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DIAGNOSI AD ALTO TASSO EROTICO


di La-mandria
30.10.2026    |    297    |    14 7.0
"La dottoressa si piazzò letteralmente alle sue spalle, dominando la sua figura rannicchiata sul lettino..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


La porta dell'ambulatorio si richiuse con un tonfo sordo, un colpo secco che azzerò all'istante ogni eco proveniente dal corridoio esterno, sigillandoli all'interno di una bolla di isolamento assoluto. L'aria in quella stanza bianca e sterile era densa, rovente, carica di un'intensità quasi soffocante: l'odore chimico e pungente del disinfettante liquido si fondeva con il calore viscoso e pesante del lattice, il sudore acre generato dalla tensione nervosa e il profumo muschiato di una pelle tirata ormai ben oltre i limiti della sopportazione umana.
Tutto era iniziato venti minuti prima, con l'ingresso di Marco nella stanza delle visite. Trentacinque anni, un fisico asciutto e scolpito da sportivo che tradiva ore di allenamento, ma che in quel momento appariva stranamente fragile, Marco avanzava con passo incerto.
Il suo volto dai tratti regolari era solcato da un pallore evidente, che tradiva un nervosismo profondo. Indossava una camicia azzurra impeccabile e pantaloni classici, ma la sua postura rigida, le spalle contratte e il modo in cui deglutiva continuamente in gola rivelavano quanto fosse a disagio all'idea di sottoporsi a quel controllo medico completo, richiesto come routine preventiva, ma vissuto da lui come un vero e proprio banco di prova psicologico.
Ad attenderlo dietro la scrivania in laminato c'era la dottoressa Matilde Rossi, sua coetanea, una presenza magnetica, autoritaria e di una bellezza algida che incuteva un rispetto quasi timoroso. Alta, con i capelli corvini raccolti in una crocchia rigorosa da cui deliberatamente sfuggiva qualche ciocca ribelle sulla nuca, indossava un camice bianco immacolato sopra una camicia di seta nera i cui bottoni superiori erano già sapientemente aperti. Il suo sguardo, di un azzurro freddo, penetrante e calcolatore, sembrava radiografare Marco fin dal primo istante in cui aveva varcato la soglia, spogliandolo di ogni difesa psicologica con una sola occhiata sprezzante, sicura di sé e predatoria.
Accanto a lei, in piedi vicino al carrello lucido degli strumenti chirurgici, c'era l'infermiere Simone. Ventotto anni, un fisico atletico e longilineo evidenziato da una divisa bianca aderente che ne accentuava le forme, i capelli castani leggermente arruffati sulla fronte e un sorriso sornione, quasi sfacciato.
Simone non aveva smesso di fissare Marco da quando quest'ultimo si era tolto la giacca, muovendosi per la stanza con una sicurezza che sapeva di complicità silenziosa, antica e perversa con la dottoressa. Tra di loro c'era un'intesa invisibile, un linguaggio fatto di micro-sguardi e sorrisi complici che escludeva totalmente il paziente, trasformandolo nell'oggetto di un gioco di potere clinico e carnale.
La visita generale era stata meticolosa, estenuante, deliberatamente protratta per logorare le resistenze psicologiche di Marco.
La dottoressa lo aveva costretto a spogliarsi lentamente, pezzo dopo pezzo, sotto gli occhi scrutatori di entrambi. Aveva dovuto stendersi sul lettino mentre Matilde gli auscultava il torace con la membrana gelida del fonendoscopio, premendo con forza sul cuore che batteva all'impazzata. Simone lo aveva assistito porgendo gli strumenti, ma le sue mani non erano mai state professionali: ogni volta che doveva spostare un braccio o reggere il fianco di Marco per un controllo posturale, le sue dita indugiavano sulla pelle calda, accarezzando i muscoli tesi con pretesti clinici fin troppo evidenti, lasciando scie di brividi che facevano arrossire il paziente.
La palpazione dell'addome era stata lunga, con le dita affusolate della dottoressa che affondavano nella carne morbida della pancia, salendo lentamente verso il petto e scendendo pericolosamente in basso, costringendo Marco a respirare affannosamente mentre la tensione erotica nella stanza cresceva esponenzialmente, trasformando ogni parametro vitale in una misura del suo eccitamento incontrollabile.
Ora, quel controllo preliminare era ufficialmente terminato. Il camice di carta leggero e frusciante che gli era stato dato da indossare era ormai ridotto a un brandello scomposto sul davanti, incapace di coprire alcunché, lasciando esposto un torace contratto, ansimante e madido di un sudore lucido che rifletteva la luce fredda e impietosa delle plafoniere alogene.
«La parte generale è completata, Marco» esordì Matilde, con una voce bassa, autoritaria, vellutata, che grondava di una promessa perversa e senza appello. «Ma la vera diagnosi clinica, quella fondamentale per il tuo quadro di benessere, comincia adesso. Quella alla prostata richiede... un'attenzione chirurgica, ravvicinata, profonda e senza alcuno sconto sui dettagli.»
Marco deglutì a fatica, sentendo i muscoli dello stomaco contrarsi in un nodo doloroso, caldo e pulsante che gli toglieva quasi il respiro.
Sapeva perfettamente cosa comportasse quell'esame sotto il profilo medico e preventivo, ma la metamorfosi di quella procedura in un atto di dominio, sottomissione e possesso totale lo stava spingendo sull'orlo di una crisi di nervi e, al tempo stesso, di un piacere viscerale e insostenibile che non avrebbe mai osato ammettere.
«Girati sul fianco sinistro. E apri bene le ginocchia verso il petto, fai il bravo e docile paziente modello» ordinò Matilde, con un tono clinico, ma intriso di un sadismo sottile, tagliente, che faceva vibrare l'aria intorno a loro.
Marco obbedì tremando in ogni singola fibra del suo corpo, sentendosi incredibilmente esposto e vulnerabile.
Il lenzuolo di carta frusciò rumorosamente, quasi strappandosi sotto il peso del suo corpo scosso dai brividi.
Non fece in tempo a sistemarsi nella posizione richiesta che Matilde si infilò con gesti rapidi e precisi un nuovo paio di guanti in lattice bianco, aderenti come una seconda pelle. Stese generosamente una quantità smodata di gel lubrificante freddo, trasparente e denso, che iniziò a spalmare con dita esperte, sfacciate e circolari direttamente sull'apertura, sotto lo sguardo immobile, famelico e divoratore di Simone, che si era avvicinato lentamente alle sue spalle.
La dottoressa si piazzò letteralmente alle sue spalle, dominando la sua figura rannicchiata sul lettino. Con una mossa decisa, improvvisa e autoritaria, premette il palmo pesante, caldo e possessivo sulla sua natica nuda, divaricandola con forza brutale per offrire una visuale e un accesso completi, mentre con il dito medio guantato premette con decisione e penetrò all'istante all'interno del retto, senza concedergli un solo secondo di adattamento, di respiro o di tregua.
Un gemito strozzato, un suono acuto e soffocato in gola, si perse immediatamente nell'acustica ovattata della stanza. Il dito di Matilde affondò dritto, implacabile, trovando con precisione anatomica impeccabile, fredda e spietata la sua prostata. Subito dopo averla localizzata, iniziò a premerla, massaggiarla, stuzzicarla e incurvarla con una pressione calibrata al millimetro che mandò una scarica elettrica feroce, accecante, dritta alla base della sua spina dorsale, facendolo sussultare violentemente.
«Guardalo, Simone... guarda come risponde immediatamente la sua anatomia quando tocchiamo i punti giusti, quando sappiamo esattamente dove premere per farlo cedere» sibilò Matilde con un ghigno soddisfatto, muovendo il dito all'interno con un ritmo sempre più rapido, affondando, premendo e ricurvandosi all'interno delle sue carni con una voracità carnale che faceva scricchiolare pericolosamente la struttura metallica del lettino medico.
In quel preciso istante, l'azione si moltiplicò, trasformandosi in un vero e proprio assedio carnale, in un crescendo di trasgressione che superava ogni confine professionale. Simone scattò in avanti con mossa felina, calandosi completamente pantaloni e slip in un unico movimento secco, liberando il proprio membro già duro, turgido e pesante. Si posizionò rapidamente a cavalcioni sul viso di Marco, offrendo il proprio sesso pulsante e grondante di liquido preseminale trasparente proprio a un centimetro dalle sue labbra spalancate e disperate.
«Prendilo, Marco. Leccalo tutto, fammi sentire la tua lingua calda mentre lei ti scava dentro e ti possiede là dietro» ordinò Simone con voce roca, brutale, imperiosa, afferrandolo per i capelli con forza e costringendolo ad aprire ulteriormente la bocca per accogliere quel volume bollente.
Il corpo di Marco divenne all'istante il teatro di un duplice possesso totale, implacabile e simultaneo.
Il dito esperto, freddo e implacabile di Matilde continuava a martellare la sua prostata in un affondo continuo, ritmato e bagnato, alternando la pressione verticale a movimenti rotatori profondi, circolari, che facevano risuonare i rumori umidi e viscosi dei tessuti a contatto con il lattice dei guanti.
La carne pulsante, calda e pesante di Simone riempiva interamente la sua cavità orale, costringendolo a succhiare avidamente, a ingoiare il suo sapore salato e muschiato mentre le lacrime calde di un piacere insostenibile, umiliante ed estatico gli rigavano le guance arrossate.
L'ambulatorio si era trasformato in una vera e propria camera di decompressione carnale, un rifugio di lussuria sfrenata dove ogni regola della medicina era stata dissolta dal fuoco del desiderio.
I gemiti disperati, soffocati e lamentosi di Marco erano interamente bloccati dal membro dell'infermiere che continuava a scopargli la gola in un ritmo implacabile, profondo, costringendolo a soffocare i conati di vomito con la propria saliva densa.
Nel frattempo, Matilde, ansimando pesantemente per lo sforzo fisico, per il senso di potere assoluto e per la lussuria che le annebbiava la vista, decise di rincarare la dose, di spingersi oltre ogni limite clinico: ritirò parzialmente il dito e lo reinserì con decisione affiancandolo immediatamente a un secondo, allargando violentemente, implacabilmente e senza pietà il canale anale di Marco con una padronanza tecnica, fredda e brutale che violentava ogni sua ultima resistenza fisica e mentale.
«Così... ti piace fare il malato bisognoso di cure estreme, eh? Ti piace sentire quanto sei piccolo e impotente sotto le nostre mani?» sghignazzò Matilde con sadismo, afferrandogli l'anca nuda con forza leonina per sbatterlo ancora più violentemente contro le sue dita bagnate dei loro stessi fluidi misti.
Il ritmo all'interno della stanza divenne improvvisamente forsennato, cieco, bestiale, totalmente privo di qualsiasi freno inibitorio o pudore.
Simone premeva i fianchi pesantemente sul suo viso, imprimendo spinte sempre più profonde, ritmate e violente per riempirlo e quasi soffocarlo, mentre le manovre interne della dottoressa mandavano Marco completamente fuori di testa, scatenando contrazioni anali involontarie, spasmi lancinanti e sussulti ininterrotti lungo ogni muscolo del corpo. La combinazione letale e perfetta tra la stimolazione prostatica profonda a due dita e la sottomissione orale totale fece saltare definitivamente ogni diga di autocontrollo rimasta nella mente del paziente.
Con un ultimo grido strozzato, muto e soffocato nella bocca dell'infermiere, il corpo di Marco si irrigidì di colpo in un orgasmo violentissimo, multiplo, devastante e incontrollabile: il suo seme schizzò copioso, denso e bianco sul pavimento lucido dell'ambulatorio e sul grembo stesso di Simone, mentre dentro di lui il doppio dito di Matilde continuava a spremerlo senza alcuna pietà, provocandogli un'ultima, interminabile e lancinante ondata di piacere che lo lasciò completamente svuotato, tremante, sfinito, incapace di reggersi in piedi e completamente madido di sudore freddo sul lettino metallico dell'ambulatorio, trasformato per sempre nel trofeo di quella notte di inconfessabile perdizione.

Vacca 24
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