Annunci69.it è una Community rivolta ad un pubblico adulto e maggiorenne.
Puoi accedere solo se hai più di 18 anni.

SONO MAGGIORENNE ESCI
Racconti Erotici > Gay & Bisex > Vacanze fuori stagione - Prima parte
Gay & Bisex

Vacanze fuori stagione - Prima parte


di Membro VIP di Annunci69.it eborgo
07.05.2025    |    3.863    |    1 7.3
"Altri pochi, energici colpi di mano e anche lui ha annaffiato il letto con il suo seme..."
L’attesa è tutto, a questo mondo, bisogna saper aspettare il momento giusto, l’occasione migliore, il cambiamento propizio, l’attimo fuggente. La differenza tra riuscire o fallire è spesso dovuta a quel piccolo lasso di tempo. Ed è proprio in un frangente del genere che mi trovavo in quel momento.
Scrutando tra le foglie dei cespugli dietro cui stavo nascosto potevo osservare la villetta del Colombari. Nonostante le tendine fossero aperte, attraverso le finestre non si vedeva nulla. A causa dei riflessi sui vetri, potevo soltanto intuire le forme confuse degli arredi di casa. La porta d’ingresso era in parte coperta dal furgone grigio parcheggiato accanto al marciapiede. Alle mie spalle potevo udire lo sciabordio delle onde che si infrangevano sulla spiaggia poco lontano. Il cielo era grigio, ma la temperatura era tiepida e piacevole, per questo indossavo solo un paio di bermuda color sabbia e una Lacoste verde.
Ho guardato l’ora: mancava poco alle sette di mattina. Ho pensato che soltanto un cretino poteva passare le vacanze ficcando il naso in faccende che non lo riguardavano affatto. Però l’adrenalina mi è sempre piaciuta e in quel momento il mio organismo ne stava producendo a barili. Avevo il batticuore e anche se la parte intelligente del mio cervello mi suggeriva di lasciar perdere, il lato coglione mi diceva che frugare in casa di Colombari sarebbe stato eccitante.
I due giorni precedenti avevo già guardato nel garage adiacente alla casa e nel capanno al fondo del giardino spoglio sul retro della villetta, ma non avevo trovato nulla. Un pomeriggio lo avevo pure seguito in spiaggia. Aveva passato il tempo al bar parlando con un paio di tizi della sua età, sovrappeso e più o meno pelati. Uno dei due aveva quattro capelli tinti platino attorno alla testa e li teneva legati in un ridicolo codino.
Durante una delle mie visite alla casa avevo anche provato ad aprire la porta sul retro, ma era sprangata. Supponevo che ci fosse una cantina, quindi, non appena Colombari fosse uscito per andare a lavorare, sarei entrato e avrei cercato i componenti spariti dal negozio di Luca. Quella mattina ero quasi certo di aver visto Colombari e un suo collega che caricavano delle scatole simili nel vano del furgone. Del fatto che fosse proprio il suo ne ero certo, la scritta blu sul fianco, “Italo Colombari, Sgombero Cantine”, non lasciava dubbi.
C’è stato un movimento, come un riflesso di luce. La porta di casa si è aperta e richiusa con uno scatto al quale, pochi istanti dopo, è seguito lo schiocco secco dello sportello. Il furgone si è messo in moto e il cuore ha cominciato a battermi nel petto come un tamburo. Il veicolo ha fatto una manovra in retromarcia, poi è partito in direzione di Riccione.
Un Frecciarossa è sfilato alle mie spalle facendomi fare un balzo dell’accidenti. Il rumore di ferraglia, improvviso, spaventoso, ha fatto tremare il terreno per poi svanire così come era arrivato. Mi sono rimesso in piedi guardandomi attorno. Nei dintorni non c’era un’anima, le poche persone che come me si erano prese una vacanza fuori stagione si sarebbero alzate più tardi. Settembre volgeva al termine, ma nelle belle giornate i bagni erano ancora piacevoli.
Ho superato il guard rail e attraversato la strada. Con la mia agilità dei ventitré anni ho scavalcato la recinzione di metallo che separava la proprietà di Colombari dalla strada e sono corso a nascondermi dietro l’edificio cercando di placare l’ansia. Le piante disordinate che correvano lungo la rete metallica formavano una quinta che impediva la vista del cortile dalla casa accanto.
La schiena posata contro il muro, mi sono carezzato il petto con una mano nel tentativo di scacciare la tensione. La porta sul retro era a un paio di metri da me. Mentre la raggiungevo ho guardato attraverso le finestre per controllare che tutto fosse tranquillo. Ho afferrato la maniglia e ho provato ad aprire. Con delusione ho scoperto che anche quella mattina era chiusa. Ho provato altre due volte senza esito. Per la frustrazione ho dato un ultimo scossone e questa volta il battente si è aperto. La serratura doveva essere soltanto incastrata.
Mi sono ritrovato in una cucina datata, arredata con vecchi pensili di legno e un gas a quattro fornelli di metallo smaltato bianco che doveva risalire agli anni Novanta. Due finestre affacciavano sul giardino del retro e nel mezzo c’era il lavello. Mentre richiudevo l’uscio alle mie spalle mi sono guardato attorno. La casa era silenziosa, le stoviglie della colazione erano ancora sul tavolo coperto da una tovaglia a quadri.
Sono uscito su un corridoio con il parquet di legno. Vi accedevano due camere e in fondo si apriva l’ingresso. Pochi brutti quadri e un paio di mobili di nessun pregio.
Stavo per entrare in salotto quando ho percepito un movimento alle mie spalle. Non ho nemmeno fatto in tempo a realizzare che qualcuno mi stava aspettando, perché l’ombra mi ha acchiappato da dietro trascinandomi verso il corridoio. Avrei lanciato un urlo di spavento, ma una mano mi ha tappato la bocca mentre il mio aggressore, mi chiedevo chi fosse, mi ha bloccato le braccia lungo i fianchi stringendomi contro di sé. Eppure lo avevo visto uscire, il furgone se n’era andato.
Passato lo sgomento iniziale ho iniziato a dimenarmi cercando di sottrarmi alla sua stretta, ma non ho fatto altro che costringerlo ad afferrarmi meglio. Doveva essere forte, perché per chiudermi bene la bocca ha premuto la mia nuca contro la sua spalla e mi sono reso conto che era più alto di me di mezza testa.
Mentre mugolavo provando a liberarmi mi ha sollevato da terra come un fuscello. Ho scalciato. Adesso ero davvero spaventato. Con una pedata ha aperto una delle due porte che affacciavano sul corridoio e mi ha portato in una stanza. Era una camera da letto, le lenzuola erano sfatte. Siccome ero agitato, mi ha spinto contro la sponda del materasso in modo da limitare il movimento delle mie gambe
«Caillate…» ha sibilato con un gorgoglio di gola. «Mettiti giù.»
Lo sentivo ansimare e ho pensato che si stesse stancando. Puntando un piede contro il letto ho cercato di spingerci indietro, ma siccome mi teneva ancora per aria non è servito granché. In compenso l’ho fatto incazzare. Stringendolo tra il pollice e il dorso dell’indice, mi ha tappato il naso. È stato un momento spaventoso. Non avevo aria nei polmoni e non ne potevo fare entrare. Dopo qualche secondo ho cominciato a mugolare e a dimenarmi. Mi sentivo soffocare e più mi muovevo, peggio era. La sensazione che mi avrebbe asfissiato mi ha convinto a rimanere immobile nella sua stretta.
«Farai quello che te digo?» ha chiesto.
Ho annuito in modo frenetico e finalmente mi ha liberato le narici. L’aria che riempiva di nuovo i polmoni mi ha quasi dato alla testa, l’ho inspirata con voluttà.
«Adesso stai giù» ha ordinato, «sdraiate sul letto».
Mentre ubbidivo ho visto che sul cuscino erano buttate delle corde, un panno bianco e una lunga fascia di seta nera o qualcosa del genere, forse un foulard piegato. Ho avuto un moto di ribellione ma ormai ero supino sulla lenzuola e lui mi si è seduto con tutto il suo peso sul fondoschiena in modo da bloccarmi le braccia stringendole tra le sue ginocchia. Siccome mi chiudeva ancora la bocca con la mano ho ancora fatto un debole tentativo per liberarmi e ho accennato a scalciare. Lui ha aumentato la pressione e si è chinato su di me.
«Vuoi proprio che te soffochi?» Parlava con accento spagnolo ma il suo tono era calmo.
Ho scosso piano il capo placando i miei ardori.
«Adesso llevo a la mano» ha detto ancora. «Se gridi finisci muy male, està claro?»
Cenno di assenso, che altro potevo fare? Mentre muovevo le labbra per riattivare la circolazione, ha preso il panno bianco e lo ha appallottolato per bene tra le dita. Sembrava tranquillo, come se in genere passasse i suo tempo a sequestrare la gente.
«Apri la bocca» ha intimato.
Siccome esitavo ha fatto il gesto di prendermi il naso.
«Va bene, lo faccio…» ho ansimato schiudendo le labbra.
Mi ha infilato in bocca un lembo del panno e con piccole spinte decise ce lo ha ficcato dentro tutto quanto. Sembrava non finisse più. Infine lo ha sistemato bene tra i denti con una piccola pressione. La consistenza stopposa del tessuto mi costringeva a tenere la bocca spalancata. Ha preso il foulard di seta nera e lo ha applicato sopra il bavaglio poi ne ha incrociato i lembi dietro la mia testa e ha stretto parecchio. Li ha passati di nuovo davanti tra le labbra, quindi ha annodato sulla nuca ciò che ne rimaneva.
Mentre cercavo di capire il livello mostruoso della merda in cui mi ero cacciato, lui ha preso un pezzo di corda e ne ha fatto un doppino.
«Ahora devi lasciare che te lego senza storie, entiendes?» ha detto con tono perentorio.
Ho voltato appena il capo e ho riconosciuto il tipo con i radi capelli tinti biondo platino, lo stesso che avevo visto al bar sulla spiaggia mentre parlava con Colombari. Non avevo dubbi, immaginavano che avrei cercato di entrare in casa e mi avevano teso una trappola. Forse mi ero esposto troppo mentre ficcavo il naso negli affari loro.
Mi ha fissato con espressione indifferente. indossava una comoda tuta da ginnastica di acetato nero e una maglietta girocollo di cotone bianco. Ho annuito.
Ha scostato le ginocchia e ha incrociato le mie mani dietro la schiena, poi ha cominciato a legarle. Sentire le sue dita sulla pelle, le corde che si stringevano attorno ai polsi, con la certezza che non potevo sottrarmi in alcun modo, è stata la sensazione più spaventosa che abbia provato in vita mia.
Una volta stretto l’ultimo nodo è sceso dal letto. Ha infilato ai piedi le infradito di plastica nera che aveva lasciato sul pavimento, poi mi ha levato le scarpe da vela e le ha buttate in un angolo. Ha preso un secondo pezzo di corda e mi ha legato per bene le caviglie. Ero fatto, per via della fifa mi tremavano quasi le spalle. Manco a dirlo, nessuno sapeva che mi trovavo là dentro, nemmeno Luca, il proprietario del negozio di elettronica a cui avevano fregato quei componenti costosi. Siccome ero in vacanza in una casa in affitto, non conoscevo praticamente nessuno, e non dovevo soldi a chiccessia, dubitavo pure che qualche volenteroso si sarebbe preso la briga di cercarmi.
È andato alla finestra della stanza è ha accostato le tende, poi ha abbassato la persiana fino a metà. Doveva essere oltre il metro e ottantacinque, sovrappeso ma robusto e con una pancetta che sporgeva tra i lembi della giacca lucida della tuta in acetato. Portava occhiali da vista dalla montatura trasparente e a occhio e croce superava la cinquantina. Forse è stato per via della situazione assurda in cui mi trovavo, ma ho notato un riflesso del tessuto che segnava di sbieco la linea del pube. Sotto le braghe il suo uccello era diventato duro.
Si è avvicinato ed è venuto a sedere sul letto accanto a me. Ho emesso un flebile lamento, cosa che non lo ha lasciato indifferente. Al contrario, ha allungato una mano e mi ha palpato il retro della coscia insinuando le dita fin sotto l’orlo delle mie braghe corte. Ho fatto un balzo dell’accidente lamentandomi con una serie di gemiti soffocati che devono averlo divertito, perché ha continuato imperterrito affondando la mano tra i miei glutei in una sorta di carezza oscena.
Poi la schiena, i fianchi, il collo. Mentre mi toccava – e doveva piacergli – emetteva piccoli versi soddisfatti, quasi dei respiri più sonori. Ero atterrito, non mi viene parola migliore. In quel momento ho compreso una sacrosanta verità: è sempre meglio farsi i cazzi propri.
È giunto il rumore attutito di un veicolo che si fermava nei pressi della casa. Poco dopo la porta d’ingresso si è aperta e richiusa. Passi in corridoio, infine Colombari si è affacciato in camera da letto. I nostri occhi si sono incontrati per un breve istante, poi ho distolto lo sguardo.
«Visto che avevo ragione?» ha detto. «Questo ficcanaso ci stava dietro da qualche giorno.»
«Aspettava che te uscissi de casa» ha ridacchiato il platinato.
«Ti ha dato problemi?»
«Ninguno, è stato semplice como sedurre una fanciulla.»
Colombari doveva essere prossimo alla sessantina, con doppio mento, radi ricci grigi e un corpo sovrappeso il cui ventre tendeva la polo a righe blu e marrone che indossava. La bocca dalle labbra carnose aveva un che di femmineo.
«Ahora sono muy ecscitado» ha detto il biondo alzandosi in piedi. «Vieni aquí.»
Si sono abbracciati baciandosi sulla bocca e palpeggiandosi con foga. Colombari gli ha messo una mano tra le gambe per carezzare l’erezione che gonfiava le braghe della tuta. Sempre avvinghiati, hanno fatto con calma il giro del letto. Si sentiva solo il suono umido delle loro lingue che entravano e uscivano dalle rispettive bocche. A un tratto il biondo si è staccato ed è salito sul letto accanto a me, le gambe tese e la schiena poggiata alla testiera. Tra le cosce il suo uccello spingeva sul tessuto lucido dei pantaloni creando una specie di tenda da cui Colombari non riusciva a staccare gli occhi.
Si e sbottonato i pantaloni di tessuto leggero azzurro che aveva indosso e li ha sfilati rivelando che sotto indossava un collant color carne. Vedendo il cazzo eretto, schiacciato dal nylon trasparente contro il ventre dell’amico, l’altro ha emesso un mormorio soddisfatto. Anche Colombari è salito sul letto e si è inginocchiato tra le gambe aperte del biondo. Con una mossa lenta, quasi dovesse scoprire un tesoro, ha abbassato le braghe della tuta del platinato, scoprendo un aggeggio enorme che si ergeva duro come un palo tra i radi peli pubici grigiastri. Era grosso curvo, appena nodoso, un’obelisco di carne che da solo avrebbe risolto il problema della fame nel mondo per almeno un paio di giorni.
Come in un rito pagano, Colombari si è abbassato, quasi inchinato, per posare le labbra schiuse sulla cappella di quel portento. L’ha succhiata piano, gratificandola di piccoli colpetti con la punta della lingua, poi lo ha preso in bocca per quanto era possibile e ha cominciato fare un regale pompino al suo amico. Mesmerizzato dalla scena li osservavo incapace di levare lo sguardo da quei due individui attempati che ci davano dentro. Quando la mano del biondo si è posata sul mio sedere e ha cominciato a palparlo, mi sono reso conto di essere legato e imbavagliato, nelle mani di due vecchi culattoni che, fino a quel momento si erano solo sognati un giovane virgulto come me con cui potersi divertire.
Mentre succhiava l’altro con una certa perizia, Colombari ha tirato fuori l’uccello dal collant e ha cominciato a tirarsi una sega. Il biondo è venuto con un sospiro e deve aver riempito di sperma la bocca dell’amico che ha dovuto schiudere le labra per lasciarlo colare sull’asta pulsante, imbrattando le lenzuola. Altri pochi, energici colpi di mano e anche lui ha annaffiato il letto con il suo seme.
Mentre si abbracciavano dicendosi brevi frasi affannate, ho voltato il capo. Il mio sguardo sgomento si è fissato su un angolo della stanza, con nell’animo la sola speranza che quei due cambiassero spesso la biancheria del letto.
Disclaimer! Tutti i diritti riservati all'autore del racconto - Fatti e persone sono puramente frutto della fantasia dell'autore. Annunci69.it non è responsabile dei contenuti in esso scritti ed è contro ogni tipo di violenza!
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Voto dei Lettori:
7.3
Ti è piaciuto??? SI NO

Commenti per Vacanze fuori stagione - Prima parte:

Altri Racconti Erotici in Gay & Bisex:




® Annunci69.it è un marchio registrato. Tutti i diritti sono riservati e vietate le riproduzioni senza esplicito consenso.

Condizioni del Servizio. | Privacy. | Regolamento della Community | Segnalazioni