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Quando la coppia scoppia - Cap. 1
eborgo
25.12.2025 |
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"Abbiamo percorso un corridoio sul quale affacciavano diverse porte e siamo entrati in una stanzetta dove si trovavano un cassettone male in arnese, una sedia e un vecchio letto di ferro battuto a..."
Il cancelletto era aperto. Me lo sono richiuso alle spalle e ho percorso una specie di vialetto pavimentato con pietre grigie, passando tra due pareti di piante dalle foglie verde scuro, grasse e lucide che mi superavano in altezza di una ventina di centimetri. Dal loggiato finto sontuoso che riparava la porta d’ingresso non si vedeva la strada, si udiva soltanto il rumore delle poche auto di passaggio. Dorno è un paese sul mare come ce ne sono tanti, conta al massimo duemila abitanti e più o meno ci si conosce tutti, almeno di vista. Io abito nell’unico condominio, otto piani di cemento che hanno massacrato l’aspetto tutto sommato bucolico del borgo. Alcuni altri edifici arrivano al terzo piano, ma la maggior parte sono case basse, per lo più vecchie o ristrutturate. L’eco mostro in cui abito è il solo in cui, con l’aiuto dei miei, potevo permettermi di comprare un bilocale. Scrivo romanzi, quindi i soldi che ho a disposizione non sono molti. Per arrotondare collaboro a un paio di quotidiani, ma da lì a diventare milionario ce ne passa. Mi sono trasferito qui l’anno scorso, perché non ne potevo più di stare in famiglia a sentirmi dire ogni momento che a ventitré anni devo trovare un lavoro vero. A ventitré anni penso di poter ancora accarezzare qualche illusione, poi si vedrà.Ma tornando a bomba: il geometra Corsaro è l’amministratore di almeno metà degli stabili del paese. Questa villetta con giardino è sua. Accanto alla porta davanti a cui mi sono fermato indeciso c’è un campanello con sopra il suo nome. Lo Swatch che porto al polso mi dice che sono da poco passate le quindici. Corsaro non dovrebbe essere in casa, ma io è con sua moglie che voglio parlare. Il suo caro maritino, temo, sta per sparire con tutti i soldi che ha avuto dai suoi assistiti negli ultimi sei mesi, molti dei quali servirebbero a pagare i lavori in corso in varie abitazioni che amministra. Da qualche conto che ho fatto si tratta di svariate centinaia di migliaia di euro, tra i quali ci sono anche i miei soldi. L’ho saputo per caso, assistendo a una conversazione al bar tra Corsaro e un suo amico che non conosco. Non si sono accorti che ascoltavo e per dirla tutta avevano davanti un depliant di Acapulco.
Siccome la signora Corsaro non è esattamente una pin-up, la mia impressione era che il suo ganzo avesse deciso di tagliare la corda mollando pure lei in braghe di tela. Così, prima di andare a parlare con i carabinieri, che probabilmente mi avrebbero riso in faccia, ho deciso di vedere se nella signora Corsaro potevo trovare un’alleata che mi aiutasse a evitare il disastro. Quindi, mi sono fatto coraggio e ho premuto il campanello. Dall’interno è arrivato un tintinnio ovattato. Sono passati un paio di minuti di silenzio. Stavo per andarmene quando la serratura è scattata e la porta si è aperta.
«Desidera?» ha detto la signora Corsaro squadrando le mie braghe corte color kaki, la Lacoste rossa che indossavo e la faccia da bravo ragazzo che portavo sotto la zazzera spettinata di capelli neri.
Era una donna sottile, sulla cinquantina ma con l’aria giovanile. Capelli neri lisci tagliati poco sotto le orecchie, naso importate, bocca sottile ma carnosa e un collo di elegante lunghezza. Era avvolta in una vestaglia di finto raso blu che ha sistemato meglio riallacciando la cintura. Nonostante l’ora aveva l’aria di essersi appena alzata dal letto. Ai piedi portava un paio di sottili sandali da casa con un poco di tacco, che mostravano le unghie dei piedi smaltate di rosa pallido.
Mi sono presentato e le ho detto che ero un inquilino di un condominio amministrato da suo marito. Lei mi ha informato che il consorte non era in casa, al che ho ribattuto che in realtà ero proprio venuto a parlare con lei. Mi ha scrutato con vaga sorpresa per qualche attimo, poi mi ha fatto accomodare. Ha chiuso la porta e dato un paio di mandate alla serratura, poi mi ha preceduto in salotto.
Abbiamo menato il can per l’aia qualche minuto girando attorno all’argomento, cercando entrambi di vincere l’imbarazzo della situazione. La Corsaro se ne stava in poltrona con l’aria rilassata e le gambe accavallate coperte dalla seta della vestaglia. Il solo segno di un qualche nervosismo era un sandalo che dondolava appena in cima al suo piede. Infine mi ha chiesto a che proposito le volevo parlare del marito. Ho preso il coraggio a due mani e le ho detto che pensavo che l’amministratore si stesse organizzando per scappare con il denaro versato da me e da tutte le persone di cui amministrava i condomini.
Lei ha aperto la bocca per parlare, poi l’ha richiusa senza dire nulla e mi ha fissato a lungo.
«È un accusa grave, ragazzo mio» ha detto infine. «Come ti è venuta in mente un’idea del genere?»
«L’ho sentito l’altro ieri al bar, mentre ne parlava con un suo amico.»
«Poteva essere uno scherzo, non credi?»
«Ho paura di no, signora. Ieri ho seguito suo marito e ho visto che entrava in un’agenzia di viaggi. Per giunta mentre parlava con il suo amico, mi è sembrato di vedere un depliant di Acapulco.»
A quel punto, la signora Corsaro m’è parsa seriamente preoccupata. Si è alzata e ha preso a camminare avanti e indietro davanti a me.
«Quello che mi ha raccontato mi sconvolge» ha ammesso. «Ho bisogno di bere qualcosa di fresco. Fa piacere anche a lei un bicchiere di Coca Cola?»
Ho accentato volentieri perché ero agitato pure io. Mi ha detto che tornava subito e ha lasciato la stanza. Mi sono guardato attorno con curiosità. L’arredamento era un misto di oggetti costosi e roba pacchiana. I Corsari avevano cercato di dare alla villetta un aspetto da elegante casa al mare, ma il gusto dozzinale della coppia aveva preso il sopravvento. Attraverso la finestra che avevo accanto si vedevano altri edifici simili al loro su un promontorio che digradava verso il mare, paesaggio sul quale si stendeva un cielo estivo di un azzurro quasi innaturale.
«Eccomi» ha detto la signora rientrando in salotto. Portava un piccolo vassoio con su due bicchieri colmi di liquido scuro e si era data una pettinata. «Mi sono un poco tranquillizzata.»
Ha posato un bicchiere davanti a me, poi ha preso il suo e si è accomodata in poltrona. Abbiamo bevuto. Ho buttato giù due lunghe sorsate e la Coca Cola gelata mi ha rimesso al mondo.
«Cos’ ha intenzione di fare?» ha chiesto lei posando il bicchiere su un tavolino basso.
Ho bevuto un’altro sorso. «Non lo so, signora Corsari»
«Mi chiami Orietta, la prego.»
«Avevo deciso di andare dai carabinieri, Orietta, ma prima ho pensato che dovevo parlarne con lei.»
«La ringrazio per la premura. Sono certa che insieme possiamo risolvere la questione. Quando rientra metterò mio marito di fronte alle sue responsabilità.»
Mi sembrava la soluzione migliore, così le ho detto che era proprio ciò che mi aspettavo da lei. Suo marito sarebbe certo tornato sulle sue decisioni e avrebbe rinunciato a commettere un atto scellerato di cui si sarebbe di certo pentito. È stato a quel punto che ho avuto il primo lampo, tipo l’impressione che l’intera stanza si fosse spostata di un metro verso destra per poi tornare al suo posto, il tutto in un centesimo di secondo. La Corsari mi stava fissando come se si aspettasse qualcosa da me.
Ho allungato un braccio per prendere il mio bicchiere, ma mentre lo sollevavo mi è sfuggito dalle dita ed è caduto sul tappeto e quel che rimaneva ella Coca Cola si è sparso in parte sul pavimento impregnando in parte il tappeto. Lei si è alzata dalla poltrona ed è venuta verso di me.
«Non fa niente» ha detto, «non si preoccupi.»
È stato come se parlasse da dentro un tubo. Per giunta, m’è parso che camminando lasciasse dietro di sé una serie di immagini di se stessa che poi si sono ricomposte con lentezza alla sua figura, come succede in quelle riprese psichedeliche che usavano ogni tanto nei film. Ho detto qualcosa, ma nemmeno io ho capito una sola parola di ciò che mi usciva di bocca.
«Non si sente bene?» ha chiesto, sempre da dentro un tubo.
Mi ha preso per un braccio e mi ha fatto alzare. Se non mi avesse sorretto sarei cascato a terra come un sacco di stracci. Adesso la stanza stava girando come una trottola. Mentre cercavo di contrastare la nausea mi sono trovato faccia a faccia con il geometra Corsari. Forse a causa del malessere, ma mi è parso proprio che fosse a torso nudo con indosso soltanto un paio di pantaloni di pelle nera. Era un’uomo alto, corpulento, sulla sessantina, con la pancia, i peli sul petto e pochi capelli grigi attorno al cranio pelato.
«Vieni» ha imposto, «adesso ci pensiamo noi.»
Ho fatto un passo avanti e lui mi ha afferrato bloccandomi le braccia dietro la schiena. Ho pensato che dovevo divincolarmi ma mi sono trovato davanti una terza persona e la sorpresa mi ha impedito di reagire. Il tizio che mi stava di fronte indossava della biancheria femminile, reggiseno e culottes di seta nera, calze, reggicalze e sandali con il tacco. Sopra portava una vestaglia di nylon scuro trasparente che gli arrivava giusto una spanna sotto le anche. Evidentemente, quando ero arrivato si stavano divertendo tutti assieme.
«Lasciatemi!» sono riuscito a strillare.
Corsari mi ha messo una mano sulla bocca premendomi contro il suo corpo molliccio. Lo spavento mi ha dato un pelo di vigore, ma la sua stretta era inflessibile.
«Bisogna imbavagliarlo!» ha sbottato.
Il travestito che doveva essere uomo d’iniziativa, si è sfilato le culottes con un gesto rapido e le ha appallottolate. Si è avvicinato e ha sollevato la mano davanti alla mia faccia. Ho fatto un tentativo di voltare il capo, ma Corsari mi ha chiuso anche il naso impedendomi di respirare. Mi ha tenuto così per un tempo che m’è parso un’era geologica e quando ho cominciato a divincolarmi mugolando per il senso di soffocamento mi ha levato la mano dalla faccia. Ho spalancato la bocca per riempire i polmoni d’aria e svelto come un’anguilla il travestito mi ci ha infilato dentro le sue culottes spingendole con la punta delle dita. Una volta finito ha premuto bene l’involto che si era formato e che mi costringeva a tenere la bocca spalancata.
«Forza, dagli la cintura della vestaglia» ha imposto Corsari all sua consorte.
Non appena il tipo l’ha avuta in mano, me l’ha avvolta attorno alla testa più volte, stringendo bene a ogni giro e infine l’ha annodata dietro la mia nuca. Ho avuto giusto il tempo di mugolare una protesta attraverso il bavaglio, perché l’amministratore mi ha spinto contro il divano e mi ha fatto sdraiare sui cuscini. Poi si è seduto sulla mia schiena mozzandomi il fiato. Orietta ha preso della corda dalla tasca della vestaglia e l’ha passata al marito. In un rigurgito di orgoglio mi sono dimenato riuscendo a liberare una mano, ma prima che potessi disporne per difendermi, Corsari l’ha riacchiappata al volo torcendola sul dorso. Senza perdere altro tempo ha iniziato a legarmi polsi dietro la schiena.
Non potevo fargliela passare liscia, così ho sollevato le gambe per colpirlo sulla schiena, ma qualcuno me le ha bloccate a mezz’aria. Ho sentito sotto la pancia delle dita che mi sbottonavano le braghe, poi mi hanno sfilato i bermuda e le mutande lasciandomi nudo dalla vita in giù, infine qualcuno, Orietta o il travestito, mi ha legato per bene le caviglie. È stata una sensazione abbastanza terribile, a quel punto ero davvero spaventato.
Il geometra Corsari si è alzato dal divano smettendo di pesarmi sulla schiena. Mi sono divincolato per qualche momento e ho capito in fretta che non c’era nulla da fare. Stavo per mettermi seduto ma poi mi sono ricordato che mi avevano denudato. I miei sequestratori mi stavano osservando. Orietta si è stretta la vestaglia al corpo tenendola chiusa con le mani. Non so che schifezza avesse aggiunto alla mia Coca Cola, ma di certo mi aveva messo fuori combattimento per un tempo sufficiente a togliermi di mezzo senza troppe storie.
«Che ne facciamo?» ha chiesto il travestito. Aveva un accenno di erezione, segno che gli eventi recenti lo avevano eccitato, e m’è parso che non riuscisse a togliere lo sguardo dalle mie chiappe nude.
«Lo teniamo qui finché non lasciamo il paese» ha risposto Corsari. «Per trasferire il denaro sul conto alle Cayman ci vorranno un paio di giorni.»
«Portatelo nella stanzetta di servizio» ha detto Orietta. «E fate in modo che non possa andare in giro per casa.»
Il geometra mi ha preso sotto le ascelle e il suo amico lo ha aiutato afferrandomi per le gambe. Abbiamo percorso un corridoio sul quale affacciavano diverse porte e siamo entrati in una stanzetta dove si trovavano un cassettone male in arnese, una sedia e un vecchio letto di ferro battuto a una piazza e mezza.
«Mettilo giù un attimo» ha detto il tizio vestito da donna. Ora la sua erezione era anche più accentuata.
Mi hanno posato sul pavimento coperto da una moquette marrone, quindi il travestito, di cui ignoravo il nome, ha aperto un cassetto del mobile e ne ha tirato fuori un involto di raso color prugna che si è rivelato essere un lenzuolo. Con l’aiuto di Corsari si sono dati da fare per sistemarlo sul talamo, rimboccando bene i lembi sotto al materasso. Per finire, mi hanno raccattato e mi hanno sistemato sul letto. Il raso sulla pelle nuda mi ha dato un brivido.
Il geometra ha preso un pezzo di corda e, dopo avermi fatto piegare le gambe all’indietro, ha legato assieme polsi e caviglie.
«Non bisogna perderlo d’occhio» ha detto mentre abbassava la persiana dell’unica finestra. «Alle riunioni di condominio è sempre stato un rompicoglioni.» Ha controllato che il bavaglio fosse ben stretto. «Ora è meglio se andiamo» ha concluso, «dobbiamo ritirare i biglietti.»
«Ti raggiungo subito» ha detto il suo amico. Continuava ad avere l’uccello a mezz’asta.
Ha aspettato che Corsari uscisse dalla stanzetta, quindi si è seduto sul letto accanto a me. Anche lui doveva essere oltre la cinquantina, a parte un accenno di pancetta, non aveva un filo di grasso. Qui e là la pelle faceva un po’ di grinze e il collo portava i segni dell’età. Mentre mi osservava il suo viso aveva un’espressione legnosa, con zigomi sporgenti e un naso lungo e sottile sopra una bocca dalle labbra piene, circondate da piccole rughe. Era stempiato e portava i capelli quasi bianchi legati sulla nuca in una corta coda di cavallo. Tra le gambe continuava a fare capolino l’uccello a metà scappellato. Mi è scappato un sospiro di sconforto.
Per giunta il travestito ha allungato una mano e me l’ha infilata tra le gambe prendendo a carezzarmi piano le cosce. Sono sussultato e i suoi occhi hanno avuto un guizzo. Di certo non si faceva un bel fringuello come me da parecchi anni.
«Più tardi vengo a riprendere le mie mutandine» ha mormorato. «Ho voglia di metterti in bocca qualcos’altro…»
Le sue dita hanno continuato a carezzarmi tra le gambe, salendo pericolosamente verso l’inguine. Con un mormorio ho cercato di sottrarmi alle sue attenzioni, ma legato in quel modo mi era impossibile. A un certo punto qualcuno ha fischiato in salotto. Il travestito si è chinato e mi ha baciato sul collo stuzzicandomi un orecchio con la punta della lingua.
«A dopo…» ha sussurrato lasciando nell’aria un mucchio di sottintesi.
Si è alzato e dopo avermi dato un’ultimo sguardo ingordo ha lasciato la stanza. Sono rimasto sdraiato sul letto, con un batticuore che non vi dico e la sensazione di avere ancora quella mano avida tra le gambe. Dal salotto provenivano voci di cui non capivo le parole. C’è voluta una ventina di minuti prima che scattasse la serratura dell’ingresso. Ho sentito la signora che li salutava, dopodiché la porta si è richiusa con un tonfo. Udivo il rumore dei tacchi di Ornella che si muoveva per casa, il tintinnio dei bicchieri, lo scroscio metallico dell’acqua nel lavello della cucina, poi una decina di minuti di silenzio. A un certo punto lei è comparsa sulla porta della stanza.
Si è avvicinata al letto ravviandosi i capelli. La vestaglia aperta lasciava vedere il suo ventre chiaro, le mutande scure lucide e il reggiseno dello stesso tessuto. La fascia delle giarrettiere creava un trascurabile rotolino di pancia all’altezza dell’addome. Le calze erano nere, molto trasparenti. Mi ha fissato indecisa, le mani sui fianchi, mordidicchiandosi il labbro inferiore. Nella destra stringeva un foulard di seta nera. Ha fatto un sospiro, poi lo ha buttato di traverso sulla pediera del letto. Si è spostata alle mie spalle e ha sciolto la corda che legava i polsi alle caviglie. Ho steso le gambe con un mugolio di piacere.
Volevo farle un mucchio di domande, ma la cintura della sua vestaglia mi teneva pressato in bocca lo spesso involto formato dalle culottes del travestito. Da un cassetto del comò ha preso due cuscini senza fodera e li ha posati contro la testiera. Odoravano di anti tarme. Si è inginocchiata sul letto e prendendomi sotto le ascelle mi ha aiutato ad appoggiare la schiena contro i cuscini. Si è seduta sui talloni. Mi fissava con un misto di curiosità e desiderio, come se da decenni non si trovasse nel letto un oggetto carino come il sottoscritto.
«Adesso ti levo il bavaglio» ha detto. «Se ti metti a urlare ti richiudo la bocca e poi ti levo la pelle a frustate. D’accordo?»
Ho annuito. Ha slegato la cintura e l’ha svolta permettendomi di sputare il bavaglio.
«Cosa volete farmi?» ho domandato. È stato una specie di belato.
Invece di rispondermi si è seduta a cavalcioni delle mie cosce e si è chinata su di me. La sua bocca avida è scivolata sulle mie labbra per un lungo momento, infine mi sono ritrovato a succhiare la sua lingua che si muoveva come un serpente contro la mia. Lei ha ansimato, io ho ansimato. Era allo stesso tempo eccitante e spaventoso, sentivo le sue mani dappertutto, sui fianchi, sui pettorali, sul collo, mentre la sua bocca sembrava volermi mangiare la faccia. Combattuto tra la rabbia della situazione e l’eccitazione improvvisa di essere oggetto della brama di una matura nave scuola, ho cercato di assecondare i suoi gesti, la bocca piena della sua lingua insinuante e le labbra che incrociavano e succhiavano le sue.
Per non lasciare nulla di intentato Ornella ha sollevato il busto e cominciato a strusciarmi il pube sulla faccia. Il serico tessuto delle mutandine scivolava sulla mia bocca e sulle guance. Con un rantolo di piacere si è messa in piedi a cavalcioni delle mie cosce e le ha sfilate con un gesto affrettato e sensuale. Poco dopo avevo di nuovo il suo pube davanti al naso. Ho fatto appena in tempo a notare che aveva la fica rasata, con solo un ciuffo di peli bruni vagamente a forma di farfalla, che me la sono trovato premuta sulle labbra. Siccome se lo aspettava ho iniziato a baciarla e leccarla, succhiando le grandi labbra e mordicchiando il clitoride, come mi ha insegnato tempo fa una mia amichetta di sedici anni, cosa che l’ha mandata in visibilio.
La sua mano era intanto scesa ad afferrare il mio uccello che già aveva assunto dimensioni ragguardevoli, ma che al tocco delle sue dita esperte è diventato un vero e proprio palo della luce. Abbiamo portato avanti per qualche attimo una fellatio da manuale, poi, con un gemito rauco Ornella è scesa lenta sulle mie cosce e, dopo averne titillato qualche secondo la cappella, si è impalata fino alla radice mentre dalla sua gola usciva un suono di grande soddisfazione.
Ha cominciato a muoversi su e giù gemendo di piacere, prima piano, poi sempre più in fretta mentre la sua bocca si impadroniva di nuovo della mia, succhiando con avidità le mie labbra che ancora portavano il sapore della sua fica.
Siamo venuti quasi contemporaneamente, io con un sospiro, lei con un lungo gemito. Per ill godimento ha talmente stretto i muscoli del pube che ho pensato che mi avrebbe strappato l’uccello. Infine si è lascata andare, seduta su di me, godendosi gli ultimi spasmi del mio orgasmo. Si è abbandonata contro il mio petto baciandomi sul collo, sul mento e sulle labbra. Ho chiuso gli occhi cercando di capire se stessi sognando o se fosse tutto vero.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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