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il verginello e la signora vogliosa parte 4
PaoloTrieste89
27.02.2026 |
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"Io, a differenza sua, feci fatica ad addormentarmi; ero agitato per tutti i cambiamenti che stavo affrontando, preoccupato su cosa dire agli amici e alla famiglia per il cambio di lavoro e su come..."
Questa è una storia di pura fantasia; ogni riferimento a persone o luoghi realmente esistenti è puramente casuale. Vi informo che sin dalla prima parte ho iniziato a mettere dei particolari indispensabili per gli sviluppi futuri.Arrivai al lavoro tardi, non riuscii a lavorare bene, ero affamato, stanco e preoccupato che il capo mi redarguisse e della punizione promessa da Samanta. Prima della pausa pranzo ordinai una consegna di una quantità esorbitante di cibo, che feci fatica a finire. A fine giornata lavorativa mi venne un dubbio: sarei dovuto tornare a casa mia o andare direttamente da Samanta per la punizione promessa? Decisi di chiamarla; lei, alla mia domanda, rise, rispondendomi che dovevo essere da lei il prima possibile. Al mio arrivo mi spogliai completamente senza che mi venisse nemmeno chiesto, e con lo sguardo basso chiesi quale sarebbe stata la mia punizione. Samanta sogghignò con un'aria malefica e mi rispose semplicemente “tutto a tempo debito…”.
Mi fece sedere sul divano e si sdraiò a fianco a me, poggiando i suoi piedi e pesando particolarmente sulle palle col tallone destro.
Mi porse dell’olio per massaggi e mi disse di massaggiarle i piedi (che erano nudi, a differenza del suo abbondante corpo) e incominciò a farmi un interrogatorio sui miei amici, i miei familiari e sulla mia vita in generale, compresa la mia situazione economica, il mio lavoro e il mio affitto.
Non capivo dove volesse andare a parare; io per lei ero nudo anche metaforicamente, sapeva già tutto di me.
Quando ebbi finito la conversazione, mi disse che avrei dovuto disdire l’affitto del mio appartamento il prima possibile; ad amici e parenti avrei dovuto dire che affittavo una sua stanza perché mi ero reso conto d’essere troppo pezzente per potermi permettere un appartamento autonomo. Non avrei mai potuto invitare amici in casa sua e anche i parenti dovevano essere autorizzati con largo anticipo.
Pronunciando il termine “pezzente,” Samanta premette il piede che non stavo massaggiando sulle palle, come a voler enfatizzare il termine.
Finito il massaggio, si fece baciare i piedi, mi diede tre grossi scatoloni di cartone smontati e mi disse che avrei dovuto riempirli con quello che decidevo di portare a casa sua; il resto della mia roba (quella che non sarebbe stata in quel volume) non avrei dovuto darla ad amici e parenti poiché me la tenessero, avrei dovuto buttarla; in questo consisteva la mia punizione.
Mi fece rivestire e tornare a casa, in modo da riempire gli scatoloni che l’indomani avrei dovuto portare a casa sua; ovviamente, dopo aver disdetto il contratto e aver chiamato una ditta di smaltimento rifiuti per buttare il resto dei miei effetti personali.
Fu estremamente difficile scegliere cosa tenere; scartai pentole e attrezzi per la pulizia della casa, cose inutili, e mi concentrai sui ricordi e sui capi d’abbigliamento più costosi o in migliori condizioni. Poi, a malincuore, andai a dormire, agitato e profondamente turbato.
Il giorno dopo, avendo dormito pochissimo, chiamai al lavoro dicendo che mi sentivo poco bene. Il capo mi rispose che aveva già notato il giorno prima che non fossi reattivo e mi disse di rimettermi in sesto il prima possibile e tornare al lavoro; pensai fosse stranamente comprensivo.
Chiamai immediatamente dopo alcune ditte per farmi sgomberare la casa, ad eccezione delle cose che avevo deciso di regalare al prossimo inquilino. Scelsi l’unica che era disponibile il giorno stesso (che ovviamente non era la più economica) e fissai l’appuntamento per la tarda mattinata.
Poi, fu il turno della telefonata più complicata delle tre. Il proprietario di casa mi era venuto incontro in più occasioni; mi dispiaceva recedere il contratto prima del tempo.
Anche lui si dimostrò straordinariamente comprensivo e mi spiegò che, per contratto, perdevo i tre mesi di caparra e l’intero mese corrente.
Lui non avrebbe avuto alcun problema a trovare un nuovo affittuario in tempi brevi. Fissammo per il tardo pomeriggio del giorno stesso la visita per controllare che non avessi fatto danni in casa e la riconsegna delle chiavi.
Finite le chiamate di rito, decisi di avvisare i miei genitori, spiegando che il costo della vita era alto, la paga bassa e che non riuscivo a permettermi un appartamento tutto mio e che avevo trovato una stanza in affitto da una signora che viveva da sola e aveva una casa grande con molte stanze inutilizzate.
Nel dire queste cose, mi sentii come se fossero vere; in effetti, non vivevo in maniera agiata, faticavo ad arrivare a fine mese. Tutto sommato, trasferirmi da Samanta poteva essere un vantaggio da un punto di vista economico, oltre che sessuale. Al solo pensiero di trasferirmi da lei, il mio pene si era indurito.
Lo sgombero fu doloroso; mi sforzai di non guardare questi due energumeni che buttavano la mia roba in dei contenitori per portarla chissà dove, a qualche mercatino dell’usato o direttamente in discarica.
Più tardi, con il proprietario andò tutto bene; non avevo fatto danni gravi ed era contento che lasciassi attrezzatura e pentolame utile al prossimo inquilino. Addirittura gli lasciavo un forno a microonde. Uscendo e chiudendo la casa, commentò gli scatoloni, dicendo che gli sembrava poca roba. Risposi che il resto l’avevo già fatto prendere (omettendo la destinazione), chiamai un taxi e mi feci portare a casa di Samanta.
Arrivato da lei, suonai il campanello ed entrai, poggiando gli scatoloni. Mi svestì immediatamente e poi la vidi: indossava solo una vestaglia rosa semitrasparente. Il mio pene reagì immediatamente indurendosi; lei rise e disse che ci saremmo divertiti molto assieme. Mi prese per mano e mi portò davanti a una porta.
Mi disse di aprire ed entrare; mi ritrovai in una piccola stanzetta con un armadio a ponte, con sotto un letto singolo sulla sinistra, a destra una scrivania e in fondo una finestra; c’era a malapena lo spazio per muoversi.
Mi disse che quella sarebbe stata la mia camera, poi aggiunse che ci avrei passato poco tempo, sarei stato molto più a lungo nelle altre stanze, soprattutto la sua.
Disposi le mie cose nell’armadio a ponte; Samanta mi ordinò di chiudere il letto e solo allora mi accorsi che era a scomparsa. Ora capivo perché era così difficile muoversi nella stanza: era pensata per essere usata la maggior parte del tempo col letto dentro il mobile.
Mi venne detto di mettere anche i miei vestiti in camera e che da ora in poi non avrei più dovuto lasciarli in ingresso, ma spogliarmi appena entrato per poi portare gli indumenti in camera mia, salvo diversa indicazione.
Mi venne inoltre indicato il contratto d’affitto che era sulla scrivania; Samanta mi disse di prendermi del tempo per leggerlo e, una volta finito, raggiungerla in salotto.
Lo lessi con attenzione; c’erano tutte le cose classiche: la caparra con tre mesi d’anticipo, un prezzo decisamente basso, anche se, considerando le dimensioni della stanza, mi sembrava addirittura troppo.
Poi il contratto faceva menzione all’uso degli spazi comuni, all’obbligo di chiedere un permesso scritto per invitare chiunque in casa e ai turni di pulizia, spazzatura, cucina, ecc., classici nelle situazioni di convivenza come coinquilini.
Quello che mi rese perplesso era che si rimandava a un allegato 1 che non era presente nei fogli del contratto. Pensando si trattasse di un errore, raggiunsi Samanta per chiederle spiegazioni.
Interpellata, lei mi rispose, tutta felice, che avrei pulito sempre io, avrei buttato la spazzatura, lavato i piatti, il bucato (anche il suo), stirato e cucinato, oltre a dovermi occupare di cose come sturare il sifone della doccia o della vasca dai suoi capelli, tagliare il prato o altre piccole manutenzioni.
Samanta si affrettò a precisare che sarei stato ricompensato SE avessi fatto un lavoro impeccabile.
Le dissi che non sarei mai riuscito a fare tutte quelle cose e anche lavorare. Mi venne risposto che avrei dovuto fare come molte “mogliettine”, chiedere un part-time o direttamente smettere di lavorare.
Rimasi basito; ero nella fase della vita in cui bisogna sacrificarsi per il lavoro, in cui bisogna crescere professionalmente. Eppure, il mio pene era duro come il marmo; la sola idea di passare più tempo con Samanta mi eccitava. Essere il suo giocattolino, m’immaginavo persino a stirare (cosa che odiavo fare) tutto nudo, con Samanta lì a guardarmi.
Firmai senza indugiare oltre e informai Samanta che il giorno seguente mi sarei licenziato e avrei cercato un lavoro probabilmente più umile e meno pagato, ma che richiedesse meno del mio tempo e che fosse magari anche più comodo rispetto al mio nuovo domicilio.
Samanta mi diede un bacio appassionato e mi disse di venire con lei in camera da letto; ero ancora duro come il marmo.
In camera da letto, lei si spogliò e si mise in ginocchio a succhiare avidamente la mia asta durissima; era dannatamente brava, ero in estasi, le venni in bocca quasi subito. Lei si alzò, sputò la mia sborra in un fazzoletto, mi guardò e mi disse: “Oggi è l’inizio della nostra convivenza e voglio premiarti, per cui lascerò perdere il fatto che non eri autorizzato a venire; ora vai a preparare la cena”.
Andai in cucina e, arrivato lì, mi resi conto che non sapevo cosa prepararle; non ero particolarmente esperto di cucina e non sapevo dove trovare le spezie, le pentole, i mestoli, in generale qualsiasi cosa.
Mentre stavo cercando nei mobili della cucina cosa c’era, arrivò Samanta, sempre con la sua vestaglia trasparente rosa (che faceva vedere tutto come fosse nuda), e si sedette su una sedia, istruendomi di volta in volta su cosa fare e come farlo. Mi fece preparare un minestrone di verdure tutte tagliate da me (io ero abituato a comprare i minestroni surgelati, meno buoni ma decisamente più comodi).
Per secondo mi fece fare delle semplici bistecche in padella, nulla di complicato. Mangiammo in cucina, uno di fronte all’altro; a fine pasto lei allungò un piede sul mio pene e incominciò a segarmelo dolcemente. La risposta fu immediata, anche se ero venuto da poco. Mi disse che il giorno seguente (che era un giovedì), dopo la piscina, avremmo informato il suo gruppo di amiche della novità (la convivenza) e che era molto felice mi fossi reso conto da solo che il lavoro che facevo non era adeguato a me e che mi avrebbe aiutato a trovarne uno in cui avrei potuto esprimere meglio il mio potenziale. Visto che avrei risparmiato sull’affitto, avrei potuto pagare io il mese successivo della piscina e che magari avrei anche potuto iscrivermi in una palestra per rendermi muscoloso come gli altri manzi della piscina.
Dopo aver detto queste cose (che non mi avevano colpito particolarmente perché ero concentrato sulla sega che mi stava facendo col piede), si alzò e mi disse di andare a farmi una doccia, che mi aspettava a letto per qualche coccola e per dormire assieme.
Mi lavai con molta attenzione, ma cercando di non perdere troppo tempo; mi asciugai e andai in camera di Samanta. Le luci della camera erano già spente, ad eccezione di quella su uno dei due comodini. Entrai nelle lenzuola, accorgendomi che Samanta era completamente nuda. Lei mi abbracciò, mi baciò in bocca e sul collo; io la carezzai ovunque mentre la baciavo. Ero ancora molto eccitato, ma ogni volta che toccavo i capezzoli o la sua foresta, lei mi spostava la mano; evidentemente non aveva voglia di fare qualcosa di più del petting, anche se ero venuto solo io fino ad allora.
Dopo un po' di tempo, lei smise di coccolarmi, mi baciò, mi diede la buona notte e si girò dall’altro lato. Io, a differenza sua, feci fatica ad addormentarmi; ero agitato per tutti i cambiamenti che stavo affrontando, preoccupato su cosa dire agli amici e alla famiglia per il cambio di lavoro e su come licenziarmi il giorno seguente. Pensai che fosse meglio dire che avevo perso il lavoro e che per quello mi ero ridimensionato con le spese d’affitto; infondo, era plausibile.
Fine della quarta parte. Ho già deciso di continuare la storia, che verrà pubblicata con calma appena troverò il tempo di scriverla e di correggerne la grammatica. Sono sempre aperto a critiche costruttive.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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