Lui & Lei
L'ESTATE PROIBITA DI ZIA LAURA (3)
25.02.2026 |
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"Per un istante gli slipini si tesero ancora di più, la macchia umida si allargò leggermente, e Marco vide – o credette di vedere – il contorno netto del clitoride premuto contro il cotone..."
Il pomeriggio era uno di quei pomeriggi d’estate che sembrano durare per sempre: il sole filtrava obliquo attraverso le persiane socchiuse, disegnando strisce dorate sul pavimento di cotto, e l’aria era densa di calore e silenzio. Marco era rientrato dalla spiaggia un po’ prima del solito, i capelli ancora umidi di mare, la pelle arrossata dal sole. Aveva detto alla zia che voleva riposare un po’, ma in realtà non riusciva a stare fermo: il pensiero di lei lo seguiva ovunque, come un’ombra dolce e inquietante.Laura era in salotto, sdraiata sul divano lungo, quello di vimini chiaro con i cuscini a righe bianche e azzurre. Indossava un vestitino estivo di cotone molto leggero, quasi trasparente alla luce giusta, color crema con minuscoli fiorellini azzurri. Le spalline sottili le scivolavano appena sulle spalle, e la gonna arrivava a metà coscia quando era in piedi; ora, sdraiata di traverso, le era risalita pericolosamente. Aveva un libro aperto in grembo – un vecchio romanzo di Colette, pagine ingiallite – ma non leggeva davvero. Gli occhi scorrevano le righe senza afferrarle. La sua mente era altrove.
Sapeva che Marco era rientrato. Aveva sentito la porta d’ingresso chiudersi piano, i suoi passi incerti sulle scale, poi di nuovo giù. Non lo aveva salutato ad alta voce. Aveva scelto di restare immobile, fingendo di essere immersa nella lettura, il respiro calmo, le labbra socchiuse in un’espressione di concentrazione serena.
Accavallò le gambe lentamente, con un movimento studiato ma che voleva sembrare casuale. La gamba destra si posò sopra la sinistra, la gonna si tese e salì di qualche centimetro ancora. Sotto non portava reggiseno – il cotone leggero le sfregava appena i capezzoli, già sensibili per il calore e per i pensieri che le giravano in testa da ore. E sotto, naturalmente, c’erano gli slipini bianchi. Quelli ridottissimi, quasi un perizoma di cotone elasticizzato, con il bordo di pizzo sottile che le stringeva appena i fianchi. Li aveva scelti apposta quel mattino, dopo una doccia lunga e lenta durante la quale si era toccata pensando a lui, lasciando che l’acqua calda le scorresse tra le cosce mentre immaginava le sue mani inesperte al posto delle sue.
Ora quegli slipini erano umidi. Non solo per il sudore del pomeriggio afoso, ma per gli umori che le erano colati piano durante le ultime ore, mentre fantasticava su cosa sarebbe successo se avesse abbassato il libro e lo avesse guardato negli occhi. Sentiva la stoffa aderire perfettamente alla vulva gonfia, il tessuto quasi trasparente in quel punto, impregnato del suo desiderio represso. Ogni piccolo movimento faceva sfregare il cotone contro il clitoride, mandandole piccole scariche di piacere che le contraevano il basso ventre.
Marco entrò in salotto in punta di piedi, credendo di non essere notato. Si fermò sulla soglia, il cuore che gli martellava nelle orecchie. La vide lì, apparentemente assorta nella lettura, il libro tenuto alto davanti al viso, le gambe accavallate in quel modo che sembrava disegnato apposta per torturarlo. La gonna era salita abbastanza da lasciar intravedere l’interno delle cosce, la pelle chiara e morbida, e poi… più in alto.
Deglutì a vuoto. Non riusciva a distogliere lo sguardo.
Laura finse di girare pagina. Il gesto le fece muovere leggermente il bacino, e la gamba superiore scivolò di un altro paio di centimetri. Ora la vista era inequivocabile: il triangolo bianco degli slipini, minuscolo, teso sulla carne, con una macchia scura al centro che tradiva quanto fosse eccitata. Il cotone si era modellato perfettamente sulle piccole labbra gonfie, delineandone la forma con una precisione oscena. Marco sentì il sangue affluirgli al basso ventre, l’erezione che premeva dolorosamente contro i pantaloncini corti del costume ancora umido.
Lei non si mosse. Continuò a “leggere”, il respiro un po’ più corto, le guance leggermente arrossate. Dentro di sé il conflitto infuriava ancora: Sto sbagliando. Sto sbagliando tutto. Dovrei coprirmi, alzarmi, mandarlo via. Ma il corpo la tradiva. Sentiva gli slipini sempre più bagnati, il clitoride pulsare a ogni battito del cuore. Sapere che lui la stava guardando, che stava vedendo esattamente quello che lei voleva fargli vedere, la mandava in un’estasi silenziosa e colpevole.
Marco fece un passo avanti, poi un altro. Si fermò a due metri dal divano, incapace di avvicinarsi di più. Le mani gli tremavano. Avrebbe voluto inginocchiarsi, sfiorarle le gambe, annusare quel profumo intimo che saliva da lei. Invece restò lì, ipnotizzato, il respiro corto, una mano che inconsciamente si posò sul davanti dei pantaloncini per premerci sopra, cercando di alleviare la pressione senza osare di più.
Laura spostò di nuovo la gamba, stavolta con una lentezza deliberata. La coscia superiore scivolò sull’altra, aprendo e chiudendo appena lo spazio tra le gambe. Per un istante gli slipini si tesero ancora di più, la macchia umida si allargò leggermente, e Marco vide – o credette di vedere – il contorno netto del clitoride premuto contro il cotone. Un gemito strozzato gli sfuggì dalla gola, bassissimo, quasi impercettibile.
Lei lo sentì.
Chiuse gli occhi per un secondo, mordendosi l’interno della guancia per non tradirsi. Il senso di colpa la colpì come uno schiaffo, ma subito dopo arrivò un’onda di calore ancora più forte. Lo sto facendo apposta, pensò. Lo sto torturando. E mi piace. Aprì di nuovo gli occhi, continuando a fingere di leggere, ma ora il libro le tremava leggermente tra le mani.
Passarono minuti che sembrarono ore. Nessuno dei due parlò. Lui restò lì, immobile, a guardare. Lei restò lì, immobile, a farsi guardare. Il silenzio era carico di elettricità, rotto solo dal ronzio lontano delle cicale e dal respiro sempre più affannoso di entrambi.
Alla fine fu Laura a spezzare l’incanto.
Sospirò piano, come se si stesse stiracchiando dopo una lunga lettura, e abbassò lentamente il libro. Non lo guardò subito. Posò il romanzo sul tavolino, si stirò con le braccia sopra la testa – il gesto fece tendere il tessuto sul seno, i capezzoli duri ben visibili – poi si alzò con grazia felina.
“Marco,” disse con voce morbida, quasi materna, come se solo in quel momento si accorgesse di lui. “Non ti avevo sentito entrare.”
Lui arrossì violentemente, balbettando qualcosa di incomprensibile, gli occhi che schizzavano ovunque tranne che su di lei.
Laura sorrise, un sorriso dolce e un po’ triste. Si avvicinò di un passo, abbastanza da fargli sentire il calore del suo corpo.
“Fa molto caldo oggi, vero?” mormorò, sfiorandogli il braccio con le dita. “Forse dovremmo fare una doccia fresca, tutti e due.”
Non aggiunse altro. Si voltò e salì le scale, il vestitino che ondeggiava a ogni passo, lasciando intravedere per un ultimo istante il bianco degli slipini umidi che le aderivano alla pelle.
Marco rimase fermo in mezzo al salotto, il cuore che gli scoppiava nel petto, il sapore del proibito che gli bruciava in gola.
E Laura, una volta arrivata in camera sua, chiuse la porta, si appoggiò al muro e si lasciò scivolare a terra, le gambe aperte, le dita già sotto il tessuto bagnato, strofinando furiosamente mentre riviveva lo sguardo di lui su di sé. Pianse piano, tra un gemito e l’altro, travolta dal senso di colpa e dal piacere che non riusciva più a fermare.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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