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il verginello e la signora vogliosa parte 10


di Membro VIP di Annunci69.it PaoloTrieste89
13.08.2026    |    614    |    2 9.3
"“Visto, cara Samanta? Con un'iniezione salina le palle sono protette dal liquido ed è estremamente più difficile causare danni..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale. Vi informo che sin dalla prima parte ho iniziato a mettere dei particolari indispensabili per gli sviluppi futuri.

I giorni seguenti furono estremamente complicati in palestra; molti dei ragazzi o degli uomini mi prendevano pesantemente in giro per la gabbietta.
Alcuni avevano provato a farsi selfie con me nudo e sono convinto che qualcuno mi avesse fatto foto di nascosto.
Anche le ragazze in sala si erano dimostrate meno comprensive di Laura; molte di loro m’indicavano e ridacchiavano, oppure, se m’incrociavano, mi ridevano proprio in faccia.
Alcune facevano battute, altre invece si mettevano in pose evidentemente provocanti solo per provare a farmi eccitare.
Io però mi costringevo a fare finta di nulla; non arrossivo più, non mi veniva da piangere, solo ogni tanto soffrivo perché qualche ragazza riusciva sul serio a farmi eccitare, ma anche in questo caso facevo del mio meglio per non far trasparire la cosa.
Una settimana più tardi, a colazione, Samanta mi disse che la consegna dell’anello da parte del portavalori sarebbe stata il giorno stesso e che voleva organizzare un tè con le sue solite amiche, che ultimamente vedeva poco, visto che aveva smesso anche lei di andare in piscina e passavamo moltissimo tempo assieme.
Io ormai sapevo che, oltre all’anello, Samanta voleva sfoggiare anche me alle sue amiche perverse; la cosa mi preoccupava un pochino, ma ormai mi sembrava naturale essere a sua completa disposizione.
Passai tutta la mattina a pulire e, subito dopo pranzo, corsi in palestra per un allenamento veloce, in modo da arrivare in tempo per preparare il tavolo, il tè e posizionare i pasticcini.
Per l’evento dovevo essere impeccabile e lavarmi approfonditamente con acqua fredda; doverlo fare in palestra con altri uomini che mi umiliavano o che mi trattavano come un fenomeno da baraccone era però veramente difficile.
Finita la doccia, mi vestii e pedalai con la bici verso casa per arrivare il prima possibile, ma senza sudare eccessivamente.
Al mio arrivo, trovai Samanta vestita estremamente elegante, con un anello estremamente grosso tempestato di piccoli diamanti.
Lei mi mostrò la mano dicendomi: “Ti piace? È oro bianco con oro rosa e diamanti, hai fatto davvero un ottimo acquisto!” Mi limitai a risponderle che l’importante per me era che lei fosse felice, tralasciando che io preferivo anelli sottili e più semplici che non mi avrebbero prosciugato il conto.
Preparai il tavolo in salotto e tutto l’occorrente per un tè, poi chiesi a Samanta se volesse che le massaggiassi i piedi o facessi altro nell’attesa dell’arrivo delle sue amiche. “Più passa il tempo e più migliori, va benissimo caro, puoi massaggiarmi i piedi, ne avevo proprio voglia!” Detto questo, si sedette sul divano sfilandosi le scarpe (eleganti ma basse) e porgendomi prima un piede, poi l’altro.
Io, con calma e pazienza, le massaggiai i piedi fino a quando non suonò il campanello.
Andai ad aprire alla prima amica, una vecchia rugosa e con pochi capelli, che, appena entrata, mi scrutò per bene e, mentre l’accompagnavo in salotto, mi diede anche delle palpate decise al sedere. Poi incominciò a complimentarsi con Samanta per i miei miglioramenti, i muscoli, il sedere più sodo e la gabbia per il mio pene (questi ultimi due furono elogiati più volte). I brufoli, invece, erano orribili a suo dire e si offrì di farmi alcuni trattamenti al viso in cambio di alcuni servizi da parte mia.
Samanta rispose che aveva già pensato di portarmi da lei, ma che avrebbero dovuto discutere sulla qualità e tipologia dei servizi che io avrei dovuto svolgere in cambio. Io ero in piedi, come da istruzione di Samanta, non parlando se non interpellato direttamente e, pertanto, muto come un pesce.
Suonò nuovamente il campanello, questa volta erano cinque amiche tutte assieme, tra cui una era l’infermiera che si fiondò su di me palpandomi prima i pettorali, poi sfiorando gli addominali e infine palpeggiandomi le palle raccolte dalla gabbietta.
Le altre la redarguirono ricordandole che io ero di proprietà di Samanta (come specificava anche il lucchetto) e che non è carino giocare con i bambolotti altrui. Solo un mese prima la stessa situazione mi avrebbe fatto piangere, ora la trovavo perfettamente normale.
Le signore si misero sedute al tavolo bevendo il loro tè e mangiando i pasticcini, chiacchierarono e ridacchiarono tra loro, con sporadiche frecciatine al cameriere (cioè io). A un certo punto, l’infermiera, guardando me ma rivolgendosi a Samanta, disse: “Quindi, a parte le cose evidenti, quali sono stati i progressi del tuo futuro marito?”
La risposta di Samanta non si fece attendere, mi disse d’inginocchiarmi e così feci; lei si alzò e tornò poco dopo col fallo doppio in mano e, davanti alle sue amiche, me lo ficcò praticamente tutto in gola, contando fino a venti per poi rimuoverlo.
Ci fu un'ovazione generale; una delle sue amiche esclamò che aveva addestrato un bravo “ciucciacazzi”; un'altra notò la completa assenza di rigurgiti, segno che avevo perso il riflesso faringeo.
Samanta mi chiese da quanto tempo non venissi; risposi prontamente “otto giorni”.
Poi mi chiese quale fosse il metodo più usato per svuotarmi i testicoli; risposi ancora “la mungitura…”
Mi chiese di descrivere la procedura e, non soddisfatta della risposta poco esaustiva, mi ordinò di mettermi a quattro zampe sopra al tavolo ancora imbandito; non obiettai, eseguii subito senza fiatare.
Samanta mise il piattino con i pochi pasticcini avanzati sotto alla gabbietta, dove di solito metteva la ciotola di metallo, e ficcandomi un dito dentro al culo senza nemmeno lubrificarlo, incominciò a massaggiarmi la prostata lentamente.
M’inarcai, già tremavo e gemevo.
Le vecchie intorno a me guardavano interessate; ne vidi alcune passarsi le mani sul seno e accarezzarsi la figa mentre mi guardavano visibilmente eccitate.
Dopo non troppo tempo, il mio sperma incominciò a colare sui pasticcini, lentamente, senza fretta ma con continuità.
Samanta continuò a massaggiarmi la prostata sia da dentro il retto che dal perineo contemporaneamente, anche ben dopo che le ultime gocce erano cadute dalla gabbietta. Poi si fermò, uscì repentinamente dal mio ano e mi schiaffeggiò forte sulle chiappe.
Poi si fece succhiare il dito che era stato dentro il mio culo; sembrava pulito e, per quanto avesse un odore sgradevole, non era fortunatamente l’odore delle feci.
“Vedete, signore? Non aveva mai ripulito il mio dito con la bocca; questa è un'esperienza tutta nuova, ma esegue senza troppe esitazioni inutili, è diventato proprio un ragazzo ubbidiente!”
Tolse il dito dalla mia bocca e mi fece scendere dal tavolo, cosa che, tra pasticcini, teiera e tazze, non fu propriamente facile.
Mi misi fermo nuovamente in ginocchio per terra; Samanta mi porse il vassoio con i pasticcini imbevuti del mio sperma e incominciai a mangiarli, come se nulla fosse.
Una delle sue amiche interruppe l’operazione: “Samanta, scusami, sarei curiosa d’assaggiare anch’io uno di quei pasticcini, sarebbe possibile? Ti offendi?” “Mi spiace, ma quelli sono i suoi pasticcini ora; se vuoi assaggiare sperma giovane, dovrai trovarti un ragazzo tutto tuo oppure aspettare che io decida di condividere il mio!” fu la risposta perentoria di Samanta.
Continuai pertanto a mangiarli tutti e leccai il piatto per poi chiedere dove dovevo posarlo.
Samanta mi disse di portarlo in cucina assieme al resto; era ora che io sparecchiassi.
Le sue amiche le chiesero che tipo d’addestramento avessi seguito; lei rispose che era tutto documentato e che, se volevano, avrebbe potuto mostrare dei video, ma che dovevano rimanere in casa e non ne avrebbe fornite copie su richiesta, nemmeno a pagamento.
Sentendo questa sua affermazione dalla cucina, ero molto felice; stava mantenendo la promessa che mi aveva fatto all’inizio del nostro rapporto.
Le sue amiche poi si congedarono da Samanta e si fecero accompagnare da me alla porta. Questa volta tutte loro, per salutarmi, mi palparono il fisico, con aria estasiata, e per ultima l’infermiera si avvicinò al mio orecchio e mi sussurrò: “Prima o poi convincerò Samanta a lasciarmi giocare con la tua uretra e insieme ci divertiremo tantissimo, te lo assicuro!”
Chiusi la porta, tornai da Samanta; ero stanco, avrei solo voluto sdraiarmi, invece dovevo preparare la cena e poi andare a pulire la palestra. La vita di un futuro marito era davvero dura.
I giorni successivi furono faticosi; Samanta stava programmando nei dettagli il matrimonio, decidendo senza interpellarmi date, luoghi, menù e quant’altro.
Un pomeriggio, subito dopo pranzo, suonarono il campanello; non sapevo cosa fare, poteva essere un pacco o il postino.
Samanta mi scrutò sadicamente e mi disse: “Beh, cosa aspetti? Vai ad aprire!” Andai ad aprire nudo, con solo la gabbietta addosso; alla porta trovai Vanessa, l’ex infermiera in pensione.
Entrò decisa con una borsa voluminosa e chiese a voce alta dove doveva sistemarsi; Samanta, dal salotto, le rispose di andare in camera sua.
Poi Samanta mi mise una benda sugli occhi e mi sussurrò: “Ti avevo detto di non dirle che la tua uretra era ancora vergine, ma tu sei stato sciocco e lei è stata parecchio convincente. Ora segui le istruzioni senza fiatare.”
Mi prese per mano e mi portò fino a quella che sapevo essere camera sua, mi fece sdraiare nel letto e mi legò a stella, come aveva già fatto moltissime volte.
Sentii delle mani con guanti che mi palpavano i testicoli, poi una puntura sullo scroto, seguita a breve da una sensazione fastidiosa ma non dolorosa.
Mi venne tolta la benda; vidi dapprima Vanessa, che si era messa un costume da sexy infermiera, immagino estremamente economico, si vedeva fosse sintetico.
Poi notai una grossa flebo su un'asta con le ruote; il tubo scendeva alle mie palle, non capivo il perché, ma era evidente che mi stessero facendo una flebo ai testicoli.
Vanessa mi chiese se sentissi dolore e quando la mia risposta fu negativa, mosse la rotella sul tubo per regolare un maggiore afflusso. Esclamai che ora sentivo distintamente il dolore, ma lei non rallentò la discesa del liquido.
Il dolore era intenso, sentivo le mie palle esplodere, urlai di smettere, che mi faceva male, che dovevano avere pietà di me.
Nessuna delle due si espresse per un tempo che credo fosse almeno un'ora e solo quando la sacca fu praticamente vuota, Vanessa si decise a fermare il flusso e togliermi quel maledetto ago.
Solo allora venni liberato delle corde e mi venne detto di alzarmi; le mie palle erano diventate un'unica palla decisamente più grossa di quelle da tennis, ma fortunatamente più piccola di quelle da calcio.
Alzato in piedi, il peso e il fastidio erano entrambi importanti, oltre al fatto che la nuova dimensione m’impediva di tenere le gambe unite, obbligandomi a tenerle quantomeno lievemente divaricate.
“In ginocchio!” esclamò Vanessa. Guardai Samanta, che mi disse di obbedire immediatamente.
Mi misi in ginocchio, con le gambe divaricate; la palla scrotale unica ondeggiava e tirava dolorosamente.
Vanessa tirò un calcio ben assestato al mio scroto, senza alcun preavviso, senza pietà e con molta forza.
Urlai e mi piegai lievemente, ma il dolore fu incredibilmente inferiore a quello che mi sarei aspettato.
“Visto, cara Samanta? Con un'iniezione salina le palle sono protette dal liquido ed è estremamente più difficile causare danni. Poi colpirlo ripetutamente e con forza, senza renderlo necessariamente un eunuco.”
Vidi che a Samanta brillavano gli occhi; aveva un'espressione terrificante.
Vanessa cercò di portare il discorso sull’uretra, ma venne prontamente fermata da Samanta, che le disse che doveva attenersi alle tempistiche concordate.
Samanta mi fece mettere in piedi, con le mani dietro la schiena, prese il mio scroto gonfio con una mano e con l’altra iniziò a schiaffeggiarlo, prima delicatamente, poi sempre più velocemente e con forza.
Tutta quell’acqua effettivamente proteggeva i miei testicoli, ma la sensazione di pressione che sentivo era accentuata a ogni colpo; non era solo disagio, era dolore. Pregai Samanta di smetterla, ma lei continuò, fino a che i miei testicoli non cambiarono colore, diventando un rosso fuoco.
Mi disse di rimettermi steso a letto, si sedette sopra di me, ma a differenza di quanto mi aspettavo, si mise sopra il mio pene ingabbiato.
Lo scroto gonfio oltremisura era schiacciato dal suo peso, non mi concedeva proprio tregua. Inoltre, lei si strusciava sulla mia gabbietta, facendola quasi entrare dentro la sua figa pelosa e stimolandole il clitoride.
Per quanto dolorosa, la cosa mi eccitava molto, aumentando al dolore dello scroto anche il dolore del pene compresso dalla gabbietta.
Samanta continuò a strusciarsi e saltellare sempre con più forza sopra di me, buttando il suo peso non indifferente sopra al mio scroto gonfio e dolorante.
Vanessa, che fino ad allora era rimasta solo a guardare, si tolse le scarpe, si mise in ginocchio sul letto e, mentre Samanta continuava a saltarmi sopra, incominciò a stringere, torcere e pizzicare i miei capezzoli.
Dopo poco commentò che avevo dei capezzoli molto sensibili, proprio come le era stato detto, e si mise a cavalcioni sulla mia faccia, con ancora la minigonna del completino da infermiera addosso. Mi accorsi solo in quel momento che non indossava le mutande; come Samanta, era estremamente pelosa, ma per quanto si fosse appoggiata sul mio viso, l’assenza del grasso mi permetteva di respirare senza rischiare di soffocare.
“Beh? Cosa aspetti a leccarmela? Un invito scritto?” inveì con un tono acido.
Incominciai a darmi da fare; sia il gusto che il sapore erano estremamente diversi da quello a cui mi ero ormai abituato. Inoltre, ero sicuro che Vanessa non mi avesse fatto la cortesia di farsi almeno un bidè prima di salirmi sulla faccia; l’odore di urina era rimasto distintamente intriso nei suoi peli.
Nonostante tutto, io continuavo ad eccitarmi sempre di più; sentivo le mani rugose di Vanessa scorrermi sul petto, appoggiarsi e, quando con la lingua toccavo un punto particolarmente piacevole, stringere e graffiare la mia pelle. Contemporaneamente, Samanta continuava a saltellarmi sopra, simulando un rapporto sessuale completo che era impedito dalla mia gabbietta e reso ancora più doloroso dal mio gigantesco scroto monopalla.
Vanessa incominciò ad ansimare, fino a urlare e poi spostarsi da sopra la mia faccia; evidentemente aveva raggiunto un orgasmo.
Samanta s’interruppe di botto, mi guardò con un'aria perversa e mi disse che adesso voleva anche lei un bell’orgasmo e si spostò sopra il mio viso.
Questa volta respirare fu più complicato, il gusto era a me più gradito, era quello a cui ero abituato, anche se Samanta era già eccitata e, oltre ai suoi deliziosi umori, c’era sicuramente abbondante sudore; tutto quel saltellarmi sopra aveva stimolato ulteriormente la produzione che già normalmente, nelle pieghe del grasso, era copiosa.
Mentre mi stavo dando da fare, sentii un colpo secco allo scroto, seguito da un altro, poi altri ancora. Evidentemente, Vanessa aveva deciso di torturarmi le palle mentre portavo all’orgasmo la mia futura moglie.
Incominciai a leccare nella maniera che sapevo Samanta preferiva, cercando di farla venire il prima possibile e, per fortuna, riuscii nell’impresa in un tempo veramente risibile.
Come avevo sperato, quando Samanta si tolse dal mio volto, anche Vanessa smise di colpire.
Le due si guardarono con un'aria complice e Samanta mi ordinò di farmi una doccia veloce e di preparare la cena per tutti e tre. Evidentemente, la sessione era durata più di quanto pensassi.
In bagno persi qualche istante a guardarmi allo specchio; avevo segni rossi e graffi sul petto, lo scroto era gigante e quasi violaceo, continuava a impacciare l’andatura. Mi resi conto che sarebbe stato estremamente complicato andare fino alla palestra e fare le pulizie con quel pallone in mezzo alle gambe.
Decisi di porre il problema a cena; mi misi a preparare da mangiare, apparecchiando per tre, e poi, quando era tutto pronto, chiamai le due signore che nel frattempo si erano lavate con tutta calma.
A cena, Samanta e Vanessa parlavano dei preparativi per il matrimonio; io non sapevo nemmeno se era stata decisa una data, per cui cercavo di carpire ogni informazione.
In un momento in cui nessuna delle due stava parlando e l’argomento sembrava esaurito, chiesi come avrei dovuto regolarmi col pallone tra le mie gambe per andare in bici e fare le pulizie, e se c’era il tempo di sgonfiarlo.
Vanessa mi rispose con tranquillità che si sarebbe riassorbito in uno o due giorni e che quella sera avrei dovuto andare gonfio com’ero.
Risposi che non sapevo se sarei riuscito a chiudere la lampo dei pantaloni, e lei, ridendo, mi disse che mi poteva prestare la minigonna dell’abito da infermiera se volevo essere libero tra le gambe.
Al solo pensiero arrossii e, per paura che mi costringessero sul serio a indossare quella minigonna, non fiatai più. Mi preparai a una serata di dolore e difficoltà di movimento.


Fine della decima parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
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