Prime Esperienze
il verginello e la signora vogliosa parte 2
PaoloTrieste89
08.09.2025 |
4.972 |
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"Samanta disse alla ragazza che voleva iscrivere il suo cucciolo al corso di nuoto agonistico..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale.Lei rientrò nella stanza, era nuda, vedevo smagliature, cellulite, piccoli rotoli di pelle qua e là e soprattutto sia sotto le ascelle che sotto al pube aveva una moltitudine di peli. Il mio cazzo ancora duro e sull’attenti incominciò a saltellare, a quella vista di una donna che fino al giorno prima avrei pensato mi facesse ribrezzo, ma in quel momento mi resi conto di quanto mi sbagliassi.
A me quella donna non solo piaceva, a me quella donna faceva impazzire.
Lei mi guardò con attenzione, poi mi chiese se mi piaceva quello che vedevo; risposi affermativamente senza nemmeno pensarci un istante.
Lei rise, evidentemente compiaciuta, e mi disse che voleva conoscermi meglio.
Mi chiese la mia email e gliela diedi, poi mi chiese anche la password; non capivo perché diamine la volesse, ma non avevo nulla da nascondere. Io l’email la usavo poco, quindi pensai non fosse un problema e gliela dissi senza pormi troppi problemi.
Lei si voltò e disse che sarebbe tornata subito, permettendomi così di ammirare le più belle natiche del mondo, grosse con un filo di cellulite ad adornarle.
Mentre ero solo, mi domandai da quando mi piacesse quel tipo di fisico; nei porno avevo sempre evitato di guardare i video con ciccione o con vecchie, perché adesso lo apprezzavo così tanto? Che mi fossi innamorato per la prima volta in vita mia? In fondo, l’amore è ceco; poteva anche essere.
Lei rientrò in stanza con in mano le sue mutande, me le mise in faccia, neanche fossero una maschera di carnevale.
Vedevo poco in trasparenza di quello strato di tessuto; il mio naso sentiva molto forte gli odori a cui ormai ero abituato, quasi assuefatto.
Lei si sedette sul mio cazzo, la vedevo a malapena, ma sentivo caldo e bagnato tutto intorno all’asta, sentivo la sua pelle sulla mia, sentivo il suo peso sulle mie gambe forzatamente divaricate. Incominciò a saltellarmi sopra, dapprima piano, poi sempre più forte.
Il letto cigolava, le gambe mi facevano male a causa del suo peso (la posizione non era delle più comode).
Lei mi chiese di avvisarla prima di venire, non pensavo potesse rimanere incinta, ma non ebbi il tempo di pormi il problema, mi fu facile, ero già al limite e l’avvisai immediatamente.
Allora lei si alzò di scatto, mi sentii sollevato per la fine della pressione sulle gambe, ma oltremodo contrariato per l’interruzione brusca della stimolazione.
Lei si mise nuovamente sulla mia faccia e incominciò a segarmi lentamente.
Non ne potevo più di respirare a fatica, non ne potevo più di essere eccitato e duro, io volevo venire. Quindi glielo dissi, lei mi chiese quanto lo desiderassi e io risposi “tanto!”.
La velocità della mano incominciò finalmente ad accelerare; la presa, però, era ancora appena accennata. Quando mi ritrovai finalmente nuovamente vicino all’orgasmo, lei smise di nuovo.
I miei addominali iniziarono a sussultare, anche le gambe e le chiappe; in realtà, credo che non ci fosse un singolo muscolo che non risultasse tirato come la corda di un violino.
Il pene pulsava, ma ormai avevo perso l’occasione e non riuscii a venire.
In quel momento, lei riprese, nuovamente piano, nuovamente delicatamente, per poi accelerare, piano piano, senza alcuna fretta.
Le dissi: “Ti prego, ti scongiuro, voglio venire, fammi venire! Permettimi di venire!” E a queste mie parole, lei accelerò ancora di più, finché il primo schizzo di sperma non uscì violentemente; in quel momento, lei si fermò.
Gli altri schizzi continuarono a uscire piano; ero contrariato, volevo che continuasse a muovere la mano mentre venivo e glielo urlai.
Quando ormai avevo finito, lei ripartì con la sua mano; in quel momento io non gradivo alcuna stimolazione e le dissi di smettere.
Lei mi rispose: “Fammi venire, continua, smetti, devi deciderti, cucciolo. Adesso ti segherò finché non torna bello duro per me”, e così fece.
Una volta tornata una dura e salda erezione, lei si alzò dalla mia faccia, mi tolse le mutande dal viso e così potei notare che le sue grosse, bellissime tette cadenti erano piene del mio sperma.
Si sdraiò al mio fianco, poggiando un ginocchio sul cazzo duro, le tette sporche addosso a me; ora i peli sui miei pettorali erano intrisi del mio stesso sperma.
Mi morse piano il lobo e mi sussurrò all’orecchio: “Parlami di te, voglio conoscerti. Dimmi cosa ti piace fare, dimmi cosa desideri nella vita, dimmi cosa vuoi, parlami delle tue aspirazioni e dei tuoi sogni.”
Io parlai di me stesso come non avevo mai fatto con una donna, anzi, come non avevo mai fatto con nessuno.
Continuai per non saprei dire quanto tempo, finché non mi accorsi che lei si era addormentata al mio fianco.
Io ero ancora immobilizzato a stella, col pene finalmente rilassato, in una posizione non esattamente comoda, ma almeno non dolorosa.
Nonostante questo, non mi sembrava il caso di svegliarla, per cui cercai di addormentarmi anche io, cosa che risultò oltremodo complicata.
Al mattino dopo, lei mi svegliò portando un vassoio per la colazione a letto, con caffè, latte, biscotti, succhi di frutta vari e persino le uova con pancetta.
Io ero ancora legato e, in maniera provocatoria, le chiesi se voleva imboccarmi o se intendeva liberarmi, prima o poi.
Lei si passò il mento con la mano, il tipico movimento che associamo al pensare, rise e mi disse di non tentarla, che poteva anche pensare di lasciarmi lì, a sua completa disposizione, per sempre.
Finalmente mi liberò dalle corde e mangiammo a letto abbracciati assieme.
A fine della colazione, lei mi chiese perché non facessi nuoto se mi piaceva tanto (era una delle cose che le avevo raccontato la notte prima).
Io risposi che a malapena potevo permettermi un appartamento in affitto e che non avrei potuto pagare la piscina.
Lei rispose: “Beh, la piscina posso pagartela io e comunque per l’appartamento potresti trasferirti qui da me.”
Aggiunse subito che stava scherzando riguardo all’appartamento, ma che era seria sulla piscina. Mi spiegò che lei frequentava un corso di acqua gym nella parte poco profonda della piscina e che proprio in quell’orario c’erano gli allenamenti dei ragazzi agonisti. Aggiunse, ridacchiando, che probabilmente il motivo della grande partecipazione al corso era proprio lo spettacolo di quei bei “manzi” seminudi.
Io rimasi basito; avevo sempre idealizzato la donna, messa su un piedistallo, come un essere puro, casto, praticamente asessuato, pronta a concedersi solo a un uomo degno.
Mi resi bruscamente conto che le differenze tra uomo e donna non sono così marcate.
Finalmente trovai il coraggio di chiedere quale fosse il nome di questa stupenda signora, che rispose ridendo di chiamarsi Samanta. Mi presentai a mia volta, ottenendo una risposta inaspettata:
“Ma sciocchino, ti sei già presentato ieri, so bene che ti chiami Massimo, ma se non ti dispiace vorrei chiamarti cucciolo, il mio cucciolo”.
Non sapevo se, riferendosi a me in quel modo, mi paragonasse a un cane, a uno dei sette nani o a un bambino; l’avrei trovato svilente se non fosse che era pronunciato con estrema dolcezza.
Provavo inoltre una certa punta d’orgoglio nel sentire di essere “suo”; ero il suo cucciolo.
Dopo aver passato praticamente l’intera domenica assieme, mai senza allusioni sessuali marcate, al momento di uscire da casa sua, lei mi chiese a bruciapelo ogni quanto mi masturbavo.
Risposi la verità: normalmente spesso, ma prima d’incontrarci avevo fatto una pausa di quasi una settimana.
In quel momento, lei mi diede un bacio in bocca e mi disse che non avrei mai più dovuto toccarmi senza il suo permesso e che ci saremmo rivisti il martedì della settimana successiva in piscina, che avrebbe pagato lei l’iscrizione e che dovevo solo presentarmi con l’occorrente.
Io, con il cazzo che premeva sui pantaloni, accettai e mi diressi verso casa.
Passai tutto il lunedì (anche mentre lavoravo) a pensare a Samanta; normalmente, appena m’infatuavo di una ragazza, m’immaginavo di sposarla e di avere due o tre bambini, di formare la famiglia felice.
Samanta era diversa; figli non avrei potuti averne e, sinceramente, per quanto mi fossi affezionato già a quella donna, non l’immaginavo come una compagna. Mi ero reso conto di non esserne innamorato, però ne ero stregato.
Era la mia prima “trombamica”; non credevo ne avrei mai trovata una.
Martedì, dopo lavoro, mi fiondai a casa, feci la doccia, presi il borsone già pronto e andai in piscina.
Aspettai Samanta alla reception; quando la vidi, sentii una gioia inesplicabile. Non era eccitazione sessuale, il pene era floscio, e lei era vestita in maniera molto sobria. Ero veramente solo felice di vederla.
Mi prese sotto braccio e mi guidò verso il bancone d’accettazione; la ragazza della piscina ci guardò in modo perplesso, non è così comune vedere uno della mia età accompagnato per braccetto da una donna matura.
Samanta disse alla ragazza che voleva iscrivere il suo cucciolo al corso di nuoto agonistico.
Le venne risposto che avrebbero volentieri iscritto suo figlio al corso, al ché lei corresse la ragazza e disse: “Massimo non è mica mio figlio, lui è il mio cucciolo!”.
Io avrei voluto sotterrarmi; ero estremamente imbarazzato, mi liberai dal suo braccio di scatto, ma non dissi nulla, mi limitai a guardare in basso, per terra.
Non volevo incrociare lo sguardo di nessuno dei presenti, soprattutto quello della receptionist, che comunque fece finta di niente.
Una volta compilate le pratiche, mi venne chiesto se sapevo dove fossero gli spogliatoi; Samanta mi riprese il braccio e rispose al posto mio che mi ci avrebbe accompagnato.
Una volta da soli lungo il corridoio, lei mi disse che non avrei mai più dovuto azzardarmi a mancarle di rispetto in una maniera simile e che sarei stato severamente punito più tardi.
Entrato negli spogliatoi maschili, mi preparai, feci la doccia, misi il "jammer" (un costume apposito simile a dei pantaloncini aderenti), presi occhialini, cuffia e, con le ciabatte, mi diressi verso la piscina seguendo altri due ragazzi che si erano cambiati con me in spogliatoio.
I due erano completamente depilati; a parte le sopracciglia e i capelli, non avevo nemmeno l’ombra di un singolo pelo, estremamente muscolosi ma non dei culturisti, entrambi con degli slip come costume. La prima lezione fu piacevole; l’istruttore era cordiale e i ragazzi, per quanto competitivi tra loro, si dimostrarono tutti cordiali con me.
Probabilmente per loro non rappresentavo una minaccia.
A un angolo della piscina vidi il corso di acqua gym a cui partecipava Samanta, pieno di signore attempate rivolte verso di noi a fare esercizi lenti guidati da un'istruttrice che ci dava le spalle.
Finito il corso, tornai a farmi una doccia per togliermi il cloro con gli altri, mi asciugai e mi rivestii; per poi aspettare Samanta nuovamente all’ingresso, come mi aveva chiesto.
Lei arrivò con altre del suo corso e mi presentò a una a una nove sue amiche, alcune delle quali probabilmente oltre i settant’anni, forse verso gli ottanta.
Mi disse che saremmo andati tutti a prendere un caffè a un bar lì di fronte e che ero invitato anche io.
Al tavolo mi sentii un pesce fuori dall’acqua, parlavano come se io non fossi presente; a un certo punto commentarono i ragazzi del mio corso, facendo riferimenti sessualmente espliciti.
Ero imbarazzatissimo; proprio mentre arrossivo, la donna che mi era seduta alla destra disse a Samanta (che invece era alla mia sinistra) che si era presa il più mediocre tra tutti quei bei manzi. Aggiunse inoltre che ero l’unico ad avere degli orribili peli, come le scimmie.
Io risposi che avevo dei peli, ma che non ero così villoso da essere paragonabile a una scimmia.
La donna mi gelò con un'occhiataccia e mi disse che non stava parlando con me e che non avrei dovuto permettermi d’interromperla.
Samanta intervenne in maniera bonaria, spiegando che la mia educazione lasciava a desiderare e che mi avrebbe tolto quegli orribili peli il giorno stesso.
Poi continuarono a parlare delle loro cose, sempre facendomi sentire un fantasma.
Salutate le amiche, Samanta mi portò a casa sua; appena entrati, mi fece spogliare, piegando tutto (calze e mutande comprese) e mi portò in camera da letto.
Mise un asciugamano sopra al letto fatto e mi disse di mettermi a stella; ero già duro come il marmo.
Dopo avermi legato per bene, uscì dalla stanza per tornare parecchio tempo dopo con una specie di piccolo secchiello e una specie di coltello da burro.
Mi spalmò una crema calda sui peli del petto. Pio mise sopra una specie di garza, facendola aderire bene sulla crema, poi si fermò.
Mi guardò dritto negli occhi e mi chiese se mi ero mai fatto una ceretta; risposi di no, ovviamente.
Lei mi disse che le donne la fanno da sempre e che poteva risultare dolorosa, ma che se le donne possono sopportarla, avrei potuto sopportarla pure io.
Afferrò la garza e la strappò via in un solo istante; urlai dal dolore, mi ero sentito come se mi avesse squartato il petto.
Samanta, con una voce calma e suadente, mi disse che aveva pianificato di depilarmi in una maniera molto più piacevole, ma che quel giorno non solo avevo mancato di rispetto a lei, ma anche a una sua amica; tentai di protestare alle sue affermazioni, ma venni subito zittito. Compresi che potevo solo peggiorare la situazione opponendomi.
Continuò così per ogni parte del mio corpo; pensai di essere fortunato ad avere le parti intime già glabre.
Il dolore era così intenso che non riuscivo a trattenere delle piccole lacrime.
Finita la parte frontale, mi liberò e mi legò nella stessa posizione, ma a pancia in giù. Io non opposi alcuna resistenza; feci esattamente quello che mi venne detto, in parte perché avevo paura di contrariarla, in parte perché ero convinto io stesso di meritare una punizione.
Alla fin fine, era vero che mi ero comportato in maniera maleducata e non volevo perdere il rapporto con Samanta per nessuna ragione al mondo. La schiena era già quasi del tutto sprovvista di peli, per cui fu una zona facile; le gambe nuovamente furono dolorose, ma non mi venne né da urlare, né tanto meno da piangere; ormai ero assuefatto al dolore.
Una volta finito, venni slegato e mi disse di mettermi in piedi, di fronte a lei, tutto nudo, col pene floscio, senza peli, sporco di cera, con lei ancora vestita; la situazione era onestamente imbarazzante.
Lei prese il cellulare e mi disse di mettermi in varie pose, fare i muscoli, girarmi, chinarmi, molte tipiche pose di stature romane o greche; ogni volta scattava una foto. Poi mi disse di andare a rimettermi i vestiti e di andarmene. Chiesi se potevo fare almeno una doccia; mi rispose che avrei dovuto farmela a casa mia.
Appena arrivato a casa, mi spogliai, corsi in doccia a lavarmi e mi accorsi che toccarmi il corpo con le mani insaponate mi causava una sensazione strana: la pelle mi bruciava e doleva, ma il contatto della mia pelle senza peli mi eccitava. In breve tempo, incominciai a segarmi velocemente e venni in pochi minuti.
Appena l’ultimo spruzzo uscì dal mio glande, mi ricordai che avevo promesso di non toccarmi mai più senza il permesso di Samanta; questo ricordo mi fece sentire sporco, come se avessi commesso un orribile crimine, e mi ripromisi di non farlo mai più.
Il giorno seguente passò veloce e giovedì, dopo lavoro, ero già pronto per andare in piscina per la seconda lezione; non passai nemmeno per casa, anche se ne avevo il tempo, e preferii aspettare più di un'ora fuori dalla piscina l’arrivo di Samanta.
Lei si presentò con in mano un pacco regalo, mi disse di metterlo nello zaino e di leggere il biglietto e di aprirlo una volta in spogliatoio; feci come mi disse.
Entrammo insieme in palestra, salutando la receptionist, e davanti allo spogliatoio Samanta mi diede un lungo bacio appassionato, sfregando una mano sul mio pacco. Quando sentì che ero dannatamente duro, smise di baciarmi, mi morse piano un lobo e si diresse verso gli spogliatoi femminili.
Entrai nella stanza, rintronato dalle sensazioni. Mi sentivo leggero; aspettai che il pene si calmasse, mi feci la doccia e poi, prendendo il costume dallo zaino, mi ricordai del pacchetto e lo esaminai per la prima volta: era leggero, piccolo, e il biglietto recitava “Eccoti un costume adatto, non osare metterti mai più quegli orrendi pantaloncini!”.
Aprii il pacco e rimasi scioccato: all’interno c’era il più sottile paio di slip che avessi mai visto in vita mia, bianchi, a vita bassa; ricordava più un tanga femminile che un costume da uomo.
Rilessi il biglietto e capii immediatamente che non avrei potuto fare altrimenti: dovevo mettermi quel costume.
Una volta indossatolo, mi resi conto che probabilmente era di una taglia più piccola del necessario; stringeva parecchio ovunque, sia sulla vita che sul pacco, il quale sembrava più piccolo di quanto non fosse.
Un ragazzo appena entrato in spogliatoio mi guardò, ridendo, mi fischiò e disse: “Bel costume, su quale tardona vuoi fare colpo?” Gli chiesi a cosa si riferisse e mi rispose che a bordo piscina era pieno di vecchie che facevano il filo spudoratamente e senza successo a tutti quelli del corso.
Capì che la mia relazione con Samanta avrebbe raccolto lo stigma dei miei nuovi compagni di corso, se fosse saltata fuori, anzi, quando fosse saltata fuori.
Mi diressi fuori dallo spogliatoio con in mano occhialini e cuffia; il sottile costume mi arrecava fastidio a ogni passo. Rallentai il mio incedere, ma proseguii sicuro in direzione della piscina.
Fine della seconda parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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