bdsm
il verginello e la signora vogliosa parte 3
PaoloTrieste89
21.11.2025 |
1.150 |
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"L’odore era intenso, il piscio non passava per il viso, pertanto era lontano dal naso, ma comunque sentivo distintamente quelle nauseabonde esalazioni..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale. Sappiate che ho nascosto in questo capitolo un piccolo particolare perverso, un “non scritto” che le persone attente spero noteranno. Eventualmente, per averne conferma, chiedete in privato, ma vi dirò solo se avete indovinato. Vi prego di non commentare e non rovinare la ricerca agli altri/alle altre. Inoltre, vi informo che sin dalla prima parte ho iniziato a mettere dei particolari indispensabili per gli sviluppi futuri.Arrivai per primo in piscina; con me c’era solo l’istruttore, che mi squadrò senza proferire parola. Poi arrivarono anche gli altri ragazzi, alcuni dei quali mi presero in giro per il costume, altri invece mi fecero dei complimenti che sembravano genuini per la mia depilazione, lasciando perdere l’imbarazzante indumento.
Decisi che mi sarei allenato senza dare peso alle critiche e così feci; nuotare, dare bracciate da un lato all’altro della piscina mi rilassava, mi faceva sentire libero, era sempre stato così. Una volta uscito dall’acqua, messo in fila con gli altri mentre l’istruttore parlava, mi resi conto che il costume bianco, una volta bagnato, diventava semitrasparente, risultando di un lieve bianco solo sul pacco (grazie a Dio), probabilmente grazie al doppio strato. Mi domandai se per caso fosse fatto di carta; aspettavo da un momento all’altro che qualcuno mi dicesse che ero su candid camera.
Tornando verso gli spogliatoi, il ragazzo che mi aveva fischiato precedentemente mi si avvicinò e mi disse: “Sul serio, guarda che quelle sono capaci di saltarti addosso. Prossima volta mettiti un costume più normale, anche quello della scorsa volta andrebbe bene.” Decisi che non aveva senso rimandare, che sarebbe saltato fuori comunque, e gli risposi che forse a me le attenzioni di quelle donne non mi infastidivano mica poi tanto.
A quella mia affermazione, il ragazzo rise di gusto e mi disse: “Contento tu, fai come vuoi, ma io ti ho avvisato; quelle sono delle assatanate!”. Non saprei dire perché, ma m’immaginai le amiche di Samanta in versione vampire, con tanto di mantelli e canini prolungati; risi tra me e me.
Mi feci la doccia, mi rivestii con calma, aspettando di essere l’ultimo, e poi uscii dalla piscina. Fuori c’era Samanta già vestita ad aspettarmi.
Lei mi chiese di rendere conto del mio ritardo, mi scusai e farfugliai qualcosa riguardo a essermi lavato con calma. Lei rise, mi disse che sapeva bene perché avevo fatto ritardo e aggiunse che si era premurata di chiedere a ciascuno dei miei compagni dove fosse il suo piccolo cucciolo, specificando poi nome e cognome per far capire bene a chi si stesse riferendo.
Volevo sotterrarmi, avevo capito bene di non poter tenere segreta la mia relazione con Samanta in piscina, ma che venisse fuori in questa maniera era oltremodo imbarazzante. Samanta mi disse che era l’ora delle solite chiacchiere al bar dopo il corso e che le sue amiche ci stavano già aspettando, che eravamo in ritardo a causa mia.
Quando arrivammo, tutte salutarono Samanta cordialmente e questa volta si rivolsero anche a me; evidentemente esistevo anche io questa volta. Una di loro mi guardò fisso negli occhi e mi chiese: “Allora, dicci, come dobbiamo chiamarti? Massimo?” e ridacchiando aggiunse: “Oppure cucciolo?”.
Guardai istintivamente verso il basso, muto come un pesce; non sapevo se avrei dovuto abbaiare come fossi un cane a quel punto.
Samanta rispose prontamente al posto mio: “Signore, suvvia, lui è il mio cucciolo, al momento non intendo condividerlo con voi, per cui per adesso lui per voi è Massimo”. Mi aveva difeso, e mi sentivo più a mio agio ad essere chiamato per nome, ma quel “al momento” e quel “per adesso” mi avevano fatto sussultare. Alcune di quelle signore potevano avere l’età di mia nonna; probabilmente portavano la dentiera. Samanta stessa era comunque più vecchia di mia madre. D’improvviso mi rivenne alla mente l’immagine delle anziane amiche di Samanta in versione vampiresca, tutte intorno a me, il loro appetitoso pasto.
L'idea di essere “condiviso” con loro non mi piaceva per nulla, anzi mi terrorizzava.
Le donne incominciarono a elogiare la mia depilazione, a loro dire perfetta, e Samanta, gongolando tutta contenta, disse: “Sapevo avreste approvato il mio lavoro, per cui ho scattato alcune foto al cucciolo per farvele vedere!”. Rabbrividì; intendeva mostrare alle sue amiche le foto che mi aveva scattato? Le dissi con un filo di voce che volevo che le foto rimanessero intime, una cosa tra di noi. Lei mi guardò con aria dispiaciuta e mi disse che le avrebbe fatto davvero tanto piacere mostrarle a quelle poche amiche e che in fondo erano foto artistiche, col pene rilassato, non certo delle immagini pornografiche. Continuò a guardarmi e a paragonare le foto a delle statue greche finché non mi arresi e lei, tutta felice, fece girare per il tavolo il cellulare con le mie fotografie.
Tutte le signore al tavolo si presero il tempo di guardare ogni singola foto con calma, di ingrandirla nei particolari, di commentare ogni mia parte del corpo, ogni mio neo, la mia postura, i miei muscoli, i miei capezzoli, le mie palle, il mio pene, persino le mie mani.
All’inizio mi vergognai come non mai, poi piano piano questi loro commenti incominciarono a farmi piacere, a rendermi orgoglioso; non per me stesso, ma perché vedevo che ogni complimento era rivolto anche a Samanta e i complimenti, per fortuna, erano decisamente più delle critiche.
Lei era fiera di me, era felice di mostrarmi come un trofeo, non ero il “più mediocre tra tutti quei bei manzi”; ora ero degno di lei.
Una volta finito il giro di complimenti, il cellulare tornò a Samanta, che evidentemente soddisfatta si alzò e si scusò se non ci fermavamo, ma che dovevamo andare subito a casa sua perché dovevo ricevere il mio “premietto”.
Ci alzammo e andammo diretti a casa sua. Appena entrato dal portone, mi vennero ricordate le regole della casa: dovevo spogliarmi completamente e lasciare i vestiti piegati e in ordine per terra. Pensavo ci saremmo diretti in camera da letto; invece, mi accompagnò in salotto e mi fece stare in piedi di fronte a un divano in pelle. Prese una corda morbida e mi legò le mani dietro la schiena, poi mi disse di sedermi sul divano; ero già duro. Si sedette al mio fianco, incominciò a segarmi lentamente, poi accese il televisore, che con mio enorme stupore iniziò a mostrare un video della nostra prima sera assieme; evidentemente ci aveva filmati senza che lo sapessi. Mi morse e leccò il lobo e mi sussurrò: “Avvisami quando sei prossimo a venire,” accelerando il ritmo. Mi fece arrivare vicino all’orgasmo per sette volte, per poi fermarsi quando l’avvisavo che stavo per venire. A un certo punto, mi morsicò forte il capezzolo destro; urlai dal dolore. Lei riprese a segarmi come se niente fosse.
Mi sussurrò all’orecchio: “Ti va bene se facciamo dei video assieme? Posso?”, risposi affermativamente; “Se ne avessi voglia posso masturbarmi guardandoli?”, risposi sempre affermativamente; “Se mi venisse chiesto di vederli posso mostrarli o condividerli?”. Questo era troppo, ero perfettamente riconoscibile, nel punto in cui era arrivato il video avevo le sue mutande in testa, ma fino a poco prima avevo il volto scoperto, per cui le dissi che era escluso che quel video o altri venissero condivisi, non volevo rischiare finissero su internet. Lei rise, mi disse che allora li avrebbe solo mostrati come stava facendo ora con me; mi resi conto che mi aveva fregato; era tardi per riformulare e tirarmi indietro. Se avesse voluto avrebbe mostrato i video di cosa facevamo alle sue amiche, forse ne stava facendo uno proprio in quel momento, per formalizzare l’autorizzazione, un contratto come se fossimo da un notaio.
Al solo pensiero dell’eventualità che mi stesse filmando anche in quel momento (o forse per il continuo stimolo), io venni senza quasi rendermene conto, uno spruzzo poco potente, poi una colatura tranquilla scese dalla mia asta, sulla mano di lei, poi sulle mie palle e sgocciolò sul divano in pelle vicino a dove era caduto il primo flebile schizzo.
Lei mi chiese se mi ero masturbato; io risposi di no. Mi morse molto forte nuovamente il capezzolo destro e mi disse che ero un pessimo bugiardo e che, inoltre, era evidente che mi ero masturbato, vista la poca quantità di sperma che era appena uscita.
Si pulì la mano sporca sulla mia faccia e mi disse, evidentemente adirata, di alzarmi. Appena lo feci, mi diede una sberla molto forte sulle chiappe e si alzò anche lei. Mi portò in bagno e, con le mani ancora legate, mi fece entrare in doccia, aprì l’acqua che uscì fredda e chiuse il box vetrato, dicendomi di rimanere fermo e andandosene dal bagno.
Aspettavo che l’acqua si scaldasse, ma al contrario diventava sempre più fredda. Guardai la maniglia del miscelatore: era girata tutta verso il blu. Immaginai che fosse la mia meritata punizione per averle mentito e attesi il ritorno di Samanta, cercando di pensare a qualsiasi cosa per distrarmi dalla sensazione dell’acqua gelata che mi scorreva addosso. Pensai che, tutto sommato, almeno mi stavo sciacquando il viso.
Dopo un tempo che sembrò interminabile, lei tornò in bagno, completamente nuda. Si fermò di fronte alla doccia e, anziché aprirla e chiudere l’acqua, incominciò a toccarsi tra le gambe. Ficcò due dita all’interno della sua foresta e incominciò a masturbarsi, così, in piedi, di fronte a me che tremavo come una foglia a causa della cascata gelida. Dopo parecchio, finalmente si fermò, aprì il box doccia, chiuse l’acqua e mi ficcò immediatamente le due dita con cui si era toccata in bocca. Sentivo il suo sublime gusto; il cazzo iniziò a indurirsi nonostante fosse gelido.
Mi fece inginocchiare, con ancora le sue due dita in bocca. Feci fatica; era bagnato, scivoloso, e avevo le mani ancora legate dietro la schiena. Avevo paura di farmi male, magari rompere il box doccia e tagliarmi con i vetri. Una volta in ginocchio, incominciò a entrare e uscire dalla mia bocca, proprio come aveva fatto nella sua vagina. Mi disse di leccarle, di darmi da fare con la lingua mentre mi scopava la bocca con le dita. Il tocco in profondità stimolava l’impulso al vomito, che cercai di controllare il più possibile. Dopo qualche minuto, si complimentò con me e tolse le dita. Mi disse di chinare il capo; appoggiò la sua patata pelosa sulla mia testa e poco dopo sentii un getto d’acqua calda scendere a scaldarmi finalmente. Poi sentii odore di piscio e capii che non era acqua; mi stava urinando in testa. La pipì si spargeva sulla schiena, ma in parte anche sul petto, e poi colava lungo le braccia legate, sulle mie gambe per poi andare nello scarico della doccia.
L’odore era intenso, il piscio non passava per il viso, pertanto era lontano dal naso, ma comunque sentivo distintamente quelle nauseabonde esalazioni. Ebbi prima uno, poi due conati di vomito; ero a stomaco vuoto e rigettai solo succhi gastrici che però le finirono sulle gambe e sui piedi di Samanta.
Lei continuò a pisciare ancora per un po', poi uscì dalla doccia e si lavò i piedi con acqua calda nel bidè. Solo a quel punto mi disse: “Oggi ti perdono, del resto posso capire che il battesimo possa essere intenso, ma non osare mai più rigurgitarmi addosso, sei un cucciolo, mica un neonato!”.
Detto questo, si riavvicinò in doccia e con acqua sempre gelida mi sciacquò; mi slegò e mi fece finalmente rialzare. Disse, guardandomi dritto negli occhi, che la prossima volta che le avessi mentito mi avrebbe pisciato direttamente in bocca.
Mi fece asciugare con un asciugamano e andammo entrambi nuovamente in salotto. Lei si mise sul divano in pelle a gambe divaricate, mi fece mettere lì di fronte a quattro zampe e mi chiese, anzi mi ordinò, di leccarla.
Io mi lamentai; si era lavata piedi e gambe nel bidè dal mio rigurgito, non la patata, che, essendo estremamente pelosa, odorava decisamente di piscio.
Le chiesi di sciacquarsi, se non con detergente intimo, almeno con acqua; per fortuna acconsentì, andò in bagno e tornò poco dopo, con i peli ancora bagnati. Odoravano lievemente ancora, ma era decisamente sopportabile.
Mi misi all’opera e leccai come meglio potevo; ogni tanto sputavo un pelo che mi finiva in gola, ogni tanto lei mi premeva la testa contro il suo sesso tenendomi dalla nuca (cosa che in realtà mi faceva impazzire).
Quando leccavo il clitoride, che era ingrossato ed esposto, i suoi umori scendevano lungo le natiche colando poi sul divano. Quando invece leccavo la sua caverna, magari entrando con la lingua, il suo delizioso nettare mi entrava direttamente in bocca.
Samanta continuava a gemere, incitarmi, darmi indicazioni su come e cosa fare; le sue mani continuavano sempre più spesso a stringermi la testa, prima con delle carezze che diventavano sempre più forti, poi sembrava volesse afferrarmi la testa, premeva i polpastrelli forte sulla mia testa facendoli scivolare; sentivo a malapena le unghie lunghe sfregarmi la testa.
Dopo il primo orgasmo mi venne chiesto di fermarmi un attimo, con la faccia ancora appoggiata al suo sesso, i suoi peli ormai grondanti dei suoi umori, un profumo inebriante (l’odore di prima ormai era solo un brutto ricordo).
Una volta ripresa, Samanta mi disse di ripartire da capo, di darle un secondo orgasmo. Il secondo fu decisamente più intenso del primo; ci mise molto di più ad arrivare e durò anche più a lungo. Non solo le sue gambe, tutto il suo corpo tremava e lei urlava versi senza senso compiuto.
Credevo potesse avvenire solo nei porno, ma era realtà; lei non stava certamente fingendo. Si rilassò completamente sul divano, mi disse di smettere e di rimanere ancora lì. La sensazione della sua pelle umida contro la mia faccia, il calore che sentivo, il profumo: ero decisamente in estasi.
Dopo poco, mi disse di allontanare la faccia e di rimanere seduto in ginocchio lì per terra. Si alzò e andò in bagno. Una volta tornata, si mise a ridere e disse che avevamo combinato un bel pasticcio; sul divano si era formato un lago. La guardai e le chiesi dov’era Nessie, ma lei non rispose.
Mi disse piuttosto di succhiare via i suoi umori dal divano in pelle, poi me lo fece leccare; il gusto mi piaceva molto, ma trovavo la situazione strana, imbarazzante.
Quando ebbi finito, mi diede un prodotto da spruzzare e un panno per pulire il cuscino in pelle appena leccato.
Mi sentivo una specie di donna delle pulizie sexy, ero nudo e in ginocchio a ripulire. Poi mi disse di seguirla in camera, si sdraiò nel letto e mi chiese di abbracciarla dolcemente, accarezzarla, coccolarla.
Passai almeno un quarto d’ora in maniera dolce, poi, man mano sentendo una forte eccitazione, diventai sempre più audace; la stringevo forte, stringevo forte il suo seno, mordevo piano dietro il collo, la accarezzavo deciso.
Appoggiai il mio pene duro sulla sua chiappa sinistra, per poi premere il bacino. In quello, lei si voltò a guardarmi e mi ordinò di scoparla.
Provammo due posizioni, dapprima il missionario, che mi permetteva di guardarla in faccia, vedere le sue smorfie, quel suo viso maturo che avevo imparato ormai ad apprezzare sconvolgersi per il piacere.
Poi si mise a pecorina, le mie mani stringevano il suo culo voluttuoso, ero in estasi.
Dopo poco lei mise le mani dietro la schiena e mi disse di tenerle i polsi; la sensazione cambiò radicalmente, mi sentivo un animale, sentivo il potere, mi sentivo al comando, mi sentivo una bestia, mi sentivo un lupo.
Venni di botto, senza alcun preavviso, dentro di lei.
Tornammo abbracciati; avvicinò le labbra al mio orecchio e mi sussurrò con voce calma e suadente:
“Così scopano i VERI uomini. Se sarai molto bravo e ubbidiente, se ne avrò voglia, ogni tanto ti concederò questo premio; ma dovrai meritartelo davvero.” Si allontanò dal mio orecchio e, guardandomi dritto negli occhi, mi chiese se sarei stato un bravo cucciolo, se sarei stato il suo bravo cucciolo ubbidiente, se non l’avrei mai delusa o contrariata, se non avrei mai più osato mentirle.
Inutile dire che io, in quel momento, avrei detto sì a qualsiasi cosa; mi sentivo leggero, una scarica di endorfine incredibile, mai provata prima. Rimanemmo a letto abbracciati fino a tardi, poi le dissi che venerdì mattina io lavoravo e che sarei dovuto tornare a casa, per dormire almeno un po'.
Samanta mi rispose che, piuttosto, dovevo farmi una doccia e lavarmi i denti in bagno e poi tornare a dormire con lei.
In bagno trovai l’asciugamano usato precedentemente e uno spazzolino ancora chiuso nella confezione sul lavandino; evidentemente aveva pianificato la cosa.
Mi domandai se avesse pianificato anche di saltare la cena o se eravamo stati trasportati dagli eventi.
Tornai a letto, l’abbracciai e mi addormentai quasi subito. Il mattino dopo fu traumatico: la sveglia del cellulare suonò e, appena alzato, mi resi conto che casa di Samanta era più distante dal mio posto di lavoro; pertanto avrei fatto estremamente tardi facendo colazione.
Oltre alla cena della sera precedente, mi toccava saltare pure la colazione. Pensai che avrei compensato con un pranzo abbondante. Mi vestii con gli indumenti ancora piegati a terra in ingresso, baciai Samanta e, mentre stavo aprendo la porta, lei mi prese per un braccio.
Mi disse che mi ero comportato proprio come il suo ex marito: un bacio e via al lavoro; nessun rispetto, nessuna attenzione; avevo dato priorità alle cose sbagliate.
"I bravi cuccioli non si comportano così," mi disse, "e quella sera stessa sarei stato severamente punito."
Un brivido mi percorse la schiena; mi scusai, salutai e corsi fuori comunque. Ero in ritardo e le punizioni del capo non erano altrettanto desiderabili quanto quelle di Samanta.
Fine della terza parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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