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Si cambia carne, non catene 🧑🏻‍💼 . Cap 2


di Membro VIP di Annunci69.it GlamMan
10.02.2026    |    810    |    0 8.7
"La trovai già al tavolo per la colazione, composta, con lo sguardo complice e obliquo che tradiva la consapevolezza di essersi spinta oltre e di esserne segretamente fiera..."
Erano mesi che con Alice non succedeva nulla di veramente perverso. Le feste natalizie, l’inverno, la routine quotidiana e qualche malanno di stagione avevano soffocato la trasgressione che ci legava più del lavoro, più di qualsiasi parola. Eppure, sotto la superficie, qualcosa continuava a bruciare, latente, pronta a esplodere al minimo contatto.

Nel frattempo, lei aveva provato a distrarsi con qualcuno trovato online, un sudamericano qualunque. Una distrazione futile. Io sapevo — e lei lo sapeva meglio di chiunque altro — che bastava un mio sguardo per farla tornare docile, tremante, assetata di piacere.

Quando le parlai della trasferta al sud, capì subito. Non servivano spiegazioni: bastava il tono della mia voce, autoritario e calmo allo stesso tempo, quando le ordinai di portare il caffè nel mio ufficio. Entrò in silenzio, lo sguardo basso, ma negli occhi brillava già quella luce sporca, selvaggia, che tradiva tutto.

«Quando partiamo?» sussurrò. Non era una domanda. Era resa.

Le spiegai che avevo scelto i giorni in base al suo corpo, ai suoi ritmi, al momento in cui diventava più sensibile, più affamata. Non protestò. Non lo faceva mai davvero: una parte di lei si abbandonava volentieri a questo gioco di dominio e attesa.

Il viaggio del lunedì fu un accumulo lento di tensione. Frasi a metà, mani che si sfioravano per troppo tempo, respiri trattenuti. Sentivo la sua eccitazione crescere, trasformarsi da curiosità in un bisogno fisico e palpabile. Ogni sfioramento era un brivido che le percorreva la pelle. Ed era esattamente ciò che volevo far emergere.

Martedì sera cedette. La voce le si incrinava sotto il peso del desiderio: «Dimmi che hai organizzato qualcosa… non posso restare così». Sorrisi soltanto. «Domani vedrai.»

La sera seguente arrivarono Mary e Alex. Apparivano educati, tranquilli… ma emanavano la calma di chi nasconde abitudini molto meno innocenti. Mary era vestita per essere guardata: tacchi alti, calze aderenti alle cosce, il seno pronto a fuoriuscire dalla camicetta. Alice, però, la superava: tubino nero perfettamente aderente, stivali sopra il ginocchio, collo e schiena scoperti. Nel ristorante, gli occhi degli uomini le scivolavano addosso senza pudore. Lei si nutriva di quegli sguardi, io mi nutrivo di lei.

Il vino sciolse le ultime resistenze.

Quando la porta della stanza si chiuse, l’aria divenne subito più calda, più densa, carica di un’attesa palpabile.

Le due donne si cercarono senza parole, bocche e lingue in un gioco di fame e dominio. Alice prese l’iniziativa, guidando Mary sul letto, divaricando le gambe, il volto immerso tra le sue cosce come assetata di piacere. I gemiti nacquero immediati, bassi, ansiosi, crescendo in un crescendo di desiderio condiviso.

Io e Alex restammo immobili, eccitati e travolti da quella tensione carnale.

Poi tutto accelerò. Mani e bocche si intrecciavano, corpi che si cercavano con urgenza e senza ordine. Il calore della pelle, l’odore intenso dell’attrazione, i respiri spezzati: tutto creava un’atmosfera incandescente. Ogni movimento era più intenso, come se il desiderio ci stesse divorando.

Quando presi Mary, tremava sotto di me, vibrante e pronta. Bastarono poche spinte decise perché cedesse a un’ondata di piacere che mi travolse. Alice lo vide e si unì immediatamente, senza esitazione, mescolando tutto in un gioco di corpi e gemiti, gemendo piano, come se fosse ciò che desiderava da giorni.

La notte scivolò via tra respiro affannoso e pelle che bruciava, senza pause reali. Nessuno voleva fermarsi, nessuno voleva interrompere quel flusso di passione che ci consumava.

Quando finalmente crollammo, era quasi l’alba. La stanza odorava di desiderio e stanchezza, densa e persistente. Nel silenzio dopo la tempesta restava solo una certezza: Alice tornava sempre dove poteva essere completamente se stessa.

Il risveglio fu un dolce trauma. I corpi erano svuotati, esausti, ma impregnati di un’intimità nuova, intensa. La trovai già al tavolo per la colazione, composta, con lo sguardo complice e obliquo che tradiva la consapevolezza di essersi spinta oltre e di esserne segretamente fiera. Non le dissi nulla. Lei aspettava, remissiva, vibrando nell’attesa silenziosa più delle parole.

Partimmo verso la Puglia. Cinque ore di strada, pochi scambi, lunghi silenzi densi di pensieri. Io guidavo immaginando la serata che avevo preparato; lei si nutriva di quella distanza, trasformandola in tensione scura, quasi febbrile. Durante il tragitto incontrammo clienti; la giornata scorse ordinaria, spezzata solo da telefonate inutili del suo “innamorato”. Tutto il resto era sospensione, come prima di un’esplosione.

Nel pomeriggio del venerdì le dissi che saremmo andati in una spa. Lei accennò al fatto di non avere il costume, ma la interruppi, afferrandola con decisione, sussurrandole che non sarebbe servito. Nei suoi occhi passò un lampo: timore, eccitazione, resa.

L’ingresso rivelava un’eleganza morbida: luci soffuse, silenzi studiati, corpi che si muovevano lenti, come in un rituale. Negli spogliatoi percepii sguardi curiosi, ma la mia attenzione fu catturata da una presenza diversa: una figura ambigua, trans, magnetica, sicura di sé, dominante senza bisogno di permesso.

Gli sguardi si incrociarono negli idromassaggi. Bastò poco. Dissi ad Alice che volevo esplorare le sale più appartate. Le stanze parlavano da sole: legni scuri, strumenti evocativi, atmosfera costruita per la resa, gogne, fruste e croci erano una cornice straordinaria.

Alice tremava, ma non si fermò. In lei si mescolavano pudore e desiderio di lasciarsi guidare. Ogni gesto era lento, carico di significato, ogni respiro amplificava la tensione, la brama, il tremore della pelle.

Il tempo sembrò contrarsi, l’ambigua figura che avevamo notato si unì al gioco. Sensazioni confuse, respiro affannoso, pelle attraversata da brividi contrastanti. Alice si perse completamente, dove desiderio e abbandono si fondevano fino a diventare indistinguibili. Tutto era vertigine, tutto era eccesso, tutto era un delirio di piacere.

Quando finì, rimase solo il silenzio pesante. Alice era svuotata, segnata, ma attraversata da una quiete profonda, quasi luminosa. Le dissi di andare a lavarsi, mentre io rimasi indietro qualche istante, scambiando poche parole con quella presenza enigmatica, consapevole di quel linguaggio fatto di dominio e resa.

E pensai che esistono incontri che non richiedono spiegazioni, perché parlano direttamente alla parte più nascosta e inconfessabile del desiderio.

Si può cambiare uomo, ma non si può cambiare padrone.
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