incesto
Seduzione Matura: Il Segreto Cap 8
GlamMan
09.06.2026 |
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"Volevo che si lasciasse toccare da uno sconosciuto mentre io, nascosto in auto o in un vicolo, ero obbligato a guardare, filmando la scena o semplicemente subendo l'eccitazione di vedere la donna..."
Capitolo 8: Il banchetto delle maschereNon appena il rombo della jeep dello Zio Andrea si allontanò nel vialetto, il silenzio della casa si fece denso, quasi solido. Rimasi immobile dietro la tenda, il cuore che batteva contro le costole, finché una voce vellutata non infranse l’aria. «Puoi uscire, Giovanni. Lo spettacolo è finito ma la serata è appena iniziata. »
Uscii dal mio nascondiglio, sentendo le gambe pesanti. Anna era davanti a me, i capelli spettinati e un’espressione di languida soddisfazione sul volto. «Vai a farti una doccia,» mi ordinò, con un sorriso enigmatico. «Io ho bisogno di lavarmi via l'impronta di un altro uomo prima che Andrea torni. È la parte più noiosa del gioco, non trovi?»
La vidi sparire verso il bagno, sentendo il rumore dell'acqua scorrere. Quando tornò, profumata di sapone e gelsomino, indossava un abito di seta rosso fuoco che fasciava ogni sua curva, lasciando la schiena completamente nuda.
La cena fu una pièce teatrale perfetta. Andrea, rientrato dal bosco con il suo solito aspetto burbero e stanco, sedeva a tavola ignaro del rito che si era consumato poche ore prima sotto il suo tetto — o meglio, ignaro che io ne fossi stato testimone. Anna tesseva la tela con una maestria che mi lasciava senza fiato.
«Andrea, caro,» esordì lei, portandosi un boccone di vino alle labbra con una lentezza studiata, «oggi pomeriggio, mentre eri via, mi sono sentita così... abbandonata. Se non fosse stato per la compagnia di Marco, sarei rimasta sola a pensare a quanto è grigia la vita in montagna.»
Lo zio emise un grugnito di assenso, stanco, mentre Anna mi lanciava un'occhiata bruciante. «Per fortuna Marco sa sempre come far sentire una donna al centro del mondo,» aggiunse lei, facendo scivolare il piede sotto il tavolo fino a incastrarsi tra le mie caviglie. «Vero, Giovanni? Sei così silenzioso stasera. Ti senti svuotato dalla vacanza o c'è qualcos'altro che ti tormenta?»
Il suo piede risaliva lentamente lungo il mio polpaccio, mentre lei osservava lo zio con una nota di sfida divertita. Andrea, quasi infastidito dalla mia tensione, alzò lo sguardo. «Lascialo in pace, Anna. È solo un ragazzo.»
«Un ragazzo?» Anna rise, un suono cristallino che celava una malignità deliziosa. «Non ne sarei così sicura. A volte, proprio quando pensi di avere tutto sotto controllo, scopri che c'è qualcuno che osserva molto più di quanto immagini.»
Mentre continuava a stuzzicarmi, le sue parole erano doppi sensi continui, bordate che giocavano con la consapevolezza che io conoscevo il segreto di Andrea e della sua devozione sottomessa. Ogni volta che Anna inclinava il busto, la scollatura si apriva, offrendo dettagli proibiti che mi facevano fremere. Andrea, dal canto suo, continuava a mangiare, un uomo che, nel suo torpore, sembrava quasi godere di quella tensione, come se percepisse che intorno a lui si stava svolgendo un gioco di cui era la pedina principale, pur non conoscendone le regole.
La cena si concluse in un’atmosfera febbrile. Anna, salutando con un bacio casto sulla guancia del marito, si avvicinò a me. Il profumo del suo corpo — un mix di pulito e del ricordo del piacere di Marco — mi invase. «Riposa bene, Giovanni. Domani sarà un giorno lungo.»
La solitudine della mia camera era diventata un amplificatore di ossessioni. Il silenzio della casa di montagna, rotto solo dallo scricchiolare delle travi e dai suoni soffocati che provenivano dalla stanza di Andrea e Anna, rendeva ogni mio pensiero una lama che tagliava la realtà. Ero disteso sul letto, ma il mio corpo era teso come una corda di violino, divorato da fantasie che non avevano più confini. La mia mente, istruita dalla maestria di quella donna, iniziò a costruire scenari sempre più spinti, dove il limite tra ciò che era proibito e ciò che era necessario diventava un confine sottile quanto la seta delle sue calze.
La prima fantasia mi colpì come un pugno allo stomaco: immaginavo Anna entrare in camera mia nel cuore della notte, non per parlare, ma per usarmi come un giocattolo. La vedevo entrare nuda, con indosso solo i tacchi a spillo che avevano ritmato il suo piacere pomeridiano, e obbligarmi a rimanere immobile, legato al letto con le lenzuola. Volevo che mi dominasse, che usasse ogni centimetro della sua pelle per tormentarmi, lasciando che le sue unghie tracciassero solchi sulla mia carne mentre lei, con la calma di una regina, si prendeva tutto ciò che voleva, costringendomi a guardare mentre si soddisfaceva usando solo il mio corpo come supporto per il suo piacere solitario.
Poi, la mente corse allo scenario che mi ossessionava di più: il gioco a tre con Marco, il "bull". Immaginavo che Anna, con la sua diabolica lungimiranza, decidesse che fosse il momento di includermi nel rito, ma ponendomi in una posizione di totale inferiorità. La vedevo inginocchiata davanti a Marco, intenta a soddisfarlo, mentre lui mi ordinava di avvicinarmi. Anna mi avrebbe costretto a partecipare, non come un amante, ma come un servitore, obbligandomi a baciare la pelle di Marco, a leccare le gocce del suo piacere che colavano sul corpo di Anna. Mi immaginavo mentre lei, ridendo, mi costringeva a guardare Marco che mi umiliava, prendendola con una potenza che io non avrei mai potuto emulare, obbligandomi a toccarla solo nei punti che lui mi indicava, trasformando la stanza in un calderone di fluidi dove la mia esistenza si annullava di fronte alla sua supremazia alfa.
Non riuscendo a placare l'incendio, passai a una fantasia che includeva il dolore e la sottomissione totale. Immaginavo Anna nel ruolo di una severa padrona che mi ordinava di indossare i panni di un servitore umiliato. Mi vedevo inginocchiato ai suoi piedi, costretto a baciarle le scarpe, a leccare il tacco sporco di terra e polvere dopo che lei avesse camminato per il bosco. Mi faceva indossare un collare, mi trattava come un cane, costringendomi a seguire ogni sua mossa per la casa, mentre lei riceveva le attenzioni di altri uomini sotto i miei occhi. La mia eccitazione arrivava al culmine all'idea di essere solo una proprietà, un accessorio utile solo per il suo svago, privato di ogni dignità, annullato nella mia identità maschile per diventare parte integrante del suo harem privato.
Infine, l'immagine definitiva: la pubblica esposizione. Immaginavo Anna che mi portava in paese, nella stessa piazza del mercato dove aveva confessato di sentire il mio sperma scivolarle lungo le gambe, ma stavolta volevo che mi costringesse a una scena di voyeurismo estremo. Volevo che si lasciasse toccare da uno sconosciuto mentre io, nascosto in auto o in un vicolo, ero obbligato a guardare, filmando la scena o semplicemente subendo l'eccitazione di vedere la donna che mi aveva "sverginato" offrirsi a chiunque, solo per il gusto di sentirmi fremere di gelosia e brama.
Il respiro mi mancava, il letto era diventato un campo di battaglia di desideri frustrati. Sapevo che Anna non si sarebbe fermata. Sapevo che ogni mia fantasia, per quanto oscura, per quanto lontana dalla morale, era solo una pallida imitazione di ciò che lei, nella sua infinita e spietata sapienza, aveva già in serbo per me.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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