Lui & Lei
LA SALA D'ATTESA DEL PROF. LEVI
24.02.2026 |
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"Se le va di scoprire quanto riesci a essere indecente in una sala d’aspetto… io non grido mai..."
La sala era piccola, quasi intima, con due divanetti di pelle color cognac e una pianta di ficus che nessuno si ricordava mai di innaffiare. L’orologio a muro segnava le 11:17, ma il professor Levi era notoriamente in ritardo cronico.Lei era seduta composta, le gambe accavallate con quell’angolazione perfetta che solo le donne abituate da sessant’anni a essere guardate sanno mantenere. La gonna di pelle nera, tagliata da un sarto che non accettava più clienti da almeno quindici anni, le arrivava appena sopra il ginocchio quando era in piedi, ma ora, seduta, era risalita quel tanto che bastava a mostrare la trama finissima delle calze velate color fumo. Le scarpe, décolleté nere con un tacco medio, avevano quel lucido discreto che costa più di molte borse firmate.
Non portava gioielli vistosi: solo due minuscole perle alle orecchie e la fede nuziale sottile, quasi invisibile sotto la luce morbida della sala. Aveva settantotto anni e lo sguardo di chi, negli anni Settanta, aveva fatto girare la testa a uomini che oggi erano nonni o tombe.
Lui entrò alle 11:22, giacca di cashmere grigio antracite sopra una camicia bianca aperta sul collo, jeans scuri ben tagliati, mocassini Tod’s consumati quel tanto che basta per sembrare vissuti e non comprati ieri. Cinquantadue anni portati con una certa noncuranza atletica. Si fermò un attimo sulla soglia, valutò la stanza, vide lei, e qualcosa – un impercettibile cambio di postura – tradì che l’aveva notata davvero.
«Buongiorno» disse lei per prima, con quella voce bassa, leggermente roca, che sembrava sempre sul punto di raccontare un segreto.
«Buongiorno» rispose lui, e si sedette sul divanetto di fronte, non troppo lontano.
Silenzio di due minuti buoni. Solo il ticchettio dell’orologio e il fruscio leggerissimo delle calze di lei quando cambiò posizione, accavallando le gambe dall’altra parte.
«Lei è qui per il professor Levi?» chiese lei, come se la domanda fosse una formalità necessaria per continuare a guardarlo.
«Sì. Controllo di routine. E lei?»
«Una vecchia amica del professore. Mi tiene d’occhio da… troppi anni.» Un piccolo sorriso obliquo. «Dice che sono un caso interessante.»
Lui rise piano. «Non dubito.»
Fu quel “non dubito” a far scattare qualcosa. Lei inclinò appena la testa, studiandolo.
«Lei non è di Milano, vero?»
«Ci abito da vent’anni. Ma no, non ci sono nato.»
«Si sente. Ha ancora un po’ di… fame negli occhi. I milanesi nati qui di solito hanno già smesso di avere fame a trentacinque anni.»
Lui la guardò meglio, sorpreso dalla precisione chirurgica della frase. Lei sostenne lo sguardo senza battere ciglio.
«Posso farle una domanda indiscreta?» riprese lei.
«Prego.»
«Quando è stata l’ultima volta che ha fatto qualcosa che sua moglie non approverebbe?»
Il silenzio che seguì durò esattamente sette secondi. Lui sentì il cuore spostarsi di un centimetro nel petto.
«Da parecchio» rispose alla fine, con onestà brutale.
Lei annuì lentamente, come se avesse appena ricevuto la conferma di un’ipotesi che già considerava certa.
Poi, senza preavviso, si alzò. Fece due passi verso la finestra, come per guardare fuori, ma in realtà per offrirgli la visuale completa: la linea della schiena, il profilo dei fianchi ancora torniti sotto la gonna di pelle, il modo in cui la calza velata catturava la luce e la rimandava indietro come seta liquida.
Tornò a sedersi, ma stavolta non sul divanetto di fronte. Scelse la poltrona accanto a lui. Le loro ginocchia quasi si sfioravano.
«Sa qual è il vantaggio di avere la mia età?» gli chiese a voce molto bassa.
Lui scosse la testa.
«Che nessuno sospetta più niente. Posso fare qualsiasi cosa. Letteralmente qualsiasi cosa. E la gente continuerà a dire: “Che signora distinta, che eleganza, che classe”.»
Le sue dita, curate ma con un rossetto bordeaux un po’ più scuro della norma, si posarono per un istante sul bracciolo, vicinissime alla gamba di lui.
«Lei invece…» continuò «…lei ha ancora molto da perdere. Moglie, reputazione, figli forse. Eppure è qui e mi sta guardando le gambe da quando è entrato.»
Lui non negò. Non poteva.
«Vuole sapere una cosa che ho imparato scrivendo romanzi per cinquant’anni?» sussurrò lei, chinandosi appena verso di lui. Il profumo era lieve, costoso, cipriato con una nota di muschio animale che non ci si aspetta più da una donna della sua età.
«Prego» riuscì a dire lui.
«Le persone perbene sono le più ferocemente affamate. Solo che hanno imparato a mangiare in silenzio.»
La mano di lei si mosse. Lentissima. Le dita sfiorarono il bordo della sua coscia, appena sopra il ginocchio, come se stesse controllando la qualità del tessuto dei jeans.
Lui inspirò bruscamente.
In quel momento la porta dello studio si aprì. L’infermiera, con la solita faccia annoiata, disse: «Dottoressa Alberti, tocca a lei.»
Lei non si mosse subito. Guardò lui negli occhi, a lungo.
Poi si alzò con la stessa grazia con cui era rimasta seduta per quarant’anni nei salotti buoni di Milano.
Prima di seguire l’infermiera si chinò verso di lui, abbastanza vicina da fargli sentire il calore della guancia.
«Io sono qui tutti i mercoledì alle undici» mormorò. «Il professore è sempre in ritardo di almeno quaranta minuti. Se le va di scoprire quanto riesci a essere indecente in una sala d’aspetto… io non grido mai.»
Gli sfiorò il labbro inferiore con il pollice, un gesto rapido, quasi professionale.
Poi si voltò e sparì dietro la porta, lasciando dietro di sé solo il rumore attutito dei tacchi sul parquet e l’odore di pelle, profumo e desiderio represso da troppi decenni.
Lui rimase seduto, immobile, con il cuore che gli martellava nelle orecchie e un’erezione che non riusciva a nascondere sotto i jeans.
Guardò l’orologio.
11:29.
Il prossimo mercoledì era tra sette giorni.
Sapeva già che ci sarebbe tornato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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