quel marchio biologico con una compostezza quasi sacrale, tenendo gli occhi aperti e la testa alta, fiera di aver domato la furia della bestia offrendole solo il corpo e mai la sua dignità.
L'uomo si ritirò lentamente, ansimando come un bue esausto, lasciando che il suo umore denso colasse lungo le cosce velate di lei, macchiando la segatura sul pavimento. Si ripulì la fronte con la manica della camicia, guardandola dall'alto in basso con un sorriso sornione e sfacciato.
«Ecco fatto, signora,» disse lui, sputando per terra un filo di tabacco. «Adesso portatelo a casa, il mio regalo.»
Camilla si sollevò con calma, ignorando il tremore delle gambe. Si sistemò i capelli con gesti lenti e precisi, senza mostrare alcun fastidio per la sensazione di bagnato che le rigava la pelle. Si rivestì, riallacciando il cappotto di sartoria sopra i pizzi strappati, nascondendo l'evidenza del disastro sotto la stoffa impeccabile. Quando si voltò verso di lui, era tornata la dama algida di sempre, i tratti del viso distesi e la postura regale ristabilita.
«Grazie per il servizio, macellaio,» disse lei, lasciando cadere una banconota di grosso taglio sul ceppo sporco di sangue. «Il taglio era ottimo. Ma la prossima volta vedi di pulirti le mani.»
Senza attendere risposta, girò i tacchi e uscì, lasciandosi alle spalle l’odore di chiuso e il rintocco del campanello, portando dentro di sé, come un segreto inconfessabile e regale, il marchio pesante della bestia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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