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Sottomessa al Piacere -Thailandia-Cap11-P3di3


di Membro VIP di Annunci69.it giorgal73
26.10.2026    |    6.865    |    2 6.0
"Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi! ---La Musa e lo Scrittore--- Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica..."
Thailandia Capitolo 11 Parte 3

*** SAMAI ***

Busso una volta sola, il pugno che sfiora appena il legno. Il cuore batte già in gola, un picchio secco contro le tonsille. Giro la maniglia. L’odore di vaniglia della mia divisa si mescola al sudore delle mie ascelle, poi viene travolto dall’afa del terrazzo: crema solare scotta, sale marino, e quel profondo odore di fica calda: quattro donne diverse, umide di attesa. Spingo la porta quel tanto che basta per infilare la testa. La luce acceca per un attimo. Poi lo vedo. Un uomo. Nudo, seduto sul bordo del terrazzo, la schiena ricoperta di una fine peluria bagnata di sudore. E il cazzo,duro, pesante, scuro contro la sua coscia, un’ombra viva che non posso non fissare. Il cuore mi precipita nello stomaco. Poi sento la voce della bionda, chiara e calma in quel caldo denso, e il cuore risale, più forte, più stupido di prima.

*** DANIELA ***

«Omar non ti toccherà, eccetto con le forbici e il rasoio. Io non ti imporrò nulla che tu non desideri già nel profondo del tuo corpo tremante. Adesso togliti la gonna—lasciala cadere sul legno caldo del terrazzo. Sdraiati sul lettino. Michela resterà qui a guardare, le sue labbra già umide di anticipazione. Le francesi aspettano in silenzio, il loro respiro trattenuto si mescola al frangersi delle onde. Se a metà della depilazione senti il bisogno di dire ‘basta’, ti alzerai, ti rivestirai della tua vergogna intatta, e tornerai ai piatti sporchi nella cucina. Se invece taci, resterai distesa sotto le nostre mani e le nostre lingue fino al tuo primo orgasmo. Non oltre: hai un turno di lavoro che ti aspetta, e il tuo corpo dovrà ricordarselo.»

*** SAMAI ***

«Non dirò basta.» Il cotone leggero della gonna scivola lungo le gambe, un fruscio sommesso che si perde nel frangersi delle onde. Rimango in piedi un attimo, il sole che cuoce la pelle delle spalle, l’aria che mi sfiora il pube ancora coperto di peli lunghi e umidi, più vergogna di quella, le altre non ne hanno. Mi stendo sulla sdraio, la stoffa plastificata che aderisce alla schiena sudata.

Omar si avvicina senza un rumore, ombra alta tra me e il cielo. Le sue dita non sfiorano il seno; afferrano solo le forbici, lame che luccicano brevi nel sole. Clic-clic secco sui riccioli scuri. Poi la crema, fredda come uno shock, odore di ammoniaca e di sudore maschile che mi entra nelle narici. Il rasoio arriva dopo, metallo che scivola via con movimenti rapidi, sicuri, raschiando via l’umido e il pelo. La pelle sotto è liscia, esposta, contratta per il freddo improvviso.
Sussulto.
«Alza le gambe», ordina lui, voce neutra. Sollevo le ginocchia, mostro tutto, l’ano stretto e timido esposto al gruppo silenzioso, ai loro sguardi che bruciano più del sole. Lame di nuovo, più delicate qui, pressione leggera ma inesorabile. Poi di nuovo crema, all’aloe questa volta, fresca e lenitiva.

«È pronta», dice infine, e io chiudo gli occhi, sentendo il battito in gola, il tremore interno che non si vede.

*** OMAR ***

Le lame delle forbici tagliano con precisione rapida, un suono secco di metallo che recide i riccioli scuri. Tengo lo sguardo fisso sul lavoro, evitando i suoi occhi spalancati che cercano i miei. Il cazzo pulsa contro la coscia, duro come l’acciaio che tengo in mano, indifferente alla mia concentrazione.

«Liscia. Davanti e dietro.»

La lama del rasoio segue, raschiando via l’ultima resistenza di peli e crema. «Non entro. Come d’accordo.» Mi ritraggo, le mani appoggiate ai fianchi nudi, sentendo il sudore che cola lungo i lombi. Voglio vedere la lingua di Michela scivolare su quella pelle appena esposta, il primo assaggio del divieto infranto. È questo il vero premio.

*** DANIELA ***

Mi chino per osservare il lavoro di Omar. La pelle è liscia come seta bagnata, rosa e lucida sotto il sole cocente, con lievi striature rosse dove il rasoio ha insistito troppo.

«È perfetta, tutta per voi.» La voce mi esce bassa, carica di possesso. «Fate in fretta, deve tornare ai piatti. Michela, usa quella lingua, voglio sentire la tua saliva su questa pelle nuova.
Jennifer, i suoi seni sono tuoi. Francy, la sua bocca aspetta la tua. Omar, guarda bene—è questo che vuoi e non puoi avere. Michela, descrivimi ogni centimetro mentre lo lecchi. Voglio sapere esattamente cosa farai a questa ragazza.»

*** MICHELA ***

Mi inginocchio sul legno caldo del terrazzo, le ginocchia che affondano tra le sue cosce aperte. La fica depilata da Omar è una mappa di pelle rosea e lucida, ancora tremula per il raschio del metallo. Appoggio la lingua—calda, umida—e assaporo il sale del suo sudore misto al retrogusto di aloe della crema. Un sapore pulito, giovane, diverso dal muschio di Daniela, diverso dal dolciastro di Jennifer.

«Mhmm. È liscia come vetro bagnato.»

Le dita mi prudono. «Voglio aprirla. Il culo no, se è stretto come sembra. Padrona, posso?» Daniela annuisce senza staccare gli occhi da me. Infilo due dita, un pop umido, un gemito strozzato da sotto di me. Il culo è un bocciolo serrato, vergine: ci premo il polpastrello e la carne non cede.

«Il culo non prende. La fica sì. È bagnata, vuole.» Il plug blu sul suo ventre vibra con un ronzio sordo, la lucetta lampeggia in sync col mio battito. I suoi anelli al seno tintinnano al mio movimento.

*** JENNIFER ***

Le dita afferrano il reggiseno, il cotone sottile che si strappa con un suono secco, come carta. I suoi seni sono liberi all’istante, piccoli e scuri, i capezzoli già duri e contratti contro l’aria salata. Li mordo—non abbastanza forte da lasciare lividi, ma sufficiente a strapparle un grido strozzato. «Vorrei il mio nome scritto sul tuo ventre, per un’ora», sibilo contro la sua pelle. «Non ce l’ho. Allora ti lascio i denti.» Lei inarca la schiena, un movimento involontario, perfetto. Bene.

*** FRANCY ***

Le apro la bocca con le dita, sentendo il calore umido del suo respiro contro le mie nocche. La mia lingua scivola dentro, assaggia il terrore e l’eccitazione mescolati nella sua saliva. Poi non mi basta più questo assaggio. Mi metto a cavalcioni della sua faccia, afferrandole i capelli per tenerla ferma mentre le premo la fica contro la bocca.

«Così. Apri bene.» Un ranat ek da un bungalow vicino inizia a suonare, uno xilofono frenetico che cerca di coprire i suoi gemiti soffocati. A metà ci riesce, a metà no. Samai lecca goffamente, senza ritmo, ma lecca comunque, la sua lingua timida che cerca di obbedire. Sento il mio umido scendere sulla sua lingua, un rivolo caldo che mi fa contrarre il ventre.

«Siiiiiii.»

*** SAMAI ***

Non so come il lamento si trasformi in un urlo vero e proprio. Forse non mi rendo conto di star gridando, finché il suono non mi rimbalza dentro il cranio, acuto e liquido come il piacere che mi spacca in due. Le dita di Michela si muovono dentro di me come se sapessero la strada da sempre, scivolose di saliva e del mio stesso corpo. Sentono il punto segreto, ci battono, ci girano intorno fino a che la tensione mi sale in gola e mi spinge la lingua fuori, a cercare aria o forse un pezzo di Francy, che intanto mi incastra la testa tra le sue cosce e mi schiaccia la faccia contro la sua fessura bagnata, sempre più bagnata.

La bocca di Jennifer non si stacca dai miei capezzoli, li morde e li succhia, lascia segni caldi e circolari che bruciano come una moneta appena tolta dal fuoco. L’odore di vaniglia della mia pelle ora è solo un velo sopra quello di sesso, sudore e sale, la pelle delle cosce che si incolla e si separa con un rumore da pesca matura. Ho la sensazione che anche il sole si sia spostato per guardare meglio.

Non so quanto duri. Forse pochi secondi, forse un’eternità. Ma il momento in cui vengo è come se esplodessi da dentro. Non so se faccio rumore o se tutto resta muto, se tremo o se divento rigida come una statua. So solo che un getto caldo esce da me, mi bagna le cosce, la sdraio, le mani di Michela. Mi bagna la faccia—no, è la sua lingua che mi scava dentro e raccoglie ogni stilla.

«Siiiiiii!» lo urlo, due volte, tre, il corpo che si stacca dalla sdraio in un arco teso che poi si sbriciola come un biscotto bagnato. Le cosce mi tremano, la pelle tira, la testa gira di lato e sento che non sono più io, che sono diventata qualcosa di altro, solo muscoli e pelle e umido.

Non pensavo di poter squirtare.

Non sapevo nemmeno che fosse vero, che potesse succedere a una come me, sempre impaurita di sporcarmi, di andare oltre. E invece succede ora, a me, davanti agli occhi di tutti, sotto le mani e le bocche di donne che mi hanno scelta come se fossi un dessert da spartirsi nel pomeriggio. Il secondo orgasmo arriva quasi subito, uno strappo ancora più violento, la fica che si contrae e lacrima, il lettino che scricchiola sotto il mio peso, le gambe che si aprono e non riescono più a chiudersi. Sento il calore colare lungo la piega delle chiappe, gocciolare giù per la sdraio, fare una pozzanghera tra le assi di legno—un lago, davvero, e io ci sto affogando dentro. Le lingue e le dita non si fermano mai, mi tengono aperta, mi succhiano il piacere come una ferita impossibile da rimarginare.

Per un attimo mi sembra di svenire, o forse davvero perdo coscienza. Quando riapro gli occhi vedo in alto le nuvole che corrono, la ringhiera, il cielo che si stringe a imbuto. Francy mi lascia la bocca solo quando sente che non respiro più. Sento il suo peso scivolare via dalle spalle, sento la faccia bagnata di lei, di me, di tutte e due—e mi viene da ridere anche se è una risata senza suono, solo un singhiozzo che mi attraversa il petto e poi si spegne. Jennifer lecca il mio capezzolo destro con tenerezza, come se dovesse curarlo dopo averlo ferito. Michela mi stringe una coscia, le dita che battono ancora piano sull’inguine, e mi accarezza il ventre come per calmare un animale impaurito.

Mi rendo conto solo adesso che Omar, mi sta fissando con una specie di rispetto muto, il cazzo ancora in mano, ma più che altro come si tiene in mano una cosa troppo grossa per non sentirne la gravità. Ha gli occhi larghi, scuri, e per la prima volta mi sembra vulnerabile. Forse, penso, anche lui in questo momento si sente nudo, anche se in vita sua ha visto più corpi di quanti io potrei immaginare.

Vorrei restare così, a galleggiare nel lago del mio stesso piacere, a sentire le mani di queste donne che mi ricompongono piano, le voci che mi parlano come se fossi una sorella da coccolare o una bambina da consolare. Ma la realtà è una corrente che tira forte; il tempo, la paura, la vergogna arrivano tutte insieme come uno tsunami che non ti lascia scampo. Mi accorgo che i minuti sono passati, che qualcuno in cucina sta aspettando i piatti, che la porta del terrazzo è rimasta socchiusa e chiunque potrebbe vedere questa scena e capire immediatamente tutto. Mi rialzo, o meglio provo a rialzarmi, ma le gambe non mi reggono. Barcollo, mi afferro al bracciolo della sdraio, sento la pelle delle cosce che scivola sulla plastica ruvida, il freddo improvviso del vento contro la fica liscia e bagnata.

*** DANIELA ***

Fisso Samai, studio il suo corpo e intravedo parte della sua anima confusa, ma appagata. Barcolla e le concedo solo una domanda: «A che ora stacchi?» La voce è densa di sottintesi, morbida come la seta.

*** SAMAI ***

«Dopo mezzanotte. Sono libera. Se vuoi, vengo.» La frase mi esce spezzata, come se l’aria non riuscisse a passare abbastanza in fretta tra gli alveoli dei polmoni. Ci metto un secondo a capire che sto già parlando come loro, che mi sono arresa al linguaggio del desiderio senza nemmeno combatterlo.

Raccolgo i piatti dal tavolino basso, uno alla volta, cercando di non farli cadere per quanto mi tremano le mani. Il carrello della cucina tintinna, ogni suono amplificato dalla quiete improvvisa—le voci si sono abbassate, nessuna più urla, nessuna risata sguaiata. Tutto si è condensato nel respiro che faccio ogni volta che mi chino a raccogliere un bicchiere, la gonna che si solleva e lascia le cosce nude contro l’aria.

Daniela mi sorride, un sorriso vero, privo di malizia, come se fosse contenta solo di vedermi viva, scossa, sporcata. Mi indica la sedia vicino alla porta— «Hai dimenticato slip e reggiseno» —e io ci guardo come se fossero oggetti totalmente estranei, come se non avessero mai fatto parte di me. Il reggiseno è strappato, i ganci saltati via dalla forza con cui Jennifer me l’ha tolto; le coppe sembrano due conchiglie vuote. Gli slip sono lì da prima—bianchi, sottili, intrisi di qualcosa che non voglio nominare. Li guardo ancora per un secondo, poi mi volto verso la porta e dico senza vergogna: «Per ora non mi servono.» Non lo dico per fare la forte. Lo dico perché ho paura che se me li rimetto, tutto quello che è successo svanirà come una bugia.

Esco, il clic della porta che si chiude dietro di me è un battito di cuore. Corro lungo il corridoio del bungalow, la pelle che mi tira ancora, la fica liscia che sfrega contro il cotone della divisa, ogni passo una nuova scossa. Ho la sensazione che tutti mi guardino, che tutti possano vedere il segreto che mi cola ancora tra le gambe, ma nessuno si accorge di niente. O forse sì, e nessuno ha il coraggio di dirlo.

*** MICHELA ***
I lettini accolgono i nostri corpi esausti. L’odore è un intreccio di sudore, lavanda del bagno di prima, crema al cocco e sesso—denso, dolce, animale. Daniela mi fissa, gli occhi neri che trafiggono l’aria come spilli.

«Leccami, puttana.» Scivolo dal materasso, le ginocchia sul pavimento di legno. La catenella d’argento tira i miei capezzoli già sensibili, un morso freddo e familiare.

«A-ahhh!» La mia lingua scivola sulla sua fica bagnata. Sapore salato, metallico, tutto suo.

«Siiiiiii!» Un getto caldo mi colpisce il viso, mi scivola lungo il collo, mi bagna i seni.

«Siiiiiii, Padrona!» Sento il mio stesso liquido uscire, unirlo al suo sul pavimento, una pozza che riflette la luce bassa della lampada. Jennifer e Francy si avvicinano, le dita che sfiorano gli anelli alle mie labbra; il serpente tatuato sulla schiena di Jennifer sembra muoversi sulla pelle lucida di sudore.

«Fistale, troia.» Infilo la mano nella fica aperta di Francy, sento le pareti calde stringersi intorno al mio pugno come un cuneo. Entra tutta.

«Siiiiiii!» Uno schizzo mi bagna il braccio. Jennifer mi sfila il plug dall’ano con un gesto secco, infila due dita, poi il pugno—un dolore che si espande e diventa orgasmo.

«Siiiiiii, cazzo!» Il sole filtra dalle persiane e illumina il lago sul letto, sul pavimento, su di me. Tremo.

*** DANIELA ***

«Non basta.» La mia voce è un filo di seta tagliente nell’aria carica. «Tira la catenella da sola, puttana. Voglio sentire i singhiozzi che ti strappi dalla gola senza che la mia mano ti guidi.» Le sue dita, tremule ma decise, afferrano la catenella d’argento. Uno strattone secco, violento. Un suono di metallo che scivola contro metallo, poi un gemito strozzato.
«Aaaah!» mentre un altro getto caldo le esce dalle viscere e le schizza sulle cosce, lucido sotto la luce bassa. Mi chino, la mia lingua trova il suo clitoride gonfio, la barretta lucida e sensibile, e lecco con insistenza fino a che non viene di nuovo, un fiotto che mi bagna il mento, mentre grida «Siiiiiii, Padrona!» Il ranat ek è finito.

Nell’aria resta solo il nostro respiro affannato e il rumore del mare oltre le persiane. «Sei mia», sussurro contro la sua pelle madida. «Domani, la barca. Tutte nude. Se Omar ha trovato i plug nuovi, li proveremo in acqua. Oggi ti riposi aperta.» Mi volto verso Jennifer e Francy, le loro silhouette contro la porta socchiusa.

«Se volete il cazzo, è fuori sul terrazzo. Omar aspetta. Qui no.» La mia mano si posa sulla nuca di Michela, possessiva.

«Qui ci sono solo la sua bocca e le mie regole.»

*** JENNIFER ***

Esco sul terrazzo, il sole del tardo pomeriggio che mi colpisce la pelle ancora umida. Omar è lì, appoggiato alla ringhiera di bambù, i muscoli tesi, il cazzo turgido nelle sue mani. Giro la testa verso Francy, che mi osserva dall’ombra della porta.

*** SAMAI ***

In corridoio, il cotone ruvido della divisa sfrega direttamente contro le labbra, un attrito costante che mi ricorda ogni passo. Un collega mi blocca il passaggio, occhi preoccupati.

«Stai bene, Samai? Sei pallida.» Sento il calore salirmi dal collo alle guance.

«Caldo,» ansimo, asciugandomi il sudore sulla manica. Non è una bugia, il fuoco che mi brucia tra le gambe potrebbe incenerire l’intero resort. Vorrei tornare indietro, farmi spingere contro quella ringhiera di bambù, sentire di nuovo quelle lingue. Invece stringo le cosce, sento la promessa di mezzanotte come un sasso sotto la lingua. Se la bionda apre la sua porta, io entrerò a capofitto. Se mio marito chiama, lascerò squillare il telefono fino a quando non avrò finito.

*** NOTE ***

---ANNO 2000---

Dopo la meravigliosa avventura del Natale 1999, vi presento una nuova storia, tutta ambientata in Thailandia che vi terrà compagnia per i prossimi mesi. Anche questo è un romanzo basato su personaggi veri e storie autentiche. Come, vi ho abituato, ogni settimana pubblicherò un capitolo suddiviso in tre parti. Quanti capitoli saranno? Non ve lo dico, lo scoprirete voi!

---La Musa e lo Scrittore---

Questa storia non è autobiografica, ma nasce dalle confidenze reali e bollenti della mia amica "Damabiancaesib" (potete ammirarla qui su a69, cercatela). Altri hanno provato a raccontarla, ma lei ha scelto mia penna, anzi la mia tastiera, per svelare le sue fantasie più oscure. Nessun plagio, solo la magia di trasformare i suoi segreti in letteratura. Io sono "solo" l'autore e vivo senza catene, ma lascio sempre la porta socchiusa a chi sa stupirmi con proposte intriganti.

---A Voi la Mossa---

Incoronatemi Maestro dell'Erotismo con un bel voto, o lasciate un commento spudorato. E se vi sentite audaci, scivolate nei miei messaggi privati: chissà che una proposta indecente non trasformi la fantasia in realtà in qualche Club Privé di Bologna...
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