Lui & Lei
LA SALA D'ATTESA DEL PROF. LEVI (2)
24.02.2026 |
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"Su e giù, il pollice che ogni tanto passava sulla punta, raccogliendo l’umidità che già colava..."
Alle 10:55 la sala d’attesa era vuota, come se il mondo intero avesse deciso di lasciare loro quel piccolo spazio sospeso. Lui arrivò per primo stavolta, con lo stesso blazer grigio antracite ma una camicia azzurra pallida, il colletto sbottonato di un bottone in più rispetto alla settimana prima. Si sedette sullo stesso divanetto, le mani sulle ginocchia, fingendo di leggere qualcosa sul telefono mentre in realtà contava i secondi.Alle 11:03 la porta si aprì con quel clic discreto che ormai gli sembrava il suono di un interruttore mentale.
Lei entrò come se la stanza fosse un set cinematografico e lei la protagonista indiscussa. La gonna di pelle nera era la stessa – o forse una gemella identica – ma oggi portava una camicetta di seta avorio con il collo alla coreana, abbottonata fino all’ultimo bottone eppure aperta quel tanto da lasciare intravedere la clavicola e l’inizio del décolleté. Le calze velate color fumo sembravano ancora più trasparenti sotto la luce del mattino che filtrava dalle tende. I tacchi ticchettarono lenti, deliberati.
Non disse buongiorno. Si limitò a guardarlo, un’occhiata lunga, valutativa, quasi da predatore che riconosce la preda tornata volontariamente nella tana.
Si sedette accanto a lui, stavolta senza esitazioni: coscia contro coscia, il cuoio della gonna che sfregava appena contro il tessuto dei jeans di lui. Posò la borsa Hermès sul tavolino con un gesto lento, quasi cerimoniale.
«Sei puntuale» disse piano. «Bravo.»
«Ho preso ferie mezza giornata» rispose lui, la voce un po’ rauca. «Non volevo rischiare il traffico.»
Lei sorrise, un sorriso che non arrivava del tutto agli occhi ma li faceva brillare di qualcosa di pericoloso.
«Hai pensato a me, in questi sette giorni?»
«Ogni dannato minuto.»
«Bene.» Le sue dita si posarono sul ginocchio di lui, esattamente dove l’aveva sfiorato la volta precedente. Stavolta però non si fermarono lì. Risalirono piano, seguendo la cucitura interna dei jeans, fermandosi a metà coscia. «Perché io ho pensato a te. Ho scritto tre pagine di un racconto che non pubblicherò mai. Descriveva esattamente quello che sto per farti fare.»
Lui deglutì. Sentiva il calore della mano di lei attraverso il denim.
«Dimmi cosa c’era in quelle pagine» mormorò.
Lei si chinò verso il suo orecchio, le labbra quasi a contatto con il lobo.
«C’era una donna di settantotto anni che si sedeva sulle ginocchia di un uomo più giovane in una sala d’aspetto. Gli slacciava i jeans con calma. Lo prendeva in mano senza fretta. E poi… lo faceva venire senza che lui potesse emettere un suono. Perché se avesse fatto rumore, l’infermiera sarebbe entrata. E lei non voleva essere interrotta.»
Il respiro di lui si fece corto. La mano di lei era già sul bottone dei jeans, lo aprì con un gesto secco ma silenzioso. La zip scese lentissima, sotto il controllo assoluto delle sue dita.
«Alzati la camicia» gli ordinò sottovoce.
Lui obbedì, tirando il tessuto fino allo sterno. Lei guardò il suo addome, i muscoli ancora definiti nonostante i cinquantadue anni, la leggera peluria scura che spariva sotto l’elastico dei boxer.
Con un movimento fluido si alzò in piedi, gli diede le spalle per un istante – offrendogli la vista della schiena dritta, dei fianchi stretti dalla gonna – poi si voltò e, senza una parola, si sedette sulle sue ginocchia, di traverso, le gambe accavallate in modo che la gonna salisse abbastanza da mostrare il bordo delle calze e l’inizio della coscia nuda sopra.
Lui le cinse la vita con un braccio. Lei era leggera, ma solida, reale, calda. Sentì il profumo cipriato mischiarsi all’odore della pelle della gonna e del suo stesso desiderio.
Le dita di lei scivolarono dentro i boxer, lo trovarono già durissimo. Lo strinse piano, valutando lunghezza e spessore come se stesse scegliendo un oggetto prezioso in una boutique.
«Molto bene» sussurrò. «Proprio come l’avevo immaginato.»
Cominciò a muovere la mano con una lentezza esasperante. Su e giù, il pollice che ogni tanto passava sulla punta, raccogliendo l’umidità che già colava. Lui le affondò il viso nel collo, inspirando quel profumo che lo stava facendo impazzire.
«Non muoverti troppo» lo ammonì lei. «E non venire ancora. Voglio godermelo.»
Con l’altra mano gli prese il mento, lo costrinse a guardarla negli occhi mentre continuava il movimento. Erano vicinissimi, naso contro naso.
«Dimmi che sei sposato e che questo è sbagliato» gli disse.
«Sono sposato. È sbagliato. Molto sbagliato.»
«Eppure sei qui, con l’uccello in mano a una vecchia signora che potrebbe essere tua nonna.»
«Sì.»
Lei accelerò appena il ritmo. Lui gemette piano, soffocato contro la sua spalla.
In quel momento si sentì la porta dell’interno aprirsi. L’infermiera, voce annoiata: «Signor… Rossi? Tocca a lei.»
Lei non si mosse. Continuò a muovere la mano, lenta, implacabile.
«Dille che hai bisogno di altri cinque minuti» sussurrò all’orecchio di lui.
Lui alzò la voce, cercando di sembrare normale: «Mi scusi… ho bisogno di… cinque minuti ancora. Problema di stomaco.»
L’infermiera borbottò qualcosa e richiuse la porta.
Lei rise piano, un suono basso e vellutato.
«Bravissimo.»
Poi si chinò e lo baciò. Un bacio profondo, esperto, con la lingua che sapeva esattamente cosa fare. Mentre lo baciava, strinse più forte, accelerò. Lui sentiva di essere al limite.
«Vieni» gli ordinò contro le labbra. «Adesso. Silenzio.»
Lui obbedì. Si irrigidì, le dita affondate nei fianchi di lei, il respiro bloccato in gola mentre veniva nella sua mano, fiotti caldi che lei raccolse senza versarne una goccia. Tremò tutto, ma non emise un suono.
Lei continuò a muovere piano la mano finché non ebbe finito, poi estrasse le dita, le portò alle labbra e le leccò con calma, guardandolo dritto negli occhi.
Si alzò dalle sue ginocchia, lisciò la gonna, controllò che non ci fosse nessuna macchia visibile.
«Il prossimo mercoledì» disse semplicemente, prendendo la borsa. «Stavolta porta i pantaloni con la zip laterale. Mi faciliterai il lavoro.»
Gli sfiorò la guancia con le dita ancora umide del suo seme.
«A tra sette giorni, ragazzo mio.»
E uscì, lasciando la porta socchiusa e lui seduto lì, con i jeans aperti, il cuore che galoppava e la certezza assoluta che sarebbe tornato. Ogni mercoledì. Fino a quando uno dei due non avesse ceduto. O entrambi.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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