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Lui & Lei

La “corriera” di Amazon


di Membro VIP di Annunci69.it Unpodileggerezza
17.06.2026    |    217    |    0 8.0
"Io le parlai del lavoro, della Riviera, delle persone che passano e spariscono lasciando tracce più profonde di quanto dovrebbero..."
Erano quasi le tre del pomeriggio quando il citofono squillò.

Stavo lavorando.

Una di quelle giornate piene, in cui le ore si rincorrono e ogni telefonata sembra arrivare mentre stai già facendo qualcos’altro.

Risposi distrattamente.

— Sì?

— Buongiorno, Amazon.

La voce mi fece alzare la testa.

Non saprei spiegare perché.

Forse il tono gentile.

Forse quella leggerezza naturale che sembrava trasformare una semplice consegna in qualcosa di piacevole da ascoltare.

— Ho un pacco per lei. Serve il codice di conferma.

Le spiegai che ero fuori casa.

— Posso darle il codice adesso?

Ci fu una breve pausa.

— Mi dispiace, ma devo consegnarlo di persona.

Lo disse con cortesia.

Poi aggiunse:

— Se vuole, finisco il giro questa sera e posso ripassare. Abito qui vicino.

Rimasi sinceramente sorpreso.

— Davvero?

— Certo.

La ringraziai più volte.

Lei rise piano.

— Nessun problema.

La comunicazione terminò.

Eppure quella voce mi rimase in testa per buona parte del pomeriggio.

Poi il lavoro prese il sopravvento.

Appuntamenti.

Telefonate.

Commissioni.

E quasi me ne dimenticai.

Erano circa le nove e mezza di sera quando il campanello suonò.

Aprii.

E per un attimo rimasi senza parole.

Davanti a me c’era una ragazza dai lunghi capelli castani.

Esile.

Elegante senza cercare di esserlo.

Gli occhi luminosi nonostante la stanchezza di una giornata passata tra consegne e traffico.

Portava ancora la divisa.

Ma il sorriso era lo stesso che avevo immaginato ascoltando la sua voce.

— Buonasera.

— Buonasera.

Le mostrai il codice.

Lei completò la procedura.

Il pacco passò di mano.

La consegna era terminata.

Avrebbe dovuto essere la fine della storia.

Invece mi ritrovai a dire:

— Ti ringrazio davvero per essere tornata.

Lei scrollò appena le spalle.

— Avevo promesso.

Guardai il vialetto immerso nel caldo della sera.

— Ti va un bicchiere d’acqua?

Era una domanda di cortesia.

Di quelle che fai sapendo già quale sarà la risposta.

Lei però esitò.

Poi sorrise.

— Sì. Volentieri.

La feci entrare.

La casa era tranquilla.

Dalla finestra aperta arrivava il profumo della notte estiva.

Le portai dell’acqua fresca.

Quando tornai dal soggiorno si era tolta il cappellino della divisa.

I capelli castani le cadevano morbidi sulle spalle.

Sembrava improvvisamente diversa.

Meno la corriere incontrata per caso.

Più una persona che avevo l’impressione di conoscere da tempo.

Parlammo.

All’inizio di cose semplici.

Le consegne.

Il caldo.

Le giornate infinite d’estate.

Poi la conversazione trovò da sola una profondità inattesa.

Mi raccontò degli studi lasciati in pausa.

Di alcuni progetti.

Del desiderio di viaggiare.

Io le parlai del lavoro, della Riviera, delle persone che passano e spariscono lasciando tracce più profonde di quanto dovrebbero.

Ogni tanto ridevamo.

Ogni tanto ci fermavamo semplicemente a guardarci.

La sera sembrava scorrere con un ritmo diverso.

Più lento.

Più morbido.

Più vero.

A un certo punto il silenzio si sedette accanto a noi.

Ma non era un silenzio scomodo.

Era pieno di qualcosa.

Di curiosità.

Di complicità.

Di quella strana attrazione che nasce quando due persone si trovano bene insieme senza sapere esattamente perché.

Lei abbassò lo sguardo sul bicchiere.

Poi tornò a guardarmi.

Nei suoi occhi c’era una dolcezza nuova.

Una vicinanza che non avevamo più bisogno di nascondere.

Fu allora che la distanza tra noi sembrò improvvisamente troppo grande.

Le nostre mani si incontrarono quasi per caso.

O forse non fu affatto un caso.

Nessuno dei due la ritrasse.

Il tempo rallentò.

Fuori passava una macchina.

Da qualche finestra lontana arrivava il suono di una televisione accesa.

Ma tutto sembrava distante.

Come se il mondo avesse abbassato il volume.

Restammo vicini.

Molto vicini.

Lasciando che la serata seguisse il proprio corso senza fretta e senza domande.

Quando più tardi tornammo a parlare, le parole avevano perso importanza.

Bastavano gli sguardi.

Bastavano i sorrisi.

Bastava quella serenità rara che arriva quando due persone smettono di difendersi.

Lei appoggiò la testa sulla mia spalla.

Rimanemmo così per un tempo impossibile da misurare.

Con il caldo della notte che entrava dalla finestra.

Con il pacco dimenticato sul tavolo della cucina.

Con la sensazione di vivere qualcosa di inaspettato e bellissimo proprio perché non era stato cercato.

Poi guardò l’orologio.

Sospirò.

— Adesso devo davvero andare.

Lo disse sorridendo.

Con la stessa espressione di chi sa che la serata è finita ma non vorrebbe ancora lasciarla andare.

La accompagnai alla porta.

Sull’uscio si fermò.

— Chi avrebbe detto che una consegna sarebbe andata così?

— Di sicuro non io.

Rise.

Quella risata leggera che avevo riconosciuto già dal citofono.

Poi mi guardò per qualche secondo.

Come se volesse imprimersi nella memoria quel momento.

— Sono contenta di essere tornata.

— Anch’io.

Si avvicinò.

Mi lasciò un ultimo bacio dolce.

Lungo abbastanza da sembrare un arrivederci.

Breve abbastanza da restare un ricordo.

Poi scese i gradini.

Attraversò il vialetto.

Prima di salire sul furgone si voltò.

Mi salutò con la mano.

E sorrise ancora.

Rimasi lì a guardare le luci posteriori allontanarsi nel buio.

Il pacco era ancora sul tavolo.

Ma ormai non ricordavo nemmeno cosa contenesse.

Perché quella sera, insieme a una semplice consegna, era arrivato qualcosa di molto più raro.

La certezza che, a volte, le storie più belle iniziano nel modo più ordinario possibile.
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