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Lui & Lei

LA SALA D'ATTESA DEL PROF. LEVI (3)


di Gabbiano59
24.02.2026    |    648    |    0 9.3
"Lui sentì le contrazioni intorno alle dita, il flusso caldo che gli bagnò il mento..."
Alle 10:50 lui era già lì, seduto sullo stesso divanetto, con i pantaloni che lei gli aveva chiesto: un paio di pantaloni grigi di flanella leggera, taglio slim ma non stretto, con la zip laterale nascosta sotto una patta discreta – il modello che usano gli stilisti per i completi da sera quando vogliono facilitare i cambi rapidi backstage. Li aveva comprati apposta il sabato precedente, provandoli due volte davanti allo specchio per assicurarsi che la zip scorresse silenziosa e fluida.
Portava una camicia blu notte, maniche arrotolate fino ai gomiti, orologio al polso sinistro, fede nuziale ancora al dito – non l’aveva tolta, e questo dettaglio lo eccitava più di quanto volesse ammettere.
Alle 11:04 lei entrò.
Stavolta il cambiamento fu evidente, quasi teatrale. La gonna di pelle nera era sostituita da un tubino di lana bouclé color antracite, aderente come una seconda pelle, lunghezza al ginocchio ma con uno spacco laterale che partiva da metà coscia e saliva pericolosamente quando camminava. Sotto, calze a rete finissima, nere, con una trama quasi invisibile che solo da vicino rivelava il disegno geometrico. Tacchi più alti del solito, almeno dieci centimetri, Louboutin neri opachi con la suola rossa che lampeggiava a ogni passo.
Non portava la borsa grande. Solo una pochette minuscola di vernice nera.
Si fermò sulla soglia, lo guardò da capo a piedi, annuì una volta sola – approvazione muta – poi chiuse la porta dietro di sé. Non a chiave (non c’era chiave), ma con un gesto lento, come se stesse sigillando il mondo esterno.
Camminò verso di lui senza fretta. Quando gli fu davanti, allargò leggermente le gambe, lo spacco del tubino si aprì abbastanza da mostrare che sotto non c’era slip, solo pelle nuda e il bordo delle calze a rete.
«Hai obbedito» disse piano.
«Sì.»
Lei posò la pochette sul tavolino, poi si chinò su di lui, le mani appoggiate ai braccioli del divanetto, intrappolandolo senza toccarlo.
«Oggi non ti toccherò con le mani» annunciò. «Oggi userai la bocca. E userai me.»
Lui sentì il sangue affluire ovunque tranne che al cervello.
Lei si raddrizzò, si voltò di spalle, sollevò il tubino con entrambe le mani fino ai fianchi. Niente slip, come aveva intuito. Solo il perizeme di pizzo nero minuscolo, quasi simbolico, che spariva tra le natiche ancora sode, segnate solo da qualche linea sottile del tempo che su di lei sembravano firme d’autore.
Si chinò in avanti, appoggiando le mani sul divanetto di fronte, il sedere offerto esattamente all’altezza del viso di lui.
«Toglilo con i denti» gli ordinò.
Lui si sporse. Afferrò il bordo di pizzo con i denti, tirò piano. Il perizeme scivolò giù lungo le cosce, impigliandosi per un attimo nelle calze a rete. Lei non si mosse finché non fu completamente a terra. Poi lo scavalcò con un piede, lo calciò via con il tacco.
Si girò, si sedette sul bordo del tavolino basso davanti a lui, aprì le gambe senza pudore. La vulva era depilata quasi completamente, solo una sottile striscia argentata – non grigia, argentata, come se avesse voluto ricordare a se stessa e a chi l’avesse vista che il tempo non l’aveva ancora vinta del tutto.
«Leccami» disse semplicemente. «Fino a farmi venire. Se ci riesci prima che arrivi l’infermiera, ti lascerò scopare quello che vuoi di me. Se non ci riesci… beh, dovrai aspettare altri sette giorni con l’erezione che hai adesso.»
Lui si inginocchiò sul pavimento senza pensarci due volte. Le mani le afferrarono le cosce, aprendo ulteriormente lo spacco del tubino. La lingua trovò subito il clitoride, piccolo, già turgido. Lei inspirò bruscamente, ma non emise suono.
Lui lavorò con metodo: cerchi lenti, poi pressione più decisa, poi succhiate leggere. Ogni tanto infilava la lingua più in basso, assaporando quanto era già bagnata. Lei gli infilò le dita tra i capelli, non per guidarlo, ma per tenerlo lì, esattamente dove voleva.
Passarono forse tre minuti. Il respiro di lei si fece più corto, le anche cominciarono a muoversi in piccoli scatti controllati.
«Più forte» sussurrò. «E metti due dita dentro.»
Lui obbedì. Due dita, curve verso l’alto, cercarono quel punto che – lo capì dal modo in cui lei si irrigidì – conosceva benissimo. Le succhiò il clitoride con più intensità, muovendo le dita in un ritmo costante.
Lei gli strinse i capelli abbastanza forte da fargli male.
«Sto per venire» ansimò piano. «Non fermarti. Non osare fermarti.»
Lui accelerò. Lei si inarcò, la schiena contro il muro, una mano sulla bocca per soffocare il gemito che stava per sfuggirle. Il corpo tremò in silenzio, onde lunghe e profonde. Lui sentì le contrazioni intorno alle dita, il flusso caldo che gli bagnò il mento.
Quando finì, rimase immobile per qualche secondo, respirando a fondo dal naso. Poi gli tirò i capelli verso l’alto, costringendolo a guardarla.
«Bravissimo» disse con voce ancora roca. «Hai vinto.»
Si alzò dal tavolino, si sistemò il tubino, ma non si rimise il perizeme. Lo raccolse da terra e lo infilò nella tasca interna della giacca di lui.
«Tienilo tu. Un ricordo.»
Poi si chinò su di lui, ancora in ginocchio, gli slacciò la patta laterale con un gesto esperto. Tirò fuori il sesso già durissimo, lo guardò per un attimo come se stesse decidendo la prossima mossa.
«Alzati» disse.
Lui si alzò. Lei si voltò, si chinò di nuovo appoggiandosi al tavolino, il sedere verso di lui, lo spacco del tubino che le incorniciava le natiche.
«Prendimi da dietro. Forte. Ma in silenzio.»
Lui non esitò. Si posizionò, entrò con un colpo deciso ma controllato. Lei era bagnata, calda, accogliente in un modo che lo fece quasi perdere il controllo subito. Cominciò a muoversi, mani sui fianchi di lei, ritmo crescente.
Lei girò la testa per guardarlo da sopra la spalla.
«Più forte. Voglio sentirti fino in fondo.»
Lui obbedì. La stanza si riempì solo del rumore attutito dei loro corpi che si incontravano, del respiro pesante di lui, del lieve scricchiolio del tavolino sotto le spinte.
Lei si morse il labbro inferiore, gli occhi socchiusi.
«Vieni dentro» gli ordinò. «Tutto. Non tirarlo fuori.»
Lui arrivò al limite in pochi colpi ancora. Si irrigidì, spinse fino in fondo e venne con un gemito soffocato contro la sua spalla, fiotti caldi che lei accolse contraendo i muscoli interni per spremerlo fino all’ultima goccia.
Rimasero così per qualche secondo, ansimanti, collegati.
Poi lei si staccò piano, si girò, gli prese il viso tra le mani e lo baciò – un bacio lento, profondo, quasi tenero.
«Il prossimo mercoledì» sussurrò «porta la cravatta. La userò per legarti le mani dietro la schiena. E stavolta sarò io a decidere quanto puoi venire.»
Si sistemò i capelli con un gesto rapido, prese la pochette, gli diede un ultimo sguardo – divertito, crudele, affamato.
«Vai in bagno a pulirti prima che entri qualcuno. Io ho un appuntamento con Levi. Non voglio che senta odore di sesso sulla mia pelle.»
E uscì, tacchi che ticchettavano come un conto alla rovescia.
Lui rimase in piedi, pantaloni aperti, il perizeme di pizzo nero nella tasca, il sapore di lei ancora sulle labbra, contando i giorni fino al mercoledì dopo.
Erano passati solo tre incontri.
E già non ricordava più come fosse la vita prima.
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