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Lui & Lei

Le Avventure Di Chiara:La Squadra Di Calcio6


di Membro VIP di Annunci69.it Adam82209
16.06.2026    |    33    |    0 6.0
"«Vero, amore?» Io, che ormai avevo preso gusto alle sue trovate, me la stavo ridendo di gusto..."
La settimana dopo facemmo la quinta estrazione. Io estrassi il numero 10, Iole il numero 7, ma venne fuori un problema… tanto per cambiare. Il mio ragazzo ebbe un contrattempo ed era impossibilitato a venire, così dovemmo rinviare l’incontro alla settimana successiva, esattamente il giorno prima della sesta estrazione.

Per farsi perdonare del pacco che era stato costretto a tirare, venne a prendermi in macchina fino a Bologna e, visto che ci eravamo sentiti tutta la settimana, ebbi modo di conoscerlo meglio. Fu subito chiaro che il numero 10 era molto diverso da tutti gli altri. Con i suoi trentadue anni era sì più maturo, ma anche molto, molto più porco.

Come ho già detto, durante la settimana parlammo molto di noi, ma anche di come e cosa avremmo fatto nelle nostre ventiquattro ore. Anzi, a dire il vero, fece tutto lui e il programma che aveva stilato era così esagerato che francamente pensai di avere a che fare con il solito cazzaro, uno di quelli che ti promettono mari, monti e colline e poi è già tanto se ti danno un secchiello di sabbia.

Da come ne parlava, lo avremmo fatto in media ogni tre ore e nei posti più disparati. Io non dissi nulla: primo, perché in base alle regole del gioco dovevo essere a sua disposizione senza discutere; secondo, perché era così sicuro di sé che mi convinsi di avere a che fare con un megalomane innocuo.

Arrivò a casa mia con un grosso mazzo di rose. Lo feci accomodare e gli preparai un caffè. Ero appena tornata a casa e non avevo avuto il tempo di prepararmi come mi aveva ordinato, vale a dire non molto appariscente ma senza intimo.

Quando ritornai in soggiorno con un completo autunnale e una gonna fino al ginocchio, mi squadrò dalla testa ai piedi e annuì soddisfatto.

«Ora avvisa Iole che per le prossime ventitré ore e quaranta minuti, se ti vuole, deve contattare solo me.»

Mandai il messaggio e, spento il cellulare, lo misi nello zaino, impaziente di iniziare quella nuova avventura.

Lui si alzò e, sistemandomi una ciocca di capelli, mi ricordò che non ero tenuta a fare nulla, che era soltanto un gioco. Io gli risposi chiaramente che non lo stavo facendo perché ero obbligata, ma perché lo volevo.

Ed era vero.

Quel gioco con Iole, iniziato quasi per caso, era diventato un’ossessione. Che poi, ironia della sorte, era cominciato tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, proprio il periodo in cui, da sempre, il mio corpo impazzisce e sono eccitata all’inverosimile.

E questo lui lo aveva capito e ci avrebbe giocato alla grande.

Poco prima di uscire mi prese da dietro mentre sistemavo le tazzine e, sollevandomi la gonna, mi montò sul tinello. Quando fui lì lì per arrivare, si fermò e, rimettendosi a posto, mi disse che per il momento poteva bastare.

Dalla tasca tirò fuori un ovetto vibrante e un plug che, per fortuna, era piuttosto piccolo. Me li mise raccomandandomi di non toglierli mai, soprattutto il plug.

Uscimmo di casa e andammo a pranzo. Le chiacchiere mi fecero completamente dimenticare dell’intruso che avevo addosso e, quando lo accese alla massima potenza, quasi caddi dalla sedia.

Dopo qualche minuto arrivò il cameriere per prendere l’ordinazione e mi ritrovai a dare la comanda con quell’affare che faceva crescere il mio piacere attraverso le sue fortissime vibrazioni. L’anziano cameriere, sicuramente, avrà pensato di avere a che fare con una persona con seri problemi di dislessia.

Quando si allontanò con le nostre ordinazioni ero a un passo dal perdere il controllo, ma lui lo spense.

Dopo pranzo salimmo in macchina e ci dirigemmo verso Parma percorrendo la provinciale. Attraversammo i classici paesi della pianura padana fino ad arrivare in una piazza dove parcheggiò.

«Sei credente, Chiara?»

Guardai prima la chiesa di fronte a noi e poi lui, scuotendo la testa e cercando di capire il motivo di quella domanda.

«Io sì, e pure tanto… Devi fare una cosa per me. Devi entrare dentro e confessarti.»

Scese dalla macchina, venne ad aprirmi lo sportello e, porgendomi la mano, mi aiutò a scendere.


Entrammo in chiesa e andammo a sederci su una panca vicino al confessionale. Fuori, in ginocchio, c’era una vecchietta.

Mentre aspettavamo che finisse, mi restituì il cellulare ordinandomi di chiamarlo durante la confessione. Quando arrivò il mio turno andai a inginocchiarmi e attivai la chiamata.

Ancora una volta avevo completamente dimenticato l’ovetto che, immancabilmente, si accese appena aprii bocca. Se poi aggiungiamo il fatto che il maledetto si era raccomandato di confessare al prete il mio rapporto saffico con Iole e le nostre avventure, ecco servito uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita.

Il prete ascoltò attentamente senza dire nulla, scambiando la mia voce spezzata dalle scariche di piacere per vergogna e pentimento.

Quando mi bloccai, sopprimendo la voglia di urlare, la vibrazione cessò. Con il respiro affannato e quasi in lacrime dissi al prete che non riuscivo a continuare. Lui mi diede l’assoluzione e i canonici dieci Padre Nostro e dieci Ave Maria.

Mi alzai e, bruciando il numero dieci con lo sguardo, andai vicino all’altare maggiore. Appena poggiai il sedere sulla panca, la vibrazione ricominciò.

Mi voltai verso di lui come a dirgli: “Spegni questo affare”.

Lui mi fece capire di stare zitta e di mettermi in ginocchio.

Feci segno di no.

Lui aumentò la vibrazione.

Mi alzai e mi misi in ginocchio iniziando a pregare. A quel punto spense l’ovetto.

Finito il secondo Padre Nostro arrivò il prete, che si mise a parlare con un signore a pochi metri da me. La vibrazione ripartì con forza e durò fino a quando non terminai.

Quando mi tirai in piedi, barcollando, dovetti aggrapparmi a una panca per non cadere a terra.

Il numero dieci venne a prendermi porgendomi un braccio e tornammo in macchina.

Ripartimmo in silenzio ma, appena usciti dal paese, lo sbranai. Ero incazzatissima. Va bene che non sono credente, ma ho sempre avuto rispetto della fede altrui.

Lui non disse nulla.

Semplicemente svoltò in una strada sterrata e si fermò. Mi tirò a sé e mi baciò, leccandomi il palato e mordendomi la lingua.

«Bene… ora sei abbastanza incazzata ed eccitata.»

Scese dall’auto e, appoggiato al cofano anteriore, si accese una sigaretta.

Lo raggiunsi accendendomene una anch’io. A ogni boccata mi voltavo, lo guardavo e ridevo. Ero ancora arrabbiata, ma la sua faccia da schiaffi riusciva comunque a farmi sorridere.

«Sei un figlio di…»

Lui continuò a fumare senza scomporsi.

Accese di nuovo l’ovetto e io strinsi le gambe chiudendo gli occhi.

Fu una questione di qualche secondo ma sufficiente per ritrovarmi a pecora, con la gonna alzata e la testa sul cofano dell’auto.

Sentii le sue mani giocare con il plug e il bordo dell’ovetto, come se fosse indeciso su quale del due togliere.
Con un colpo secco levò il plug e con altrettanta velocità infilò il suo cazzo, prima ancora che finissi la parola

“noooo”

Il dolore era diventato piacere

“Lo sapevo che ti sarebbe piaciuto…. E che sei bella larga”


Quelle parole, dette senza volgarità e con un tono di voce dolcissimo mi eccitarono più dei miei orifizi occupati.

Mi lasciai andare e non capii più niente fino a quando non raggiungemmo entrambi l’apice del piacere.


Lui non perse tempo e sfilatosi da me rimise subito il plug al suo posto mentre io lo ripulii come si deve



Poco dopo ripartimmo e arrivati in un centro commerciale facemmo un giro per i negozi come se nulla fosse successo .

Quando passammo davanti ai bagni mi afferrò per una mano e mi trascinò dentro uno dei gabinetti. Non mi diede neppure il tempo di dire o fare qualcosa ,mi ritrovai con le spalle contro il muro aggrappata alle pareti .

Questa volta tolse l’ovetto e senza tanti complimenti mi montò afferrandomi per le natiche

Fregandomene di poter essere sentita, mi lasciai andare completamente. Nonostante non fossimo soli, non riuscivo più a preoccuparmene.

Quando uscimmo dal bagno ci ritrovammo davanti una signora che rimase scandalizzata nel vedere un uomo che si sistemava la patta dei pantaloni e una donna con la gonna in disordine uscire dalla stessa porta.

«Buon pomeriggio, signora… non si preoccupi, non abbiamo fatto uscire nemmeno una goccia…»

Poi si voltò verso di me.

«Vero, amore?»



Io, che ormai avevo preso gusto alle sue trovate, me la stavo ridendo di gusto.

Continua…..
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