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CACCIATO DI CASA – IL CASO DI LUCA MASTER
lucadacosenza
16.11.2025 |
640 |
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"«Se un giorno qualcuno scoprirà tutto questo,
non giudicarmi dal metallo o dalle regole..."
Marco non aveva mai pensato che una porta potesse chiudersi così forte da sembrargli definitiva.Era un martedì qualunque. Grigio, stanco, uno di quei giorni in cui si torna dal lavoro senza neanche la forza di accendere la radio. Aprì la porta di casa, pronto a sedersi sul divano e lasciare che il mondo gli cadesse dalle spalle.
Invece trovò lei.
Serena.
Pallida. Immobile. Le braccia conserte.
Non un saluto. Non uno sguardo che gli volesse bene.
Solo una frase, tagliata come un coltello:
— «Dove sono stato oggi? Nel tuo armadio.»
Marco non capì. Non subito. Poi vide la sedia nel corridoio, il sacchetto aperto, gli oggetti sparsi sul tavolino.
Guanti.
Elastici.
Un cilindro di metallo.
Una piccola busta con zip.
E soprattutto… quel foglietto.
Le regole del Master.
Quella parola che lui non aveva mai detto ad alta voce.
Quell’altra vita che teneva nascosta da mesi, forse da anni, come si tiene un segreto scomodo ma irresistibile.
Serena sollevò gli occhi, lucidi ma duri.
— «Vuoi sapere cosa fa più male? Non che tu abbia un’altra vita… ma che hai creduto che io non meritassi la verità.»
Marco si inginocchiò, le parole che gli si incastravano in gola.
Provò a spiegare.
Provò a dire che non era tradimento.
Che era un bisogno, una curiosità, un lato di sé che non sapeva come nominarle.
Che aveva paura di perderla se glielo avesse confessato.
Lei scosse la testa.
— «Mi hai già persa nel momento in cui hai iniziato a nasconderti.»
Il silenzio dopo quella frase fu più violento di qualunque urlo.
Serena andò verso la porta d’ingresso. La aprì.
Lui rimase immobile, inginocchiato, con la sensazione che tutta la casa gli tremasse attorno.
— «Esci.»
La voce era ferma. Definitiva.
— «Esci, Marco. Non ora. Per un po’. Forse per sempre. Non lo so. Ma adesso… vai via.»
Il cuore gli cadde nello stomaco.
Marco si alzò lentamente. Guardò quella casa che era stata il loro nido, i loro progetti, le loro serate sul divano, i loro piccoli litigi, le risate, i silenzi belli.
E poi guardò quegli oggetti.
Quei piccoli pezzi di sé che aveva nascosto in un armadio, convinto che far finta fosse la soluzione.
Prese il giubbotto.
Uscì.
Il rumore della porta che si chiudeva alle sue spalle gli arrivò dentro come un pugno.
Scese le scale con il fiato corto.
Fuori la notte era fredda, umida, senza luna.
Il telefono continuava a vibrare: messaggi non letti, notifiche, il mondo che andava avanti mentre il suo crollava.
Seduto in macchina, fermo al buio, Marco finalmente pianse.
Non per quello che Serena aveva trovato.
Luca fissava il volante, le mani tremavano appena.
Non sapeva se fosse dolore, vergogna o nostalgia.
Perché quei “giochi”, come Anna li chiamava, non erano solo oggetti o ruoli.
Erano un mondo.
Il suo mondo.
Un mondo fatto di rituali, più che di gesti.
Di controllo, più che di contatto.
Di respiri trattenuti, più che di carne.
Chiudeva gli occhi e li riviveva.
1. La stanza silenziosa
Luca aveva una stanza che non chiamava mai palestra, né studio.
La chiamava spazio.
Un luogo dove tutto era ordine:
la luce bassa, la musica lenta, gli oggetti disposti in modo quasi geometrico.
Ogni cosa aveva un significato, un ruolo, un motivo.
Non era un luogo di caos.
Era disciplina.
Lui entrava sempre per primo.
Apriva le finestre per due minuti.
Poi chiudeva.
Il silenzio diventava parte del gioco.
2. Il rituale del respiro
Il primo “gioco” non aveva nulla di fisico.
Era il respiro.
Luca guidava l’altra persona solo con la voce.
Lenta. Calma.
Una voce che scendeva come una mano sul nuca.
«Respira.
Conta fino a quattro.
Non correre.
Non c’è niente da temere.»
Era una danza invisibile, fatta di pause e di attese.
Nessun contatto.
Solo l’attesa del contatto.
Ed era proprio quello che faceva tremare.
3. Il gioco delle regole
Luca preparava sempre una lista.
Non scritta per seduzione, ma per sicurezza, per rispetto, per controllo emotivo.
Una parola per fermarsi.
Una per rallentare.
Una per cambiare ruolo.
Una per dire basta.
Molti le scambiavano per un capriccio.
Anna le aveva trovate e aveva pensato fossero follia.
Per Luca invece erano l’opposto:
era cura, era responsabilità, era protezione.
Perché essere Master, per lui, non era dominare.
Era tenere l’altra persona nelle mani come una cosa fragile a cui togli tutte le paure.
4. Il gioco dell’ombra
Un altro “gioco” era una semplice scena teatrale.
Un led rosso.
La figura dell’altra persona proiettata sulla parete.
Luca dietro, fermo, immobile, che guidava ogni gesto solo con la presenza.
Era un gioco psicologico, quasi meditativo.
Lui osservava l’ombra muoversi, rallentare, fermarsi.
E aveva il controllo non perché toccava,
ma perché lei si fidava del suo sguardo.
5. Il gioco dell’equilibrio
Luca metteva a terra una linea.
Una semplice linea.
E chiedeva all’altra persona di camminare lentamente, ad occhi chiusi.
Lui era vicino.
Non la toccava.
Ma era lì.
La distanza era parte del gioco.
Il non-contatto più forte di qualunque contatto.
«Un passo.
Respira.
Non cadere.
Io sono qui.»
Ed era vero.
Era davvero lì.
Luca, seduto in macchina, ora capiva.
Tutto ciò che Anna aveva trovato erano solo oggetti.
Solo superfici.
Solo la punta visibile di un mondo che lei non aveva mai visto davvero.
Il suo mondo non era sesso.
Era controllo, fiducia, rituale, psicologia, attesa, equilibrio.
Era un modo per sentirsi vivo e per far sentire l’altra persona al sicuro, non in pericolo.
E forse…
forse Anna avrebbe capito, un giorno,
se lui avesse il coraggio di raccontarle questo
e non gli oggetti che aveva nascosto.
Ma per quello che lui non aveva avuto il coraggio di dire.
Per la prima volta, capì che l’amore non si rompe per ciò che sei.
Si rompe per ciò che nascondi.
E lì, da solo nel parcheggio, fece l’unica cosa che poteva fare:
respirò a fondo.
E si preparò a raccontare, forse per la prima volta nella sua vita, la verità completa
La porta si era chiusa.
Luca era fuori.
Il silenzio in casa, però, non si era tranquillizzato.
Era rimasto lì, denso, come un’ombra che non voleva sciogliersi.
Anna si sedette sul pavimento, proprio davanti al tavolo dove aveva rovesciato tutto.
Aveva il cuore che batteva ancora forte, troppo forte.
La rabbia era stata una fiammata.
Adesso arrivava il dubbio.
Poi la curiosità.
Quella curiosità che non voleva ammettere nemmeno a se stessa.
Guardò gli oggetti con occhi nuovi.
Non più solo come “prove”.
Ma come frammenti di una storia che lei non aveva mai conosciuto.
1. Il quaderno nero
Tra le cose sparse c’era un quaderno.
Niente immagini.
Solo parole.
Lo aprì.
«Regola 1: Sicurezza prima di tutto.»
«Regola 2: Mai forzare.»
«Regola 3: Il respiro è la guida.»
«Regola 4: Chiedi sempre. Verifica sempre.»
«Regola 5: Il silenzio è una scelta, non un’imposizione.»
Anna sgranò gli occhi.
Non c’era niente di sporco.
Niente di bruto.
Era tutto tremendamente… umano.
Sembrava più il manuale di una danza psicologica che qualcosa di oscuro.
Le mani iniziarono a tremarle.
Forse per la prima volta capiva che Luca aveva un mondo interiore complesso, non una doppia vita sporca.
2. La maschera
La prese in mano.
Era leggera.
Quasi elegante.
Non era un oggetto di violenza.
Somigliava più a uno strumento teatrale, da scena, da interpretazione.
Provò a indossarla.
Il mondo si oscurò appena.
Il suo respiro cambiò.
Il cuore le accelerò.
Capì.
Il gioco non era “sensuale”.
Era mentale.
Era la sensazione di essere guardati senza essere visti.
Di entrare in un ruolo.
Di abbandonare il peso del proprio nome.
3. Il cilindro di metallo
Lo aprì.
Dentro c’erano… piccoli campanelli.
Campanelli minuscoli.
Una vibrazione lieve.
Una specie di richiamo acustico.
Anna rimase spiazzata.
Luca li usava nei suoi giochi?
Per cosa?
Poi trovò un altro foglietto:
«Segnale sonoro → attenzione.
Segnale crescente → rallenta.
Due colpi → fermati.»
Era tutto controllo.
Controllo mentale, non fisico.
Una coreografia di suoni e gesti misurati.
4. La linea di nastro
Anna la prese in mano.
Era un semplice nastro adesivo blu.
Perché tenerlo nascosto?
Poi ricordò un frammento del foglio:
“Equilibrio”.
Posò il nastro a terra.
Una linea.
Dritta.
Pulita.
Provò a camminarci sopra.
Ad occhi aperti.
Poi, senza sapere bene perché, chiuse gli occhi.
Un passo.
Il cuore accelerò.
Un altro passo.
Il respiro si fece corto.
Si sentì vulnerabile.
Esposta.
In bilico.
E la cosa assurda è che…
le mancò la voce di Luca.
Quella voce che guidava, chiamava, accarezzava senza toccare.
«Non correre.
Respira.
Io sono qui.»
Quelle parole… ora le mancavano.
5. La busta zip
Anna tornò al tavolo.
Aprì quella busta che aveva giudicato subito “sbagliata”.
Dentro c’erano:
• un timer
• un taccuino
• un pennarello rosso
• un biglietto ripiegato
Lo aprì.
Era scritto da Luca.
Non per un’altra donna.
Per sé stesso.
«Se un giorno qualcuno scoprirà tutto questo,
non giudicarmi dal metallo o dalle regole.
Giudicami da questo:
io non gioco per ferire.
Io gioco per proteggere.»
Anna si portò una mano alla bocca.
Gli occhi si riempirono.
Era quello Luca?
Non un traditore.
Non un mostro.
Non un uomo che cercava altrove ciò che non le dava più.
Era uno che aveva paura di mostrarsi.
Uno che non era sicuro di essere accettato.
Uno che aveva nascosto non una perversione…
ma una parte delicata e profonda della sua identità.
La verità la colpì come una scossa.
Luca non era stato cacciato per quello che era.
Era stato cacciato perché aveva avuto paura di dirlo.
E la paura aveva rovinato tutto.
Anna si asciugò gli occhi, mise via lentamente gli oggetti e si sedette sul pavimento.
Per la prima volta da quando lo aveva mandato via…
voleva sentirlo parlare.
Non per giudicare.
Ma per capire.
E la domanda che le saliva, inevitabile, era una sola:
Chi è davvero Luca… quando nessuno lo vede?
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