bdsm
il verginello e la signora vogliosa parte 9
PaoloTrieste89
11.05.2026 |
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"Rallentai fino a fermarmi, poi uscì da Samanta e mi tolsi finalmente il fallo dalla bocca..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale. Vi informo che sin dalla prima parte ho iniziato a mettere dei particolari indispensabili per gli sviluppi futuri.Mi svegliai con Samanta ancora abbracciata a me; era però ricomparsa la gabbietta al mio pene.
Mi alzai e preparai la colazione, poi la portai a Samanta a letto.
Mangiammo e, in seguito, andando a pisciare seduto sulla tavolozza in bagno, mi resi conto che il lucchetto della gabbia era diverso.
Su di esso era serigrafata la scritta "PROPRIETÀ DI SAMANTA".
A cosa serviva metterlo per iscritto sul lucchetto?
Dopo aver sciacquato come potevo il mio cazzetto floscio, andai da Samanta per chiederle come mai avesse cambiato lucchetto; la trovai davanti al cellulare. Mi disse che arrivavo proprio al momento giusto, mi chiese di portarle il mio bancomat perché stava ordinando l’anello di fidanzamento che io le avrei regalato. Non mi venne mostrata nemmeno una foto dell’anello, né tanto meno mi disse il costo e io non osai chiedere. Chiesi invece del lucchetto.
“Beh, cucciolo, tu mi regali un anello di fidanzamento, non volevo essere da meno e ti ho regalato un lucchetto di fidanzamento!” disse con tono divertito.
Una volta preso e consegnato il bancomat a Samanta, lei inserì i dati con il cellulare e poi lo ripose sul divano a fianco a lei, anziché tornarmelo.
Mi disse che voleva andare a pranzo fuori per festeggiare il nostro fidanzamento ufficiale e che avrebbe tenuto lei il bancomat per pagare il pranzo, e mi chiese subito il mio codice PIN. Mi disse di pulire la cucina e poi di andare in camera a vestirmi per uscire.
Quando andai in camera, trovai i jeans e la maglietta del giorno prima, unitamente a dei sandali a infradito della mia misura che non avevo mai visto. Lei era in camera sua a cambiarsi; la porta era stranamente chiusa, decisi di aspettarla lì davanti.
Aspettai parecchio, lì in piedi, fermo, come un soldatino di plastica. Quando la porta si aprì, rimasi stupefatto: Samanta indossava un vestito da sera di colore rosso con una scollatura esagerata e degli spacchi laterali altrettanto generosi.
La cellulite sulle sue cosce si vedeva chiaramente; il vestito, seppur della sua misura, non era assolutamente adatto al suo fisico, facendo risaltare tutto quello che normalmente viene criticato in una donna della sua stazza.
Si era messa inoltre abbondante rossetto rosso acceso, lo stesso colore del giorno in cui l’avevo incontrata, e parecchi trucchi su tutto il viso.
“Cucciolo, trovi che mi stia bene?” risposi affermativamente; non avrei certo osato dirle il contrario. Mi limitai a dire che il mio abbigliamento strideva col suo, ma lei, palpeggiandomi i pettorali, mi rassicurò che andava benissimo così.
Mi diede le chiavi dell’auto; risposi che non potevo guidare con degli infradito senza legatura sul tallone. Rispose che avrei guidato a piedi nudi e che dovevo sempre sforzarmi d’accontentare la mia futura mogliettina, senza mai contraddirla. Mi fece guidare dandomi indicazioni, senza dirmi dove stavamo andando.
Durante tutto il tragitto la mano di Samanta esplorava e accarezzava il mio interno coscia, tra dolore e eccitazione non mi accorsi che era rosso e rischiai un incidente.
Samanta, anziché smettere, si limitò a schiaffeggiarmi sulla nuca con l’altra mano, dicendomi che non sapevo nemmeno guidare.
Poco dopo mi fece parcheggiare nel piazzale davanti a un all you can eat di sushi, sospirai dal sollievo, per quanto il sushi sia costoso avevo paura mi avrebbe portato in un ristorante stellato di alto livello.
Ci sedemmo a un tavolo e ordinammo una marea di cibo, lei principalmente fritti o comunque cibi grassi io salmone e riso (proteine e carboidrati per la palestra).
Al momento del conto il cameriere portò il POS al nostro tavolo e Samanta poggiò su di esso il mio bancomat.
Pagamento rifiutato, provò a inserirlo, pagamento rifiutato.
“Sei sicura di aver inserito il PIN correttamente?” chiesi e lei mi rispose dicendo ad alta voce il mio PIN e aggiungendo che non era certo stupida.
Poi pagò col suo bancomat, scusandosi dell’inconveniente col cameriere che aveva assistito a tutta la scena.
Mi chiese di controllare sull’app della banca il mio saldo ed eventualmente aprire un reclamo all’assistenza.
Non ce ne fu bisogno; il mio saldo era inferiore al conto portato dal cameriere.
Samanta, per il suo anello, aveva consumato sei mesi di duro lavoro a pulire la palestra, oltre ai soldi che mi erano rimasti da parte. Le dissi in tono seccato che aveva svuotato il mio conto per un anello.
“Se non puoi permetterti di regalare un anello di fidanzamento e offrire un pranzo alla tua futura moglie, sei davvero un fallimento come uomo, come sostiene tuo padre. Evidentemente avevo sopravvalutato le tue capacità finanziarie; non sei in grado di gestirti autonomamente. A fine mese avresti dovuto anche saldarmi tutti i soldi che mi devi; così non va affatto bene. Da ora in poi gestirò io le tue finanze, tu non spenderai nemmeno un centesimo senza la mia autorizzazione!!!”
Provai a ribattere che era lei ad avermi convinto a licenziarmi, che era lei ad aver preso un anello che costava sensibilmente, e sempre lei mi aveva trovato un lavoro non certo redditizio.
Non ci fu modo di ragionare, avevo torto io. Durante il viaggio di ritorno, Samanta continuò a rinfacciarmi tutti i miei difetti: ero un incapace, spiantato, poco dotato e decisamente poco duraturo, incapace di soddisfare una donna come merita, se non con la mia lingua.
Ogni parola, ogni offesa era tagliente quanto una lama; mi stava davvero facendo male, mi faceva male perché pensavo che tutte le sue parole corrispondessero al vero. Ero uno sfigato che nessuna donna aveva mai preso in considerazione, se non una vecchia obesa che ne aveva fatto il suo servo più che il suo compagno. Se non fosse stato per Samanta, probabilmente io sarei morto vergine, senza mai conoscere il tocco di una donna.
Tornati a casa, mi spogliai e rimisi i vestiti al loro posto.
Chiesi a Samanta cosa volesse che facessi; la casa era ancora linda dal giorno prima, non c’erano mansioni per me evidenti. Samanta si mise sul divano, divaricò le gambe e alzò il lembo del vestito che le copriva la vagina. Solo allora mi resi conto che Samanta non aveva le mutande, probabilmente non le aveva avute durante tutto il pranzo fuori.
“Nonostante la tua pessima prestazione di ieri sera, avrei voluto premiarti dopo pranzo con un'altra scopata, una vera scopata, sperando tu durassi qualche secondo in più, ma è evidente che non te la meriti affatto! Per cui ora vai in camera, nel cassetto del comodino prendi il fallo doppio e vieni qui a soddisfarmi per bene.”
Andai in camera sua e, aprendo il comodino, rimasi basito; era più fornito di un sexy shop. C’erano altri dildi oltre a quello doppio, di varie dimensioni, alcuni decisamente mastodontici.
C’erano inoltre corde, candele, manette, la gogna per le palle che usava all’inizio per mungermi e un sacco d’altre cose che non avrei saputo a cosa servissero, ma essendo assieme al resto immaginavo fossero giocattoli per lei o strumenti di tortura per me.
Stavo perdendo tempo, presi il dildo doppio e tornai in salotto.
La trovai che si stava masturbando e gemendo; s’interruppe e mi chiese se mi erano piaciuti i suoi giocattolini, scrutando ogni mia espressione facciale.
“Non saprei, alcuni mi sembravano decisamente troppo grossi per essere definiti giocattolini,” risposi istintivamente. Samanta sorrise: “Effettivamente, rispetto al tuo di giocattolino, i miei sono immensi! Beh, non perdere altro tempo, mettiti in ginocchio, ficcati il dildo in bocca e scopami con quello; non serve che ti aiuti con le mani, sono già fradicia!”
M’inginocchiai a terra e incominciai a prendere il fallo in bocca, che essendo molto lungo penzolava dalla mia bocca. Mi avvicinai alla sua foresta e indirizzai il dildo con le mani verso la sua caverna profumata.
Samanta mi fermò, mi disse che ero proprio stupido, non capivo nemmeno un ordine semplice, non potevo aiutarmi con le mani.
Provai a direzionare il dildo solo con la testa, ma a causa della lunghezza non riuscivo a regolarmi abbastanza bene da entrarle dentro.
“Cucciolo, ficcati il dildo più a fondo, vedrai che riuscirai a scoparmi meglio!”
Samanta mi stava chiedendo di soffocarmi da solo; avevo imparato a non vomitare, il fastidio era ormai sparito, ma tapparmi la gola da solo con un oggetto fallico fu estremamente difficile ed umiliante.
In apnea, con una lunghezza più manovrabile, infilai il dildo dentro Samanta e incominciai a scoparla. Tenevo il fallo forte coi denti quando spingevo e mollavo la presa quando tiravo, sperando di liberarmi la gola, ma non funzionò.
Stavo soffocando; d’impulso spinsi con i polmoni l’aria ormai satura d’anidride carbonica, che a sua volta spostò il dildo e finalmente mi liberò la gola quel tanto che bastava per riuscire a respirare.
Samanta ebbe un tremito; la porzione del fallo che aveva liberato la mia gola era entrata dentro di lei, per cui la stavo scopando in profondità.
Il liquido emesso dalla sua figa continuava a colare lungo le sue cosce; si era formata una pozza ben evidente sul divano e solo in minima parte entrava nella mia bocca.
Incominciava a farmi male il collo; la posizione era scomoda, non vedevo l’ora che finisse. Oltretutto, ero comunque dannatamente eccitato e le mie parti basse erano dolenti, nonostante non avessi certo le palle piene.
Continuai, provai ad accelerare il ritmo, a scuotere la testa in modo da far vibrare il fallo, fare movimenti in senso orario e antiorario mentre entravo e uscivo. Qualsiasi cosa per farla venire prima possibile, ero attentissimo a sentire i suoi sospiri, i suoi gemiti per capire cosa piacesse di più e continuare in quella modalità.
Finalmente vidi le cosce tremare, Samanta gemere con forza e uno spruzzo di liquido uscire dalla sua figa pelosa che mi colpì la faccia, tanto che dovetti chiudere gli occhi.
Rallentai fino a fermarmi, poi uscì da Samanta e mi tolsi finalmente il fallo dalla bocca.
Senza nemmeno pensarci incominciai a leccarle dolcemente la figa, succhiarle via dai peli il suo nettare delizioso.
“Bravo cucciolo, diventi sempre più bravo con la lingua e sempre più attento ai miei bisogni e desideri, proprio come deve fare un bravo maritino! Ora lasciami alzare!”
Mi allontanai e fu allora che vidi che il lembo dietro del suo vestito era pregno dei suoi umori, aveva assorbito buona parte della pozza che si era formata sul divano (che mi affrettai a succhiare prima che mi venisse chiesto).
Samanta, nel frattempo, si tolse il vestito e me lo buttò in testa, ordinandomi di lavarlo a mano per non rovinarlo, e andò in camera sua. Io presi il doppio fallo e il vestito e andai a lavare entrambi con cura e pazienza; poi stesi il vestito e portai il giocattolo appena lavato in camera di Samanta, rimettendolo nel cassetto.
“Adesso vai in palestra a gonfiarti un po' i muscoli, almeno quelli sono belli da vedere e toccare! A tal proposito, ti stai facendo sempre le docce fredde in palestra?”
Risposi affermativamente.
“E in spogliatoio cosa dicono della tua gabbietta?”
Le dissi che nessuno l’aveva vista, che mi coprivo bene con l’asciugamano e che in doccia davo solo le spalle e mi mettevo in fondo.
“Questo è inaccettabile; se non vuoi che, come punizione, ti faccia tatuare in faccia che mi appartieni, da ora in poi ti farai la doccia nel primo posto libero, rivolto verso gli altri e non ti coprirai mai con l’asciugamano; lo userai solo per asciugarti.”
Le dissi che non era detto che gli altri gradissero vedermi in quelle condizioni, che era una cosa tra noi e che non occorreva che gli altri sapessero.
M’interruppe bruscamente; io dovevo fare quello che mi veniva detto, non discutere i suoi ordini. La implorai di non costringermi a umiliarmi così davanti a tutti, nel posto dove lavoravo per giunta. Mi ridisse in maniera seccata di non obbligarla a ripetere il suo ordine; non sarebbe stato senza conseguenze.
Presi la bici e pedalai lentamente. Arrivato in palestra, aumentai pesi e ripetizioni di ogni esercizio, chiesi a Matteo (che ormai mi seguiva solo sporadicamente) due bibitoni anziché uno e passai parecchio tempo anche a fare gli stiramenti muscolari di fine esercizio.
Cercavo di rimandare il più possibile il momento della doccia, aspettando un momento in cui lo spogliatoio fosse vuoto, cosa che ovviamente non avvenne.
Si stava facendo tardi, dovevo preparare la cena e poi tornare a pulire. Decisi di andare a fare la doccia e, per un istante, pensai di disobbedire.
Il pensiero del tatuaggio in fronte mi fece desistere; Samanta conosceva il proprietario della palestra e chissà chi altro, magari aveva le sue spie all’interno.
Dall’armadietto alla doccia andai con un passo eccezionalmente spedito, senza incontrare nessuno. Avevo visto con la coda dell’occhio qualcuno, ma ero convinto che non mi avesse notato.
Mi misi nella prima doccia e sospirai; fortunatamente, non c’era nessuno in nessuna doccia.
Mi passai con l’acqua fredda velocemente e m’insaponai con altrettanta foga; in quell'istante arrivò in doccia proprio il signore peloso che avevo avuto l’impressione mi deridesse in doccia qualche mese prima.
Lui, senza dire una parola, si mise nella doccia di fronte alla mia, anche se erano libere tutte le altre. Non potevo pensare fosse un caso.
Mi tolsi il sapone con l’acqua gelida e mi asciugai velocemente. Quando stavo per andare agli armadietti, lui mi disse, guardandomi la gabbietta: “Ora capisco perché ti chiamano minimo; un cazzetto così piccolo non l’avevo mai visto, sembra quasi un clitoride! Non credo che tu venga liberato spesso. Chi ha le chiavi non se ne farà un granché del tuo fagiolino!”
Ero paonazzo, corsi all’armadietto incontrando due ragazzi che conoscevo di vista (come ormai tutta la palestra) e che, immagino notando la gabbietta, mi guardarono straniti.
Mi vestii e corsi via, pedalando sulla bici come un forsennato, anche se ero già stanco morto perché avevo continuato ad allenarmi per rimandare il momento della doccia il più possibile.
Arrivato a casa, mi spogliai, misi via i vestiti e, con le lacrime agli occhi, andai in cucina; ormai tutta la palestra avrebbe saputo che mi ero fatto imprigionare la virilità, che ero di proprietà di Samanta, che ero sottomesso a una donna.
Ormai era fatta, non potevo tornare indietro, solo andare avanti. Decisi che dovevo farmi forza e non dimostrarmi debole. A scuola ero stato vittima di bullismo; avevo imparato a mie spese che più ti mostri fragile, più fai trasparire la tua sofferenza, più gli altri ti schiacciano.
Mi asciugai le lacrime, preparai la tavola e, una volta pronto, chiamai Samanta, che guardava, come al suo solito, la televisione sul divano.
Mangiammo in silenzio, quasi fossimo in un cimitero; poi lei interruppe questa situazione surreale e mi chiese: “Allora, ti sei fatto la doccia bene in vista questa volta? Cosa hanno detto?”
Mi limitai a raccontarle cosa era successo, senza esprimermi sui miei sentimenti, ma solo sugli avvenimenti.
“Bene, cucciolo, dimmi: adesso ti senti liberato?” Chiesi in che senso; non capivo, non mi sarei definito affatto libero.
“Le menzogne e i segreti ingabbiano più di una prigione. Poter mostrare cosa realmente sei dovrebbe farti sentire più leggero, libero di essere quello che sei.”
“E cosa sono?” chiesi con un filo di voce.
“Il mio cucciolo ubbidiente, è ovvio! Ora sistema la cucina e poi vai a pulire la palestra e a guadagnarti i soldi che mi devi!”
Sparecchiai, lavai le pentole e caricai la lavastoviglie, poi mi vestii e, prima di uscire, andai a salutare Samanta, chiedendole, nel caso si fosse addormentata, dove preferisse io dormissi, con lei o nel letto della mia stanza.
Lei mi guardò, sorrise e, con tono dolce, mi disse: “Finalmente hai capito, se non lo sai per certo devi sempre chiedermi quello che voglio; sì, puoi dormire con me, cucciolo.”
Pedalai veloce verso la palestra, non sentivo il dolore e non avevo paura di cosa sarebbe successo al mio arrivo.
Entrai sicuro dalla porta; alla reception c’era Laura, la ragazza prosperosa che mi aveva fissato il primo appuntamento con Matteo.
Mi salutò tutta sorridente; di solito mi dava le chiavi e, ben felice di poter uscire, scappava via il prima possibile, invece si fermò a parlarmi per un po'.
Io, al mio solito, la guardavo dritta negli occhi; guardare anche solo di striscio il suo abbondante balcone mi avrebbe causato troppo dolore.
A un certo punto mi disse dal nulla: “Senti Massimo, ma è vero quello che mi hanno detto i ragazzi? Hai una specie di cintura di castità con un lucchetto?”
Sgranai gli occhi; ormai era inutile negare. Risposi con tutta la calma che riuscivo a tirare fuori, ma comunque in tono imbarazzato: “Sì, le chiavi ce le ha la mia fidanzata, si chiama Samanta.”
Anziché ridermi in muso, lei fece una faccia felicissima, mi prese le mani e mi disse: “Sai Massimo, tu mi stai davvero facendo ricredere sul genere maschile. Tutti mi guardano sempre le tette o il culo quando mi parlano; tu sei l’unico qui dentro che mi guarda negli occhi. Ho avuto molti ragazzi che, dopo avermi scopata, sono spariti o che mi hanno tradita con altre. Sono davvero contenta che questa Samanta abbia trovato un bravo ragazzo come te, che crede nei valori e vuole arrivare casto al matrimonio. Probabilmente le ruberò l’idea per il mio prossimo fidanzato e ne cercherò uno tenero e rispettoso come te.”
Non osai contraddirla, non volevo dirle che non le guardavo le tette per non soffrire (ma era cretina? Non ci arrivava da sola?) né che la castità era uno strumento di tortura e di controllo più che una virtù da portare fino al matrimonio, visto che la verginità l’avevo comunque persa.
Lei, senza aggiungere altro, mi salutò con un bacio sulla guancia e uscì di fretta, augurandomi buon lavoro.
Il pene era come una melanzana dentro a una buccia di nocciolina, il cuore batteva forte, sentivo la mente fluttuare nel nulla.
Mi aveva chiamato per nome, fatto dei complimenti, preso le mani e addirittura baciato sulla guancia; mi sentivo davvero al settimo cielo, non credevo assolutamente di esserne innamorato, ma non avevo mai avuto una conversazione così lunga e positiva con una ragazza della mia età; nessuna mi aveva mai toccato né baciato sulla guancia.
Riuscì a pulire tutto in meno tempo del solito, nonostante l’allenamento estenuante del pomeriggio, e tornai a casa prima del solito.
Trovai comunque tutte le luci spente, le chiavi sotto allo zerbino e Samanta che russava molto forte a letto.
Mi lavai i denti e mi misi abbracciato a lei; le ero davvero grato per come mi stava cambiando.
Tutto sommato, ero felice della mia situazione, ero felice di stare con lei.
Fine della nona parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
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