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Lui & Lei

Ti amo


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
16.06.2026    |    109    |    0 8.0
"E non si preoccupi per il biglietto: stavolta glielo pago io subito, pur di non vedere mai più la sua faccia»..."
Stefani quotidianamente riceveva dalla madre telefonate per farsi dire com'era andato il lavoro e, molto spesso, con una scusa qualsiasi, le chiedeva di mandarle dei soldi. Stefani, per l'amore che provava per lei, faceva sacrifici enormi e le inviava tutto quello che poteva, ma in realtà quei soldi servivano a tutt'altro: servivano per far vivere bene la madre insieme al suo chulo, un ragazzo molto più giovane di lei rimasto a Caracas.

Nonostante questo, un giorno Stefani mi ha guardato con gli occhi pieni di speranza e mi ha detto che voleva farle un regalo. Sentiva la sua mancanza e voleva farla venire qui a Isla Margarita per farle passare una vacanza tranquilla insieme a noi. Stefani ha messo mano ai suoi risparmi, ha organizzato tutto e le ha comprato il biglietto aereo. Io, per amore della mia ragazza, non ho detto nulla e ho accettato di ospitarla in casa nostra. Non potevo immaginare cosa si sarebbe tirata dietro.

Quando la madre è arrivata, la recita è durata pochissimo. Giusto il primo giorno l'entusiasmo ha tenuto in piedi la maschera della mamma dolce, grata per il viaggio e affettuosa. Ma già dal secondo giorno la situazione ha iniziato a farsi ambigua. I primi due giorni Stefani non doveva andare al locale a lavorare, era libera, quindi siamo andati tutti insieme al mare, giù nelle spiagge dell'isola. È stato lì che le differenze tra madre e figlia sono venute fuori in tutta la loro carica provocatoria. Stefani era bellissima: bionda, slanciata, con le gambe lunghe, un fisico da modella e un culetto perfetto, sodo e aggraziato. La madre, invece, era l'esatto opposto: una tipica milfona sudamericana, formosa, con le tette grandi, un culone e delle coscione prorompenti, ma comunque una donna molto bella e consapevole di esserlo.

Invece di comportarsi con discrezione, la madre ha deciso di mettersi un perizoma provocantissimo, chiaramente esibito per farsi notare e per creare malizia, muovendosi sul bagnasciuga senza alcuna vergogna. Mi passava davanti in continuazione sul bagnasciuga, studiando ogni mio movimento; fingeva di dover raccogliere qualcosa sulla sabbia e si abbassava proprio davanti a me, piazzandomi quel culone dritto davanti alla faccia per provocare la mia reazione. E non è finita lì. Quando finalmente abbiamo deciso di fare il bagno, si è avvicinata a me in acqua: facendo finta di niente, come se fosse un movimento del tutto casuale dovuto alle onde, allungava le mani sott'acqua e mi toccava la gamba, sfiorandomi con malizia. Era un gioco continuo, ravvicinato. Già lì, sulla spiaggia, aveva iniziato a provocarmi pesantemente, gettando le basi per quello che avrebbe fatto dopo.Successivamente, finiti i giorni di riposo, per Stefani è arrivato il momento di tornare regolarmente al lavoro al locale.La sera ero io ad accompagnarla in macchina per assicurarmi che arrivasse tranquilla. Ma non appena la lasciavo lì e tornavo a casa, era in quei momenti, rimanendo soli, che l'ambiguità si trasformava in qualcosa di calcolato.

La signora era rimasta subito colpita dal nostro appartamento: era un bell'appartamento, spazioso e ben curato, e lei si muoveva studiando gli spazi. Quando io e lei rimanevamo soli, iniziava a fare domande continue e mirate sulla mia situazione familiare e personale, con il chiaro intento di studiare il mio terreno e pesare la mia situazione in generale. Io non la calcolavo proprio, la ignoravo, ma la provocazione è diventata pesante la sera stessa del quarto giorno.
Stavo andando in camera mia e, per forza di cose, dovevo passare dal corridoio proprio davanti alla porta del bagno. La signora era dentro a farsi la doccia e aveva lasciato la porta socchiusa, non del tutto aperta. Si vedeva tutto benissimo sotto la luce: lei era lì sotto l'acqua e si masturbava in modo frenetico, toccandosi il clitoride con velocità e sfacciataggine, esibendosi senza alcuna vergogna.Io ho fatto finta di niente e ho proseguito.Poco dopo, è uscita dal bagno coperta soltanto da un asciugamano, decisamente sexy. Si è avvicinata a me in soggiorno e, guardandomi dritto negli occhi con fare del tutto malizioso, mi ha detto a voce bassa: «Perdonami... non ho resistito. Ma sai, è da tanto tempo che non ho un uomo...». Nel muoversi e nel dirmi queste parole, faceva in modo di far vedere parecchio da sotto l'asciugamano, giocando sul fatto di scoprirsi quel tanto che bastava per lasciar andare del tutto la provocazione e lasciando pochissimo spazio all'immaginazione.

A quel punto, davanti a quel gioco sfacciato, mi sono alzato dal divano. Ho deciso di tagliarle le gambe immediatamente: mi sono sbottonato i pantaloni e ho tirato fuori il cazzo, tenendolo bene in vista. Lei, vedendolo, non ha perso un secondo: si è avvicinata subito, con gli occhi che brillavano di bramosia, e ha allungato la mano per prenderlo. Ma un istante prima che le sue dita potessero toccarmi, ho scartato di lato e gliel'ho negato, lasciandola con la mano nel vuoto. L'ho guardata dritto negli occhi, gelido.

«Ti piace? Lo vorresti prendere?», le ho detto.

Lei è rimasta un attimo immobile, pietrificata dal gesto, convinta che l'avessi appena assecondata. Ma prima ancora che potesse riprovarci, l'ho bloccata sul posto. Ho preso il cazzo, l'ho rimesso dentro i pantaloni, mi sono abbottonato e l'ho guardata con disprezzo.

«Mi dispiace. Questo non è per te», le ho detto chiaramente, rifiutandola brutalmente.

La signora ha incassato il colpo in pieno. Ha capito di essere stata sbugardata e, con l'orgoglio ferito e la faccia stravolta dall'umiliazione, se n'è andata dritta in camera sua, chiudendosi la porta alle spalle. Penso che non avesse mai subìto uno smacco del genere in vita sua.

Quando, più tardi, sono tornato al locale a prendere Stefani alla fine del turno, ho deciso di tacere. Durante il viaggio di ritorno guardavo la mia ragazza stanca ma tranquilla, e ho capito che non potevo semplicemente raccontarle l'accaduto. Se avessi parlato subito, senza prove, la madre avrebbe potuto fare la vittima, rigirare la frittata e dire che ero io ad averle teso un'imboscata. No, doveva cadere da sola, davanti agli occhi di sua figlia.

Il giorno successivo l'aria in casa si poteva tagliare col coltello. La madre, umiliata per il rifiuto, faceva finta di niente davanti a Stefani, tenendosi a distanza e recitando la parte della donna offesa. Ma sapevo che la malizia non le era passata e che avrebbe cercato un'altra occasione per rivalersi. Così ho deciso che era arrivato il momento di far scattare la trappola definitiva.

Era arrivata l'ora del turno di Stefani. Prima ancora di uscire, l'ho presa da parte in camera e le ho spiegato tutto nei dettagli, mettendola davanti alla realtà: «Ascoltami bene, Stefani. C'è qualcosa che non va con tua madre. Continua ad avere atteggiamenti ambigui che non mi piacciono per niente e stasera voglio farti vedere chi hai veramente dentro casa. Ora usciamo insieme, scendiamo nel parcheggio e prendiamo la macchina facendo finta di andare al locale come sempre. Ma dopo un quarto d'ora rientriamo nel parcheggio. Io salirò in casa da solo, e tu rimarrai ad aspettare fuori sul pianerottolo con le chiavi in mano».

Stefani mi ha ascoltato seria, un po' scossa ma decisa a capire. Così siamo usciti, siamo saliti in macchina e siamo venuti fuori dal parcheggio sotto gli occhi della madre. La signora non si aspettava minimamente di finire sotto la lente d'ingrandimento: per lei era una serata come le altre, sapeva che la figlia stava andando al lavoro e che io, dopo averla accompagnata, sarei rientrato a casa da solo come facevo sempre. Non poteva immaginare che stavolta l'ingranaggio era diverso.

Dopo circa un quarto d'ora di giro, siamo rientrati normalmente nel parcheggio del palazzo e siamo saliti su in totale silenzio. Arrivati sul pianerottolo, proprio fuori dal nostro ingresso, le ho bloccato un attimo il braccio, guardandola dritto negli occhi con tutta la serietà possibile:

«Qualsiasi cosa vedrai, ricordati che lo sto facendo per te».

Non serviva aggiungere altro. Lei ha annuito, stringendo forte quelle chiavi e stringendo i denti. Io mi sono girato, ho aperto la porta normalmente e sono rientrato in casa da solo per tendere l'esca, mentre lei è rimasta ad aspettare fuori.

La casa era silenziosa. La signora era in soggiorno, ancora fredda per via del rifiuto dell'altra volta. Mi sono seduto sul divano, rilassato, e ho fatto la prima mossa con un tono morbido, buttando lì le prime battute, molto più sexy e intime, per farle abbassare del tutto le difese.

«Siediti un attimo qui vicino a me», le ho detto a voce bassa, facendole spazio e guardandola dritto negli occhi. Lei mi ha guardato diffidente, sorpresa, ma la vanità ha avuto la meglio e si è avvicinata, sedendosi sul divano a poca distanza.

Ho iniziato a stuzzicarla, giocando al gatto col topo per farla sbottonare: «Ma lo sai che sei veramente una bella donna? Altro che le ragazzine di oggi... Tu sì che hai delle forme che fanno girare la testa a un uomo».

A quelle parole così intime, colpita nel suo orgoglio di milfona consapevole di piacere, la signora si è sciolta all'istante. Ha fatto un sorriso malizioso e si è subito mossa sul divano, accorciando le distanze e venendo a sedersi proprio a un palmo da me. Lì è iniziata la provocazione. Ha iniziato a guardarmi con occhi bramosi, accavallando quelle coscione prorompenti proprio davanti a me, muovendosi in modo da far salire il vestito. Poi, facendo finta di parlare del più e del meno a voce bassa, ha allungato una mano e ha iniziato a sfiorarmi il ginocchio, risalendo lentamente con le dita lungo la mia coscia, un tocco sfacciato per vedere fin dove potevo spingermi.

Io reggevo il gioco, la guardavo fisso senza tirarmi indietro, lasciandole credere che l'umiliazione dei giorni scorsi fosse ormai cancellata e che fossi completamente ai suoi piedi. Più lei insisteva con quelle carezze audaci e quegli sguardi provocanti, convinta che la figlia fosse ormai lontana al locale per tutta la notte, più si esponeva, cadendo con tutte le scarpe dentro la mia rete.

Solo quando ho visto che era arrivata al massimo dell'eccitazione e della bramosia, ho deciso che era il momento di sferrare l'attacco definitivo. Senza dire una parola, mi sono sbottonato i pantaloni, ho tirato fuori il c*** e l'ho guardata dall'alto, provocandola un'ultima volta a voce bassa:

«So che lo desideri tanto... vediamo quanto vali».

Davanti a quella vista e a quelle parole, la bramosia della signora è letteralmente esplosa. Senza farselo ripetere due volte, si è lanciata, si è messa subito in ginocchio davanti a me sul pavimento e ha iniziato una pompa magistrale, totalmente concentrata ed esperta, decisa a dimostrarmi quello che sapeva fare.

Io invece ero lucidissimo. Tenendo la testa alta, controllavo l'orologio e la porta d'ingresso che era proprio di fronte al divano, a pochissimi metri.

La porta d'ingresso era stata lasciata accostata apposta, senza mandate, così che non ci fosse bisogno di girare le chiavi. Infatti, allo scadere dei venti minuti, la porta si è aperta lentamente, nel silenzio più totale, spinta piano da Stefani. La mia ragazza ha fatto un passo dentro la stanza e si è ritrovata la scena proiettata dritta in faccia, sotto la luce del soggiorno: sua madre in ginocchio sul pavimento, intenta a fare un pompino al suo uomo.

Il silenzio che è calato in quel secondo è stato agghiacciante. Le chiavi di casa sono sfilate dalle dita di Stefani, cadendo sul pavimento con un rumore metallico che ha rimbombato come uno sparo. A quel suono, la madre è sobbalzata, si è staccata di scatto e si è alzata in piedi colta sul fatto, sbiancando completamente in viso. Ha iniziato a balbettare in preda al panico, cercando di arrampicarsi sugli specchi: «Ah... ma cosa fai? Cosa succede?... È stata una cosa da niente...».

Cercava di inventarsi scuse assurde per salvare il salvabile, ma la recita era finita. Stefani l'ha guardata con gli occhi pieni di lacrime. Avendola io avvisata prima sul pianerottolo che qualsiasi cosa avessi fatto sarebbe stata solo per lei, Stefani ha capito immediatamente la verità: non ero stato io a tendere un'imboscata, ma era stata sua madre ad accettare con bramosia la provocazione, arrivando al punto di voler rubare l'uomo alla propria figlia.

Stefani ha aperto finalmente gli occhi su chi avesse davvero davanti. Si è appoggiata al muro del corridoio ed è scoppiata in un pianto disperato, realizzando la meschinità della donna che l'aveva messa al mondo.

Io mi sono sistemato i pantaloni, mi sono alzato dal divano e ho guardato la signora con disprezzo, gelido e definitivo: «Guardi, signora. Ho fatto tutto questo solo per dimostrare a mia figlia che tipo di persona lei sia veramente: una donna capace persino di rubare l'uomo alla propria figlia. Adesso basta, la sua presenza in casa mia è finita. Vada in camera sua, si prepari le valigie e non lasci in giro nemmeno uno spillo. Questa notte stessa la accompagno all'aeroporto per prendere il primo volo per Caracas. E non si preoccupi per il biglietto: stavolta glielo pago io subito, pur di non vedere mai più la sua faccia».

La madre, capito che aveva perso ogni potere e che era stata sbugardata totalmente, è andata a fare i bagagli in silenzio. Io mi sono avvicinato a Stefani e l'ho stretta in un abbraccio forte, protettivo.

«Ascoltami, Stefani», le ho detto con calma, tenendola stretta per farle sentire che ero lì. «Adesso hai aperto gli occhi. Dovevi capire che tua madre ti chiede i soldi solo perché ha bisogno di spenderseli con il suo amichetto a Caracas; è giovane e ha bisogno di tutte queste cose e di fare la bella vita alle tue spalle. Certo, resterà sempre tua madre e nessuno ti dice di non volerle bene, ma non hai più l'obbligo di mantenerla».

Stefani mi ha ascoltato in silenzio, assorbendo ogni parola. Sospirando, ha poi poggiato la testa sulla mia spalla, come se si fosse tolta un peso enorme dal petto. Mi ha guardato con un misto di meraviglia e gratitudine, realizzando finalmente quanto profondo fosse il mio gesto per lei.

Siamo saliti tutti in macchina per andare all'aeroporto di Porlamar. Il tragitto è stato un blocco di ghiaccio e silenzio. Arrivati ai terminal, le ho pagato e consegnato il biglietto per Caracas sul momento e l'ho scaricata lì. Era fuori dalla nostra vita.

Quando siamo rientrati a casa da soli, l'atmosfera era finalmente pulita, serena. Ci siamo scambiati un bacio tenero, lento, che sapeva di conforto e di un nuovo inizio. Poi, con delicatezza, l'ho presa in braccio e l'ho stesa sul letto.

Ci siamo spogliati senza fretta, in modo molto naturale, lasciando che i vestiti cadessero a terra insieme a tutta la sporcizia di quella storia. Mi sono messo sopra di lei, sostenendomi sui gemiti per guardarla dritta negli occhi sotto la luce soffusa della stanza. I suoi occhi erano ancora grandi, sospesi in cerca di una certezza. In quel momento, sentendo il calore della sua pelle e vedendo la sua fragilità, ho capito che era l'attimo giusto per farle capire cosa avevo dentro. Fino ad allora, non le avevo ancora pronunciato quelle parole, e lei non aveva ancora realizzato quale fosse il mio vero sentimento per lei.

L'ho guardata fissa, serio, mettendoci dentro tutta la mia sincerità.

«Ti amo, Stefani», le ho detto.

Quella parola è rimasta sospesa nell'aria della camera. Non gliel'ho detto per farmi rispondere subito, non mi aspettavo nulla in quel momento così confuso per lei. Volevo solo che sapesse, senza ombra di dubbio, che da oggi in poi io sarò la sua roccia. Qualsiasi cosa succeda nella vita, lei saprà sempre di avere un uomo su cui contare, una persona che non la tradirà mai.

Stefani è rimasta un attimo immobile, col fiato sospeso. Davanti a quella confessione, che le svelava finalmente quanto facevo sul serio, nei suoi occhi è passata una scossa di meraviglia e di commozione pura. Non ha risposto a parole, ma mi ha preso il viso tra le mani e mi ha tirato verso di sé, dandomi un bacio profondo, bagnato di lacrime, ma pieno di una gratitudine immensa.

Dopo quel bacio, ogni barriera è svanita e i nostri corpi si sono uniti con una naturalezza assoluta. È iniziato così un lungo, dolcissimo viaggio insieme durato più di due ore, dove il tempo è sembrato fermarsi per noi due a Margarita.

Mi muovevo sopra di lei con una lentezza calcolata, mantenendo un ritmo morbido, dolce e costante, cercando continuamente il suo sguardo. Sotto la luce soffusa che filtrava nella camera, le sue forme slanciate da modella sembravano risplendere. Le mie mani hanno iniziato a esplorarla senza alcuna fretta: le accarezzavo i fianchi, risalivo lungo i lati del busto, per poi stringerle la vita, sentendo la sua pelle calda e vellutata che rispondeva a ogni mio minimo tocco.

I nostri movimenti erano un incastro perfetto, fluido. Non c'era un briciolo di foga o di violenza; era una danza fatta di spinte dolci, alternate a lunghe pause in cui rimanevamo immobili, petto contro petto, solo per ascoltare i nostri respiri che si fondono e i cuori che battono all'unisono. Ogni volta che mi spingevo più a fondo, Stefani inarcava leggermente la schiena, intrecciando le sue gambe lunghe intorno ai miei fianchi per stringermi ancora di più a sé. Le sue dita si aggrappavano alle mie spalle, affondando leggermente nella pelle, mentre dalla sua bocca uscivano dei gemiti soffusi, leggeri, che riempivano il silenzio della stanza e mi confermavano quanto stesse bene tra le mie braccia.

A metà della notte mi sono fermato per qualche istante, rimanendo dentro di lei. Le ho scostato con le dita i capelli biondi dal viso umido di sudore ed emozione, chinando la testa per baciarle delicatamente gli occhi, le guance e poi la curva del collo, dove sentivo il suo battito accelerato. Le sussurravo parole dolci all'orecchio, rassicurandola sul fatto che l'incubo era finito, che ci sono io e che da adesso in poi nulla le avrebbe più fatto del male. Stefani rispondeva stringendomi il collo con le braccia, cercandomi di nuovo le labbra con un bisogno viscerale di vicinanza e di protezione.

Abbiamo continuato a fare l'amore assaporando ogni singolo secondo, in un crescendo di intimità pura e romantica. Sentire la sua risposta fisica così totale, il modo in cui il suo corpo si modellava sul mio e la sua pelle che scivolava contro la mia, mi dava una sensazione di pace e di trionfo assoluto. Quando infine siamo arrivati insieme all'apice di questa notte così intensa, non c'è stata un'esplosione di rabbia, ma un’ondata immensa di calore e di unione profonda, un brivido lungo che ci ha attraversato entrambi mentre ci stringevamo fino a toglierci il fiato.

Rimasi sopra di lei ancora per un po', accarezzandole dolcemente la schiena mentre i nostri respiri tornavano pian piano regolari. Poi mi sono spostato di lato e ho tirato su il lenzuolo leggero per coprirci. Stefani si è girata subito verso di me, rannicchiandosi contro il mio petto e poggiando la testa sul mio braccio, mentre io le cingevo la vita, tenendola stretta. Sentire il suo corpo rilassato e finalmente sereno accanto al mio era la certezza che abbiamo vinto. La zavorra era sparita oltre l'oceano, la casa era di nuovo pulita, e noi due ci addormentammo così, uniti e invincibili nel buio della notte di Margarita.
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