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Lui & Lei

LA SALA D'ATTESA DEL PROF. LEVI (4)


di Gabbiano59
24.02.2026    |    694    |    5 9.3
"» Si rialzò, si mise a cavalcioni su di lui senza calarsi del tutto: il perizeme sfiorava appena la punta del suo membro..."
Alle 11:01 lui entrò con una cravatta di seta nera arrotolata nella tasca interna della giacca. Non la portava al collo: l’aveva scelta apposta per lo scopo che lei gli aveva indicato sette giorni prima. Pantaloni scuri con zip laterale, camicia bianca, giacca sbottonata. Il cuore gli batteva già forte solo per aver attraversato il corridoio dello studio.
La sala d’attesa era deserta, come sempre in quei mercoledì mattina. Si sedette, estrasse la cravatta e la posò sul bracciolo accanto a sé, come un’offerta silenziosa.
Alle 11:06 lei arrivò.
Indossava un tailleur grigio perla impeccabile: giacca corta e attillata, gonna a tubino appena sopra il ginocchio con uno spacco posteriore che, quando camminava, lasciava intravedere il bordo di qualcosa di nero e trasparente. Tacchi altissimi, calze a rete finissima come la volta precedente, ma stavolta il dettaglio che catturò subito lo sguardo di lui fu il reggiseno visibile attraverso la camicetta di chiffon bianco semitrasparente: un balconcino di pizzo nero molto elaborato, con ricami floreali che sembravano dipinti a mano, coppe che spingevano il seno verso l’alto in modo quasi indecente per una donna della sua età. I capezzoli, eretti, si intuivano nettamente sotto il pizzo e la stoffa leggerissima.
Non portava reggicalze: le calze erano autoreggenti, con un bordo di pizzo nero largo cinque centimetri che spuntava ogni volta che la gonna saliva di un millimetro.
Chiuse la porta dietro di sé, girò la maniglia due volte come per controllare che fosse davvero chiusa, poi si avvicinò lenta.
«Hai portato la cravatta» constatò, prendendola tra le dita. La seta scivolò tra pollice e indice come se stesse accarezzando pelle.
«Sì.»
Lei sorrise – un sorriso lento, predatorio.
«Sai cosa significa?»
«Che oggi mi leghi.»
«Esatto. Ma prima…» Si chinò su di lui, le labbra a un soffio dalle sue. «Prima voglio che tu veda esattamente cosa indosso sotto.»
Si tolse la giacca con un gesto fluido, la lasciò cadere sul divanetto di fronte. La camicetta di chiffon era praticamente trasparente sotto la luce della lampada da tavolo: il reggiseno nero si vedeva in ogni dettaglio – i ricami che correvano lungo i bordi delle coppe, i piccoli fiocchetti di seta al centro, le spalline sottili incrociate sulla schiena. Il seno, pieno e alto nonostante gli anni, premeva contro il pizzo come se volesse strapparlo.
Poi si voltò di spalle.
«Slaccia la gonna» gli ordinò.
Lui allungò le mani, trovò la zip nascosta sul fianco. La fece scendere piano. La gonna cadde a terra con un fruscio morbido.
Sotto indossava un perizeme coordinato al reggiseno: pizzo nero, quasi interamente trasparente davanti, con un piccolo triangolo di seta opaca solo al centro. Dietro, solo un filo sottile che spariva tra le natiche. Le calze autoreggenti terminavano con quel bordo di pizzo spesso che le stringeva le cosce creando una leggera piega di carne morbida – imperfezione voluta, eccitante.
Si girò di nuovo verso di lui.
«Toccami» disse. «Solo con le dita. Sopra la lingerie. Voglio vedere quanto riesci a resistere senza strapparla.»
Lui obbedì. Le sfiorò i capezzoli attraverso il pizzo: erano duri, caldi. Lei inspirò piano. Poi scese con le mani lungo il ventre, sui fianchi, fino al perizeme. Il pizzo era già umido al centro. Lo sfregò piano con il pollice, sentendo il clitoride pulsare sotto la stoffa sottile.
Lei gli prese i polsi, li portò dietro la schiena.
«Adesso la cravatta.»
Gli legò i polsi con nodi precisi, stretti ma non dolorosi – nodi da chi sa legare da decenni, forse per gioco, forse per altro. La seta era fresca contro la pelle.
Poi lo spinse indietro sul divanetto, gli aprì le gambe con un ginocchio.
Si inginocchiò tra le sue cosce, slacciò la zip laterale dei pantaloni con i denti – letteralmente, mordicchiando il metallo freddo. Tirò fuori il sesso già eretto, lo guardò per un lungo momento.
«Oggi non ti vengo in bocca» annunciò. «Voglio che tu venga su di me. Sulla lingerie. Voglio portartela via addosso, sotto il tailleur, per tutto il resto della giornata.»
Si rialzò, si mise a cavalcioni su di lui senza calarsi del tutto: il perizeme sfiorava appena la punta del suo membro. Cominciò a strofinarsi contro di lui, lenta, controllata. Il pizzo ruvido contro la pelle sensibile lo fece gemere.
Lei gli mise una mano sulla bocca.
«Silenzio.»
Continuò a muoversi, avanti e indietro, bagnando il pizzo con i suoi stessi umori e con le prime gocce di lui. Il reggiseno premeva contro il petto di lui attraverso la camicetta aperta.
Poi si chinò, gli sussurrò all’orecchio:
«Dimmi dove vuoi venire.»
«Sul reggiseno» rispose lui senza esitazione. «Sul pizzo nero. Sui capezzoli.»
Lei sorrise contro il suo collo.
«Bravissimo.»
Si spostò leggermente, si chinò in avanti finché il seno non fu proprio davanti al viso di lui. Con una mano prese il suo sesso, lo puntò esattamente tra le coppe del balconcino. Con l’altra mano si strofinò il clitoride attraverso il perizeme, accelerando il proprio piacere.
«Vieni adesso» gli ordinò. «Mentre io vengo con te.»
Lui non resistette più. Si irrigidì, spinse contro la mano di lei e venne – fiotti caldi che colpirono il pizzo nero, inzuppandolo, scendendo lungo le coppe, macchiando la seta dei fiocchetti centrali. Contemporaneamente lei tremò, le anche scattarono in avanti, un orgasmo silenzioso ma violento che le fece stringere le cosce intorno a lui.
Rimasero così per qualche secondo, ansimanti.
Poi lei si staccò piano, guardò il disastro che aveva creato sul reggiseno: il pizzo era lucido, appesantito dal seme di lui, i ricami scuriti in alcuni punti.
Si rimise la camicetta senza pulirsi. I capezzoli, ancora turgidi, spingevano contro la stoffa bagnata, rendendo tutto ancora più visibile. Si rimise la gonna, lisciò il tailleur con le mani.
Prese la cravatta dai polsi di lui, la usò per pulirsi delicatamente le dita, poi la infilò nella tasca della giacca di lui.
«Tienila. La prossima volta la useremo diversamente.»
Si chinò, lo baciò sulla bocca – un bacio che sapeva di sesso e di potere.
«Il prossimo mercoledì» sussurrò «indosserò il completino che ho comprato a Parigi trent’anni fa e che non ho mai messo per nessuno. È di seta e pizzo Chantilly, completamente aperto davanti. E tu… tu dovrai deciderti se vuoi solo guardarmi mentre mi tocco, o se sei pronto a prendermi sul serio, senza cravatte, senza giochi. Solo noi due, nudi, fino alla fine.»
Gli sfiorò la guancia con il dorso della mano ancora umida.
«Pensaci bene, ragazzo mio. Mancano solo sette giorni.»
Uscì lasciando dietro di sé l’odore di sesso, pizzo bagnato e profumo cipriato.
Lui rimase lì, polsi ancora segnati dalla seta, il sapore di lei sulle labbra, e la certezza che il prossimo mercoledì non avrebbe più avuto scampo. Né voglia di scampo.
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